Risposta inglese al progetto Residents e molto più. Renaldo & The Loaf sezionati, recensiti e finalmente raccontati dalla voce del loro fondatore.

Un duo di musica elettronica. Ma non è propriamente così.
Folk surrealista. Pop destrutturato e risatine. Non è abbastanza preciso.
Vaudeville da un altro mondo. Country sghembo e Hanna & Barbera. No, non ci siamo ancora.
Cabaret spaziale, umorismo, musica etnica strampalata e apolide...
Potremmo continuare all’infinito con etichette e rimandini, ma si può far di meglio: sono i Renaldo & The Loaf, la geniale trovata di due musicisti inglesissimi di Portsmouth, Brian Poole e Dave Janssen, bizzarri sperimentatori alla maniera del Lewis Carroll in Caccia allo Snualo, magari diretti dal talento oscuro di Jan Švankmajer, anarchici fricchettoni di zappiana memoria nonché apolidi antesignani del credo devoluto.
Figli della famiglia Ralph Records gestita dai Residents, sorta di comune artistica radicale, dadaista e apocalittica che negli stessi anni annovera tra le sue file anche Snakefinger e, per un lasso di tempo, i Tuxedomoon, il duo sforna tra il 1979 e 1987 cinque album corredati da una serie di mosse da cult act di tutto rispetto: un solo concerto live (e Jandek aveva ancora da venire…) e nessuna concessione al mainstream (semmai l’opposto). C’è tutto il necessaire per forgiare un piccolo mito, ma soprattutto un’idea musicale avvincente che replica in terra d’Albione, assieme al compianto chitarrista Snakefinger, l’intento creativo dei sanfranciscoiani Residents, pionieri assoluti di quelle sonorità, proposte fin dal 1971.
Pur non avendo all’attivo un Meet The Residents, un album non disponibile o un Commercial Album, Renaldo and The Loaf non sono stati l’ombra sul muro dei quattro in tuxedo, ma molto di più. Con i Residents hanno avuto molto in comune, soprattutto l’idioma che, dalle istanze del vaudeville, ha fatto propri svariati linguaggi etnici alla luce di una meccanica apocalisse, presa a prestito dai b-movies dell’orrore.
Renaldo And The Loaf meritano una riscoperta e, in assenza di ristampe (nemmeno al ricorrere del venticinquennale dalla prima uscita ufficiale in cassetta Struvé And Sneff), abbiamo pensato di render loro giustizia e di incrementare l’interesse attorno a questa splendida formazione dimenticata.

Datati settembre '78 e aprile '79 Tap Dancing In Slush e Behind Closed Curtains sono i primissimi esperimenti incisi dal duo; è un articolo d’archivio proveniente dal blog ufficiale dei Residents a rendercelo noto, ma vista l’irreperibilità di queste produzioni è di fatto la cassetta in tiratura limitata a 250 copie per la ROTCOD Productions a rappresentare il piccolo grande esordio di Poole e Janssen.
Uscita sul finire del ’79 (e poi riedita in vinile dalla Ralph americana nel 1984 con alcuni riarrangiamenti), la cassetta Renaldo & The Loaf Play Struvé And Sneff presenta un lavoro collagista à la Duck Stab/Buster And Glenn (i famigerati ep del quartetto sanfranciscoiano), tanto per tracciarne le coordinate (Meanings of W.E.I.R.D., 16 Going on 17), ma anche una collezione di brani decisamente folkish, zeppi peraltro di strumenti tradizionali quali mandolini, chitarre, kazoo, bouzouki, clarinetti, bicchieri, glockenspiel e vettovaglie.

Non mancano le chicche come 120 Before Zero, traccia bislacca e bofonchiata capace d’esser persino progressive (…a modo suo), come anche la psichedelica freak, tra Scilla Amon Duul (Dying Inside) e Cariddi Revolution n.9 (Letters From Lee), a fare la sua porca figura.
Infilati a tradimento, fanno capolino tocchi di languida miseria à la Pere Ubu, fiati malati Tuxedomoon (Untitled), pistole di gomma Devo, in altre parole uno spirito dada e una personalità delirante già ben delineate. Renaldo e la pagnotta (o il fannullone, a seconda di quale definizione preferiamo dal vocabolario) sono appena atterrati nella campagna inglese, ma paiono un’orchestrina da strada suonata da marziani slavi che provano a reinventare lo skiffle; un’affermazione sufficiente, noi crediamo, a far camminare con le proprie gambe un progetto che non tarderà a far sgranare i monocoli con la tuba.
L’incontro del terzo tipo con gli uomini in Tuxedo avviene poco più tardi in modo voluto e accidentale - come vuole il mito - , dando vita a un sodalizio che durerà fino alla fine dell’esperienza della formazione (si legga l’intervista per i dettagli).

In seguito alla partnership, dopo aver inciso un’altra cassetta introvabile della durata di un eppì Hats Off Gentlemen (contenente Honest Joe's Indian), e promosso un sampler South Specific di una manciata di band locali di Portsmouth (presente qui la loro traccia più pop Scottish shuffle,l’unica a non venir ripescata nell’esordio), è la volta di Songs For Swinging Larvae, la prima uscita ufficiale della sigla Renaldo And the Loaf.
Uscito agli inizi del ’81 per l’etichetta Ralph, l’album rispecchia una verve maggiormente robotica, geometrica e stravagante. E’ un lavoro complesso che, lungo le sedici tracce del platter, si muove tra psichedelia, folk, elettronica, musica etnica e medievale, tra testi strampalati improntati sul nonsense, e vocalizzi stramazzanti, starnazzanti e belanti (immaginate Marc Bolan in 33 giri suonato a 45…).
“(…) Fatto ancor più indicativo: tuo fratello è uno sconsiderato, perciò si da alla cocaina. Che c’è di strano nel fatto che sia meraviglioso? Puoi dirlo per davvero sta tutto in quello ‘stimolo’ e non hai detto altro. (chiamate un) Medico, medico, medico!”
Medical Man rappresenta un acquerello cacofonico d’invidiabile perfezione, B.P.M. dispiega l’enigmatica eleganza di un haiku minaccioso (“Scommetto che non immaginavi quanto l’oggi fosse distante dal giungere”), A Sob Story è bieco cinismo testuale e sonoro (“Lui si sposta su una sedia a rotelle/ a volte la spingo un po’ per fargli credere che m’interessi”) e Honest Joe's Indian Gets The Goat On The Way To The Cowboy's Conga perviene a un lamento dilatato e distorto intellegibile . È il trionfo di un artigianato del terrore, ma anche di un ironia feroce che nel videoclip Songs For Swinging Larvae (reperibile nel dvd antologico a firma Residents Icky Flix) trova uno zenit espressivo. (La trama? In uno scenario da Arancia Meccanica casalinga – quindi molto trash –, un bimbo viene rapito da uno spaventoso orco-hippy che finirà col trasformarsi in sua mamma).

Il 1983 è l’anno maggiormente prolifico del combo. Sotto l’egida della Ralph escono gli ellepì Title In Limbo (firmato a quattro mani con i Residents in persona - pubblicato per la Ralph in cd nel 1998) e Arabic Yodelling. E con il primo a configurarsi come palestra stilistica (e prosaica) per il secondo (ragtime, giapponeserie, folk angolari ecc.), è quest’ultimo il lavoro più riuscito dei Nostri.
Accomunato dalla ricerca sul balletto robotico - già studiato attentamente dai Residenti al tempo di Six Things to a Cycle (dall’album Fingerprice, 1976) - e registrato come di consueto su un 4 tracce e con l’aiuto – in un paio di tracce – di Dave Barker (al violino), Arabic Yodelling abbandona lo starnazzante attacco vocale dell’album larvale per un bozzettismo più conciso. Mai come in quest’album il dialogo con gli stili dei primi Residents risulta così viscerale, mai come in questa sede Renaldo And The Loaf dimostrano tanta padronanza della materia.
Il caleidoscopio è di quelli mirabolanti, una radio impazzita, un Commercial Album tra il ghiaccio e l’acqua santa. Un album nel quale spicca la menzionata predilezione per il balletto, ma nel quale non mancano neppure le atmosfere cinematiche disegnate da synth (presenti come non mai), e soprattutto la debordante presenza di sapori etnici e folcloristici (la lista degli strumenti utilizzati supera abbondantemente la quindicina). Tanta è la carne esposta che sarebbe ozioso doverla mettere tutta al fuoco, basta elencare la carnazze più indigeste come le pompose pose orientaleggianti di The Blowflies' Dilemma, le sinistre arie dell’Est di Bearded Cats (dove par di sentire i Residents a colazione con i Tuxedomoon), e le piece classico-ambientali di J.P.W.B.C. Tra gli sketch più riusciti inoltre, spiccano i frullati Pentangle (chiaramente con una larva conficcata nel cervello) di Dichotomy Rag e Leery Looks (From Father's Books), le prese per il culo dei King Crimson di Wilf In Builth, lo sberleffo canoro su base carillon di Lonely Rosa (in accordo con i canoni wave dell’epoca) e la marcetta sincopata afro quadrata di A Critical Dance (un vero must).
Trovando una propria via tra Pere Ubu e Residents, Snakefinger e Tuxedomoon, l’attitudine anarchica e stradaiola del duo si sposa perfettamente con le istanze wave più colte. L’importanza di tale evento non poteva che trovare suggello in una raccolta.
Sempre tramite la RoTcod Productions, Olleh, Olleh Rotcod (naturalmente ultrararo e fuori catalogo) è il primo The Best del duo, una raccolta contenente alcuni tra i migliori brani fino ad ora prodotti, e una manciata di inediti fortemente giocati su componenti ritmiche che pescano tanto dal Medio Oriente quanto dal Giappone. In The Elbow Is Taboo, l’unica traccia che troverà posto nel lavoro successivo, il cantato si fa più riconoscibile mentre la strategia degli arrangiamenti prevede il composto dialogo di alcuni strumenti su una base maggiormente protagonista e di volta in volta differente; lo stesso accade per gli squisiti brani che rimarranno esclusiva della compilation: She Wears Black, è un giardino zen zeppo di chincaglierie, Fluorescent Showboat To Tangier e Gone To Gwondana, due downtempo stradaioli tra tocchi e rintocchi in sordina, mentre Then At Iona Lanthem addirittura un lento con tanto di insolita melodia sintetica e i nostri mai così dreamy.
Un traguardo è raggiunto e la direzione da intraprendere non manca, eppure il sodalizio tra Poole e Janssen inizia a incrinarsi.

The Elbow Is Taboo (Ralph Records, ripubblicato su cd nel ’99 dalla Some Bizzarre), pur dispersivo e ricco degli espedienti ai quali la ditta ci ha abituato, denota una strana pacatezza sottopelle, come se la spinta irriverente e giocherellona di un tempo fosse diventata un gioco di schemi e automatismi. Eppure il lavoro può vantare una splendida traccia omonima (un’improbabile colonna sonora di cowboy a cavallo ad Osaka), un gamelan dell’assurdo di tutto rispetto (Boule! tipica marcetta, savana, gorgheggi vocali e compostezza nipponica), una tribal-dance delle più improbabili (Hambu Hodo, canti africani, Egitto e West sotto il passo di una implacabile drum-machine), un balletto dissonante (Dance Of The Sonambulists) e un brano come Critical Dance (robotiche squadrette, il tutto in cotoniera con mani e piedi a tener il tempo), che rappresenta probabilmente l’apice di un fronte belligerante sempre coltivato.
Con un lento procedere tra le dune del deserto, tra trasfigurazioni di canti muezzin e la più tipica delle melodie egizie, è la profetica e signorile Extracting the Re-Re a chiudere un quarto lavoro complessivamente valido eppure sarà l’ultimo atto di Renaldo And The Loaf.
Poco dopo la realizzazione di quest’album Brian Poole e Dave Janssen litigano furiosamente e da quel momento non si rivedranno mai più. E’ un Poole laconico a affermarlo (si legga l’intervista), ma è anche lui l’unico a dimostrare ancora interesse per la musica. Nel 2002 il musicista decide di riprendere l’attività musicale partecipando all’ennesimo anniversario residentsiano. Si è trattato di un musical birthday chiamato Worm Pizza, una raccolta di reinterpretations e incidental music (come ce lo descrivono i dispacci degli stessi Residents) uscito in confezione pizza da asporto in tiratura ultra limitata nel marzo 2003.
Recentemente, e siamo ai giorni nostri (nel 2005), l’ex Renaldo assicura di aver intrapreso nuovi progetti musicali capaci di misurarsi con quanto precedentemente composto. Ma chi sa dove e quando?

No. Ci siamo separati all’inizio del 1989. Continueremo ad esistere come idea e attraverso i nostri album.
Nel 1979 avevamo finito di registrare la nostra musicassetta d’esordio intitolata Renaldo And The Loaf Play Struve And Sneff quando me ne andai in vacanza negli States per visitare la west coast. Una volta recatomi a San Francisco pensai di visitare la sede della Ralph Records, l’etichetta dei Residents, al 444 di Grove St.. Volevo esplorare i luoghi dove erano ufficialmente nati i Residents e far recapitare loro una copia della nostra cassetta… il perché di preciso non lo so. Non stavamo cercando di ottenere un contratto, nulla del genere, mi sembrava semplicemente una cosa da fare. Volevo anche acquistare qualche album della Ralph e pensavo che a qualcuno avrebbe fatto piacere ascoltare il nostro materiale. Prima di recarmi alla Ralph telefonai informandoli che venivo direttamente dall’Inghilterra e fui fortunato poiché mi dettero un appuntamento… un tizio mi vendette gli LP che cercavo e gli lasciai le nostre registrazioni. Questi se ne andò ad ascoltarle in uno degli studi; quando fece ritorno mi disse che il materiale era molto interessante e mi chiese di spedirgliene dell’altro. Scoprii più tardi che quel tizio era uno dei membri dei Residents. Senza saperlo perciò, eravamo entrati in contatto con loro.
Ah ah… difficile ricordarle. I Renaldo hanno suonato live una sola volta in tutta la loro carriera, nella sala concerti di Portsmouth, era il 1980. Suonammo in occasione del lancio promozionale di una compilation della South Specific che conteneva tre nostri brani. Eravamo in quattro band a esibirci quella sera; un gruppo rock, uno punk, una band pop e noi. Ognuno si era portato dietro uno stuolo di amici e fan… c’erano un sacco di punker e skinhead che ci tiravano occhiata minacciose e questo ci spaventava un bel po’. La nostra musica è frutto di un meticoloso lavoro di studio perciò sapevamo che non aveva molto senso tentar di suonare dal vivo le canzoni che comparivano nei nostri album. Decidemmo quindi di improvvisare (dato che i nostri brani nascevano comunque in un contesto di impro). Montammo un sistema delay a nastro su due desk della Akai distanziati di un metro l’uno dall’altro (quest’idea la rubammo a Brian Eno); io registravo un suono sul primo desk e poi lo passavo a Dave sul secondo che lo manipolava e me lo restituiva e continuammo così per venti minuti abbondanti con un effetto di eco che si ripeteva sempre diverso e sempre più lentamente. Quando decidemmo di fermarci la musica proseguì senza il nostro intervento (fu necessario avvisare il pubblico che il nostro ‘set’ era terminato). Dubito che la gente in sala avesse mai ascoltato roba del genere ma fummo apprezzati… applaudirono persino i punker! Questa è stata l’esibizione. In realtà avremmo dovuto esibirci un’altra volta nell’85. L’etichetta di Sheffield Doublevision (i più l’assoceranno ai Cabaret Voltaire) ci chiese di esibirci presso un teatro londinese dove sarebbero stati proiettati dei video dei Residents. Lavorammo a stretto contatto con alcuni ragazzi della Portsmouth School of Art and Design programmando per quella sera quattro canzoni con basi pre-registrate sulle quali io avrei aggiunto il mio cantato dal vivo. Dave avrebbe chiuso con una serie di loop modificati dal vivo ed inoltre una delle ragazze della Portsmouth si propose insieme ad altre due compagne per un balletto in contemporanea con la nostra esibizione. Quella ragazza era Neneh Cherry (questo naturalmente avvenne prima che diventasse famosa). Le canzoni in scaletta erano Hambu Hodo, The Elbow Is Taboo, Like Some Kus-Kus Western e un’altra che adesso mi sfugge. Uscì anche un piccolo ritaglio pubblicitario sul New Musical Express. Purtroppo l’edificio non era in regola con le normative anti-incendio e la serata venne annullata.
Beh, probabilmente il folk ha influenzato più me che Dave. Durante la metà dei ‘70 la musica in voga (rock progressivo ecc…) mi annoiava terribilmente; persino i Tyrannosaurus Rex si erano trasformati in una band per adolescenti mutando in T Rex perciò non li seguivo più… cercavo dell’altro. Avevo assistito a qualche concerto di folk-rock quand’ero studente, cose tipo gli Steeleye Span, i Fairport Convention e Alan Stivell. M’interessavano la struttura delle loro composizioni, i ritmi che usavano e le loro tecniche vocali. Poi mi detti al folk più tradizionale tipo i Young Tradition… amavo il loro cantato diretto e stridente. Proseguii verso i lidi della musica medievale. Mi piacciono i suoni degli strumenti medievali, il vibrato degli archi, il ronzio dei fiati, e i ritmi energici della musica da ballo ‘popolare’. Mi comprai un mandolino e un bouzouki sgangherato che emetteva delle vibrazioni proprio ‘toste’. Dave invece suonava un clarinetto ‘preparato’ che poteva emettere suoni davvero sgraziati. La mia voce è nasale e col cantautorato folk inglese ci sta a pennello perciò pensai che gli elementi folk, nel nostro progetto, avrebbero potuto coesistere con quelle che erano le altre nostre influenze del periodo: gli Henry Cow, Kurt Weill, Eno, Captain Beefheart, gli Slapp Happy, i Residents e qualche gruppo punk. Le mie radici sono un composto di psichedelica, folk, elettronica, musica etnica e medievale… il rock non c’entra un granché.
Beh, non consciamente… consideravamo l’elettronica ‘colta’ qualcosa di misterioso… forse per il fatto che non avevamo la disponibilità di usufruire di elaborati macchinari elettronici, perciò vedevamo quel mondo come qualcosa di parallelo alle nostre concezioni/possibilità musicali. Se qualcuno ci avesse fornito un sintetizzatore l’avremo certamente usato volentieri questo perché avevamo un sound ben preciso che ci ronzava per la testa che si materializzava trascendendo le possibilità degli strumenti che utilizzavamo fossero anche una semplice chitarra o una batteria. In breve diventammo pratici nell’estrapolare ciò che volevamo dalla piccola collezione di strumento di cui disponevamo. ‘Preparavamo’ le chitarre con delle mollette, dei fili metallici e le suonavamo con archetti e scalpelli (alla Fred Frith) dando vita a loop ritmici assai complessi, filtrando la musica con sistemi delay e con un paio degli ‘effetti’ che avevamo raggranellato. Strano a dirsi ma non abbiamo mai considerato ‘elettronica’ la nostra musica.

Non avevamo nessuna strategia in particolare (e non ce l’ho tuttora)… ciò che facevamo non conteneva nulla di pianificato ne un significato specifico…. Era ciò che era. A posteriori anche adesso la penso così... l’opera di Renaldo si potrebbe descrivere come la risultante delle due persone che eravamo a quel tempo io e Dave. Non rifuggivamo la ridicolezza, la burla, la surrealtà o qualsiasi altra ipotesi. Non ci spaventava creare un prodotto bizzarro, non censuravamo la nostra musica impauriti dallo spauracchio della qualità di registrazione o dalla paranoia di non saperla riprodurre una volta registrata. Ci piaceva farci sorprendere dal nostro stesso lavoro, provocare una collisione tra diversi elementi tuffandoci nelle possibilità dell’imprevisto. Pensandoci meglio ce la giocavamo ai dadi. Amavamo provocare strani incidenti… i momenti più belli era quelli in cui ci si dipingeva un sorriso enorme sul volto dopo aver composto qualcosa che suonava divinamente senza saper bene ‘come’ avevamo fatto.
Io e Dave ci siamo inventati una nostra particolare tecnica musicale. Nessuno dei due era particolarmente bravo a suonare gli strumenti che utilizzavamo. Ci consideravamo chitarristi ma non ci sarebbe riuscito di suonare convenzionalmente la roba che andava in quel periodo; perciò iniziammo a comporre del materiale originale ed imparammo ad eseguire quello. Sin dalle prime registrazioni ci rendemmo conto che i macchinari di registrazione che utilizzavamo e con i quali avevamo una certa dimestichezza, beh, quelli erano diventati i nostri veri strumenti.
Non ne trovo, e tu? Ma rammenta: eravamo ciò che eravamo.
“I believe in bugs, do you?”
Beh, non abbiamo mai pianificato di restare anonimi. A differenza dei Residents i nostri veri nomi sono sempre stati noti ma probabilmente le persone hanno finito con l’associarci ad i nostri alter-ego. Comunque l’dea di crearsi degli alter-ego è nata prima della nostra esperienza musicale. Nel ‘77 ci recavamo spesso in un pub con un gruppo di amici che, come noi, adoravano il libro di Luke Rheinhardt The diceman (L’uomo dei dadi, n.d.a.). Seguendo lo spirito del libro decidemmo di preventivare una serie di azioni casuali assai bizzarre (ma innocue): decidevamo come vestirci, dove saremmo andati e che genere di situazioni avremmo creato. A seconda di come determinava il caso (ce la giocavamo proprio ai dadi) poteva capitare che entrassimo nel pub stabilito camminando all’indietro in fila indiana, sedendo con l’orecchio sinistro appoggiato al muro e declamando citazioni tipo:
Disse Lambert: “Vi sono pecore
nella brughiera”.
Ivor Cutler era uno dei nostri eroi (Scrittore e cantautore attivo principalmente tra gli anni ‘60 e gli ‘80 dalla vena spiccatamente surreale, n.d.a.). Poi ci si bloccava in una posa da fotomodelli o magari si imbastiva una sofistica conversazione in merito ad un argomento scientifico fittizio (tipo, chessò, l’enunciato di Wipperwill…). E ci divertivamo ancor più se si riusciva a coinvolgere qualcuno degli avventori del locale in cui avvenivano queste performance. Questi non sono che un paio di esempi: ogni settimana pianificavamo delle azioni ‘improbabili’ da mettere in atto. Ad ogni modo ognuno del gruppo aveva quello che chiamavamo un ‘nome casuale’. Solitamente uno stabiliva il nome da attribuire all’altro: Dave era chiamato Ted (the Loaf) ed io Renaldo… successivamente ci ribattezzammo Josef Sneff (Dave) e Hooper Struve (io) che diventarono i nostri alter-ego nel titolo della nostra prima uscita discografica.
Il paleontologo e scoprire i resti dei dinosauri.
Sono un realista. Mi sa che se ti credi pessimista non possono capitarti che disgrazie.
Sì mi annoio con estrema facilità ma attraverso la tolleranza e la pazienza che gli anni mi hanno infuso ho dato libero sfogo al dilettante che era in me, sviluppando degli interessi particolarmente eclettici.
Beh, triste a dirsi ma non ci sentiamo da più di quindici anni, dal giorno in cui abbiamo deciso di separarci. Non abbiamo più comunicato da allora e tutte le notizie che ho di lui mi vengo da altre persone. Credo abbia traslocato da Portsmouth un anno per trasferirsi nel Galles. Mi hanno anche detto che recentemente si è sposato. Spero che sia felice. Non so se continui a fare musica.
È alquanto improbabile visto tutto il tempo che è passato; ormai conduciamo vite troppo diverse. La nostra musica nasceva dalla commistione del periodo in cui vivevamo, di come eravamo e la pensavamo allora. Ciò che ci motivò allora, io credo, oggi non esiste più. In quel lontano 1989 non ci lasciammo in maniera amichevole (ma non voglio soffermarmi su quest’argomento)… credo che se ci rivedessimo ora mi sentirei piuttosto teso ma cercherei di sorridergli e stringergli la mano… non ho dubbi che sarebbe… mhhhh… una vera e propria esperienza emozionale.
Realizzare se qualcosa è valido o meno è un problema che può farti uscire di testa se sei abituato a fare musica insieme ad altre persone. Per me è inoltre difficoltoso tirar fuori quella certa ‘energia’ se nessuno mi stimola a dovere; perciò come solista mi descriverei piuttosto pigro; sono altre cose a divorarsi il mio tempo (il mio lavoro e la mia famiglia). Mia moglie era sempre molto comprensiva con me e mi permetteva di sparire per ore al fine di poter lavorare alla nostra musica; ma quando il duo si sciolse i miei figli dovevano ben venire prima di ogni altra cosa e da allora gli ho dedicato tutto il mio tempo libero. Adesso i miei figli hanno 17 e 15 anni e posso ritagliarmi nuovamente del tempo da dedicare alla musica.
Subito dopo la separazione con Dave ho cominciato a comporre del materiale ma con una lentezza tale che, a confronto, il progetto Renaldo And The Loaf sembra prolificissimo. Sono mooolto lento a meno che qualcuno non mi spinga da dietro. Perciò solitamente le uniche cose andate in porto sono collaborazioni o progetti specifici ai quali sono stato invitato. Ho realizzato qualcosa insieme a Frank Pahl degli Only A Mother e Mike Howlett dei Gong mi sta aiutando ad ultimare una canzone.
Non lo pianifico mai; lascio che mi strisci contro e si faccia sentire. Sto lavorando a del materiale con Nolan Cook. Lui ha una pazienza infinita e mi sta praticamente obbligando a terminare una serie di brani per un album solista a nome ‘Renaldo’… ci sto arrivando! Recentemente ho terminato un remake di See My Friend dei Kinks e l’ho pure suonata dal vivo… la seconda volta in 25 anni che mi trovavo on stage. È stata anche la prima volta nella quale ho suonato accompagnandomi a una band: si chiamano Autons e sono di Portsmouth. Li conosco da qualche anno ed è merito loro se mi sono deciso a lavorare sul brano dei Kinks. Avevo elaborato la struttura già cinque anni or sono: mancava solo il cantato e qualche ritocco finale. Suonare con loro in studio e dal vivo è stato troppo divertente e voglio farlo ancora… in una maniera o nell’altra riuscirò a registrare una versione definitiva di quel pezzo.
Mhhh… innovativa… direi, senza soluzione di continuità, Bjork, Kanye West, Missy Elliot, Timbaland, i Gorillaz… oh e non dimentichiamoci dei Crazy Frog! Vabbè, scherzavo naturalmente… mi piacciono anche le tecniche vocali di Tuva (si ascoltino a questo proposito le prodezze della cantante siberiana Sainkho, n.d.a.) e Inuit (canto diplofonico o triplofonico tipico della tradizione liturgica tibetana, n.d.a.)… mi piacerebbe saper dominare quelle tecniche ma credo sia particolarmente pericoloso… ci si può riuscire solo portando al limite la propria capacità polmonare e vocale.
Per me la loro incredibile carriera è ben sintetizzabile con l’espressione a curate’s egg; sai che significa? In inglese vuol significare ‘buona a tratti alterni’. Nutro un rispetto estremo per le loro opere e anche la loro produzione più recente continua a suonarmi tra le cose migliori che hanno fatto. Ma intendo anche dire che nessuno può dirsi onestamente soddisfatto di tutto ciò che hanno registrato -inutile dire che questo lo sanno anche i Residents stessi-; il tempo passa, cambiano le attitudini: certi lavori sopravvivono all’usura del tempo e altri meno. Io li ho ascoltati a partire dal 1978; mi sono avvicinato alla loro poetica attraverso gli EP Duck Stab/ Buster & Glenn e poi con Not Available… questi sono i miei titoli preferiti. Mi piacciono nei loro pezzi più allegri e irriverenti mentre le cose più seriose non mi convincono particolarmente. L’ultimo Animal Lover m’è piaciuto al primo ascolto mentre ho avuto più difficoltà col precedente Demon Dance Alone… ma sono entrambi due prodotti assai validi. Non mi entusiasmano invece certi remix più recenti… secondo il mio orecchio credo avrebbero potuto trasmettere un feeling ‘ballabile’ anche senza restare ingabbiati in strutture ritmiche invero convenzionali. Sono dei maestri in fase di produzione e decisamente brillanti quando si tratta di sovrapporre orditi sonori inusitati, perciò attendo con fervore ogni loro nuova pubblicazione.
La possibilità di stupirsi.