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Primal Scream

di Gianni Avella, Edoardo Bridda

 

 

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Cover
  • Movin' on Up
  • Slip Inside This House
  • Don't Fight It, Feel It
  • Higher Than the Sun
  • Inner Flight
  • Come Together
  • Loaded
  • Damaged
  • I'm Comin' Down
  • Higher Than the Sun
  • Shine Like Stars

Screamadelica (Creation, 1991)

di Gianni Avella

I primi passi dei Primal Scream furono dei revivalistici ed innocui omaggi alla santa trinità pop Love/Beach Boys/Byrds (una volta tanto non c’entrano i Beatles), tanto di moda nel biennio 1985/86 (e battezzata dal New Musical Express come generazione C86). Quelli erano giorni in cui Bobby Gillespie si divideva tra Jesus & Mary Chain (è lui dietro i tamburi di Psychocandy), e la sua creatura Primal Scream.

Il tempo di qualche singolo e due apprezzabili album per poi arrivare alla svolta: principio degli anni ’90, i Primals, che nel frattempo si sono accasati presso la Creation dell’amato/odiato Alan McGee, incontrano un dj londinese, tale Andrew Weatherhall, che propone al gruppo di remixare la loro I’m Losing more Than I’ll Ever Have (contenuta nel loro secondo album omonimo), tutto questo mentre a Manchester (anzi, Madchester!) Shaun Rider infiammava l’Hacienda dell’amico Tony Wolson con una scaletta a base di Pills’N’Thrills And Bellyaches. La scena è calda, Gillespie vede in Weatherhall la svolta del suo gruppo.L’anno fatato e il 1991: arriva nei negozi Screamadelica, in poche parole, snodo fondamentale per la musica del secondo e terzo millennio. Album di musica totale perché qui tutto è totale.

Al suo interno si trovano Rolling Stones e Beach Boys, rigurgiti New Order, dub, house, cartelle e sottocartelle di generi che si mescolano e convivono in totale libertà. Un lavoro di squadra che vede Weatherhall in compagnia degli Orb e dell’ex producer dei Rolling Stones Jimmy Miller. Proprio quest’ultimo mette le mani su Movin’On Up regalandoci una Sympathy For The Devil (che gioca a fare Oh, Happy Day…) per le generazioni future, uno di quei pezzi che sai l’inizio ma ne ignori la fine. Slip Inside This House comincia a chiarire le idee sul nuovo corso: drum machine e basso a calcare la battuta, ora si comincia a (s)ballare sul serio; Don’t Fight It, Feel It è un anthem house impossibile da resistere, Higher Than The Sun strizza l’occhio ai New Order ma puntando al futuro, stesso dicasi per i ricordi a là Beach Boys di Inner Flight. Come Together profuma di dub, ma è la somma algebrica Primal Scream/Weatherhall a fare di Loaded la chiave del crossover totale: groove, cori gospel, fiati, chitarre Hendrixiane, quasi ci si commuove per come sfila. Damaged è una dolce ballad per chitarra, piano e voce, in I’m Coming Down svetta un sax, mentre nel reprise di Higher Than The Sun a svettare è il basso dell’ex P.I.L. Jah Wobble, con la docile Shine Like Stars posta come chiusura del tutto.

Anno fatato dicevamo, infatti, quello fu l’anno del colosso (sempre su Creation) Loveless ad opera dei My Bloody Valentine di Kevin Shields (che raggiungerà Gillespie negli stessi Primal Scream) remixati poi, guarda caso, dallo stesso Weatherhall nella loro Soon. Quasi come a chiusura di un cerchio….

Cover
  • Country Girl
  • Nitty Gritty
  • Suicide Sally & Johnny Guitar
  • When The Bomb Drops
  • Little Death
  • The 99th Floor
  • We're Gonna Boogie
  • Dolls (Sweet Rock And Roll)
  • Hell's Comin' Down
  • Sometimes I Feel So Lonely

Riot City Blues (Columbia, 5 giugno 2006)

di Edoardo Bridda

Se parliamo di dar via ciò che si ha di più caro, i Primal Scream sono senz’altro i numeri uno. Per la loro ultima prova discografica, la band screamadelica è tornata dalle parti di Give Out But Don't Give Up (contestatissimo disco del 1994, figlio dei Rolling Stones jaggeriani post Brian Jones), componendo dieci canzoni al confine tra il blues rock e l’hard rock, prostituendosi così alla vecchia, indissolubile e sempiterna, trinità sessantottina.
In tutto ciò, nulla di meglio che vendersi l’anima con un singolo – Country Girl, punk song radiofonica con coro ultra ruffiano che manco Jagger (o Bon Jovi, fate pure), e niente di più sincero che festeggiare, again and again, gioie e bagordi di una sincera carriera da eroinomani, tanto ricca di decibel quanto di donne (la Kate nazional-britannica su tutte) e svarioni che più rock non ce n’è ("Christ on a cross with a loaded gun” recita una strofasoltanto Ozzy avrebbe potuto fare di meglio).

Il resto del disco oscilla tra blues urbani elettrificati d’ordinanza, a piedi come in treno (Nitty Gritty, Hell’s Comin’ Down – con il cameo di Warren Ellis – e Boogie Disease), smozzichi di sigarette New York Dolls comprate su E-Bay (Suicide Sally & Johnny Guitar e Dolls), ricalchi Black Rebel Motorcycle Club (When The Bomb Drops, con Will Sergeant degli Echo & The Bunnymen) e ovviamente omaggi a Morrison, le cui visioni sciamaniche ritornano in Little Death, un tossico sguardo sull’Arizona con ospite la suicide girl di turno, Alison Mosshart (la lei dei Kills). Convincono di più intensità e wildness, come il cow-punk à la Gun Club di The 99th Floor e il gospel pastorale in chiusura, Sometimes I Feel So Lonely,con la – pur sempre  bella -  voce di Bobby Gillespie in primo piano.
Registrato live in dieci giorni agli Olimpic Studios di Londra, Riot City Blues è semplicemente un divertissement di chi se lo può permettere. C’è molto meglio da comprare in giro, ma se il feticismo è rock, portatevelo a casa, vi divertirete per un po’. (5.5/10)