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R.E.M.

di Stefano Solventi e Antonio Puglia

 

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cover
  • How The West Was Won And Where It Got Us
  • The Wake-Up Bomb
  • New Test Leper
  • Undertow
  • E-Bow The Letter
  • Leave
  • Departure
  • Bittersweet Me
  • Be Mine
  • Binky The Doormat
  • So Fast, So Numb
  • Low Desert
  • Electrolite

New Adventures In Hi-Fi (Warner, 1996)

di Stefano Solventi

Non scorderò quella sera al Palasport di Casalecchio. Per una serie di ragioni: perché era la prima volta che vedevo i R.E.M.; per la faccia sbigottita di Gaetano Curreri (sì, il leader degli Stadio) alla fine del concerto, la faccia di chi davanti al mare capisce che solcarlo non significa capirne il segreto; infine, perché la notizia dell’aneurisma che colse Berry tre giorni più tardi m’insinuò il sospetto d’aver assistito a qualcosa di irripetibile. Invece, per fortuna, Berry si riprese in fretta. Tornò a suonare e lo fece fino al ’97, l’anno in cui abbandonò la band e l’attività. In tempo comunque per porre la firma su New Adventures In Hi-Fi, ultimo opus dei R.E.M. in formazione originale: non è l’unico motivo che rende speciale questo disco, alieno alla curva evolutiva del gruppo, come una parentesi aperta e subito richiusa, l’estemporanea di un eccesso di vita.

Fu registrato perlopiù durante i sound check di Seattle, Philadelphia, Boston, Phoenix, Detroit, Memphis, Atlanta, insomma dove li portava l’Aneurysm Tour (notare l’esorcistico umorismo). Al bisogno, andava bene anche il camerino, come nel caso della strumentale Zither, un miraggio desertico che fa pensare a dei Calexico nel torpore del risveglio. Volendo, potremmo considerare New Adventures una sorta di diario, dalla calligrafia impulsiva e imperfetta, i contorni rabberciati, la voce di Stipe costantemente sul punto di capitolare. Un cogliere l’estro al volo, senza preclusioni né riguardi, ancora caldo del suo habitat naturale. Forse per questo - perché non si aspettava dalla band più celebre e ricca una partita tanto scabra - il mondo rimase interdetto. Qualcuno parlò di crisi, altri – tra cui molti colleghi – la buttarono sull’etica professionale (!) gridando al peccato d’incompiutezza. Cazzate.

Innanzitutto, su quattordici tracce almeno cinque sono clamorose: il folk saltellante di New Test Leper, valzer che scivola su spuma di chitarra, singulti jingle-jangle e una perenne insidia elettrica; il conato Paisley coi distorsori a manetta di So Fast, So Numb; la trepida E-Bow The Letter, allucinazione di mellotron, moog e sitar elettrificati (!) cui Patti Smith nientemeno presta voce iconica e laconica; l’iniziale How The West Was Won And Where It Got Us, oppiaceo errebì tra intrecci di corde, synth, piano, cori western e bozouki; e infine Electrolite, perché questa tenerezza macchiata d’inquietudine, la fragranza sconcertante del violino e del banjo, la semplicità con cui le percussioni, la chitarra ed il piano trascinano quel boccio di melodia, tutto è viva carne R.E.M..

Il resto del programma regala trasporto e divertissement in egual misura, dal glam torrido di Departure e The Wake Up Bomb al romanticismo strizzacuore di Be Mine, dal cuore tra le rapide di Bittersweet Me al ring allarmante di Leave, dagli arzigogoli per fuzz & farfisa di una scriteriata Binky The Doormat fino alle torride fatamorgane di slide e hammond in Low Desert. Di ogni strumento, di ogni voce, la fibra naif e il fantasma distorto, la grana verace e l’eco gelida. Insomma, i R.E.M. sembrano consumare un rito di passaggio verso dove non potranno essere più gli stessi, sapendo bene tanto l’inevitabilità dei cambiamenti che i costi da pagare. Quindi ci regalano una confessione febbrile, mostrandoci la potenza conseguita dal loro fare rock assieme agli ultimi brandelli di – ingenua, rude, toccante - immediatezza. Per tutto ciò, amo irrimediabilmente questo disco. E lo odio. 

Cover
  • Leaving New York
  • Electron Blue
  • The Outsiders
  • Make It All OK
  • Final Straw
  • I Wanted To Be Wrong
  • Wander Lust
  • The Boy in the Well
  • Aftermath
  • High Speed Train
  • Worst Joke Ever
  • The Ascent of Man
  • Around the Sun

Around The Sun (Warner, 2004)

di Antonio Puglia

Se ve lo stavate ancora chiedendo, sì, Around the Sun dei R.E.M. è un disco dichiaratamente politico. Un disco che, come ampiamente anticipato a mezzo stampa durante i mesi di lavorazione, vuole anzitutto sensibilizzare le coscienze degli americani in vista delle elezioni del prossimo 2 novembre; proprio come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore o l’intera operazione Vote for Change, il tour di superstar della musica a stelle e strisce guidato da Bruce Springsteen al quale, ovviamente, Stipe e soci hanno aderito (il video dell’apripista Leaving New York non lascia perplessità sul messaggio sottinteso: Change).
Non è certo il caso, almeno in questa sede, di entrare in territori tanto spinosi, o discutere sul valore, l’efficacia, l’opportunità stessa di tali manifestazioni da parte del mondo dello spettacolo. Comunque sia, la chiara e netta presa di posizione dei R.E.M. intorno alle problematiche attuali del loro paese non va letta come un’opportunistica mossa dell’ultima ora: l’impegno politico è presente nella loro musica sin da lavori come Lifes Rich Pageant, Document e Green, tutti risalenti alla controversa era reaganiana (come dimenticare, per esempio, una Exuming McCarthy?); era quindi inevitabile che gli avvenimenti degli ultimi tre anni influenzassero, anche pesantemente, il nuovo lavoro del gruppo di Athens.
E’ stato necessario evidenziare questo aspetto perché, senza una doverosa premessa, Around the sun può anche risultare un ascolto estenuante, se non addirittura sconfortante. La voluta omissione di brani di sicuro impatto in favore di ballate malinconiche - che, secondo le intenzioni della band, vogliono esprimere in pieno il mood post-tragedia imperante nell’America di George W. Bush - si traduce in una monocromia di fondo, in una piattezza che tende irrimediabilmente a scoraggiare l’ascoltatore. A questo punto sembra evidente che stavolta, più che in passato, il contenuto abbia condizionato la forma; ed è quindi in un certo senso naturale che, per rendere appieno l’oscurità dei nostri tempi, il modello su cui i R.E.M. hanno plasmato le nuove canzoni non sia tanto la radiosa maniera di Reveal - che tuttavia sopravvive nell’impianto strumentale, in un suono iperprodotto memore tanto del wall of sound spectoriano (Worst Joke Ever) che di inevitabili Beach Boys e Beatles (Wanderlust) - quanto le melodie tristi e l’elettronica vintage piuttosto di Up (rievocato un po’ in tutte le tracce, particolarmente in Electron Blue e High Speed Train). Le sonorità che in passato hanno canonizzato il suono dei R.E.M. tornano solo a sprazzi, come in I Wanted to be wrong (a metà tra Green e Automatic for the people), Boy in the well, la dylaniana Make it all Ok e Aftermath (costruita sul fortunato ed abusato canovaccio di Fall on me); fa un po’ storia a sé The Outsiders, che vede l’ospite Q-tip (ex A tribe called quest) in un cameo hip hop che ha ben poco a che vedere con le precedenti incursioni in quel campo (il funky solare di Radio Song da Out of Time, col rapper Krs One come special guest).
A conti fatti, niente di (particolarmente) nuovo sotto il sole, con la possibile aggravante per Stipe e soci di suonare monocordi, retorici, in altre parole vecchi.
Tutto da buttare, allora? No, per fortuna. La sensazione finale dopo l’ascolto è che, nonostante tutto, il bersaglio sia stato colpito, anche se di striscio: una melodia semplice ma calzante (l’intreccio di parti vocali del singolo Leaving New York), una particolare frase che condensa tutto lo spirito del disco ("Hold on world cos you don’t know what’s coming", dall’emozionante title track), certe modulazioni vocali (l’inedito soul di The Ascent of man), tutti piccoli elementi che subdolamente sedimentano nel subconscio e fanno crescere il disco ascolto dopo ascolto; e soprattutto una gemma come Final Straw, un country folk travestito di elettronica, a metà tra il flusso di coscienza dylaniano e le visioni acide di Tim Buckley, con uno Stipe appassionatissimo ("As I raise my head to broadcast my objections/As your latest triumph draw the final straw/Who died and lifted you up to perfection/And what silenced me is written into law".. il destinatario di queste parole si può individuare facilmente). Basterebbe solo questo per dimostrare che, quando impugnano le armi a loro più congeniali senza impantanarsi nelle paludi della retorica, i R.E.M. sanno ancora colpire dritti al cuore ed emozionare. Che è esattamente quello che ci si aspetta da musicisti sinceri come loro. (6.2/10)

Cover
  • Living Well Is the Best Revenge
  • Man-Sized Wreath
  • Supernatural Superserious
  • Hollow Man
  • Houston
  • Accelerate
  • Until the Day Is Done
  • Mr. Richards
  • Sing for the Submarine
  • Horse to Water
  • I'm Gonna DJ

R.E.M. - Accelerate (Warner, 1 aprile 2008)

di Stefano Solventi

Difficile tentare di spiegare perché il ritorno al futuro dei R.E.M. può dirsi tutto sommato riuscito. Difficile per non dire antipatico, perché poi magari vien voglia di fare confronti con importanti band pari età. Lasciamo stare. Limitiamoci ad entrare nel merito di questa ultima fatica del trio di Athens.

In primis, come tutti saprete, i propositi avant-pop avviati con l'ottimo Up finiscono tra le ortiche. Sarà per gli esiti non sempre brillanti conseguiti in Reveal e Around The Sun, oppure sarà - come dichiarano essi stessi - la rinnovata urgenza dettata dai tempi che corrono. Quale che sia il metaforico viagra, il qui presente Accelerate non suona affatto come un album di mezza età. Il piglio è fin da subito impetuoso in sella al basso impellente e alle chitarre rifratte, ruvide, sfrangiate. Tu chiamalo se vuoi hardcore quel puntare al sodo senza sconti di Living Well Is The Best Revenge, che gli Hüsker non sono poi così lontani, mentre la successiva Man-Sized Wreath impasta wave, errebì e psichedelia con estro incandescente e acidulo che sembra spiovere in diretta da Green.

Adrenalina per adrenalina, mettete in conto quella Horse To Water che potrebbe passare per una Catapult ancora più a rotta di collo e chitarre unghiose, così come la title track che mescola distorsione controllata e pungolo wave tipo - chessò – i beneamati Sound, senza scordare ovviamente il singolo Supernatural Superserious col suo jingle jangle birbone altezza - più o meno - Document.

Sono insomma quella mischia di vecchio e nuovo che ti aspetteresti in casi del genere, compresa la gara ad imitare se stessi – titolo virtuale di questa recensione: Imitation of R.E.M. - che se da una parte intristisce (a pensarci bene, è la prima volta che gli accade) dall'altra bisogna ammettere che… gli riesce piuttosto bene. Ferma restando la collaudata sensazione di genuinità, che a questi livelli di fama è una specie di miracolo (a pensarci bene, con loro è la regola).

Per dire, se Houston da un lato sembra limitarsi a cicatrizzare le diverse inquietudini targate New Adventures In Hi-Fi e Fables Of The Reconstruction, possiede altresì una "febbre civile" come minimo dignitosa (oltre ad un hammond dall'acidità quasi Nick Cave). Viceversa, una Sing For The Submarine incapriccia valzer, e-bow ed ectoplasmi Beach Boys mirando all'etera solennità di Up con però una scrittura vacua come i peggiori momenti di Around The Sun, riparando in eccessi d'arrangiamento che d'altronde ci possono stare con un produttore come Jacknife Lee (già al lavoro con Editors e Kasabian).

Tanto per celia aggiungiamo che la voce di Stipe suona benissimo con le sue rughe nuove di zecca pasturate a nicotina (evidenti in Hollow Man) e che I'm Gonna DJ provocherà sorrisetti di sufficienza con le sue moine da cuginetta bizzosa di Pop Song'89 che flirta con la matura It's The End Of The World. Poco più di mezz'ora in fin dei conti, nessun calo di tensione, pochi i picchi, discreto il peso specifico: nella ragguardevole discografia di questa adorabile band, Accelerate non si colloca certo in prima fila, ma è di quei titoli che scalpita e sgomita per guadagnarsi gli altoparlanti. (6.5/10)