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(Some Italian) Post-Punk

di Gaspare Caliri e Stefano Pifferi
Nell’era del revival new-wave, la neo-rinata Spittle Records ristampa due raccolte dei primi anni 80. Il solito ritorno alle origini del post-punk anglosassone? No, la sua versione tutta italiana, tra emuli della prima ora e tracce di nostrana pionieristica inventiva. Tanto che, con perfetto tempismo, la Alma dedica un generoso box ai Frigidaire Tango. Alla faccia di Simon Reynolds.

Sfogliando l’ultimo libro di Simon Reynolds, Post-Punk – di cui presto parleremo –, si nota un’assenza. In fondo al libro, Reynolds aggiunge un’appendice dedicata alle scene nazionali che esulano dal circuito principale trattato nelle pagine precedenti, cioè il Regno Unito e gli USA. Ovvia la necessità di trattare la Germania, come forse anche il Brasile (lo dimostra una compilation funky-no-wave della solita Souljazz Records), meno ovvie altre inserzioni. Ma dall’elenco manca l’Italia. I casi sono due: o la scena nostrana era davvero povera, oppure Reynolds non ne ha parlato semplicemente perché non ne conosce i tratti con la stessa (impressionante) dovizia di particolari con cui domina le altre.
Sarà un caso ma sono appena usciti due dischi che, a questo proposito, non ci possono lasciare indifferenti. Li produce la Spittle Records, etichetta di culto vent’anni fa, quando pubblicava vinili (spesso a tiratura limitata) di wave, dark e EBM – oggi ricostituitasi, nella speranza di uscire dal tunnel del dimenticatoio; per farlo ci consegna questi due CD con tanto di gustosi booklet farciti di recensioni e riflessioni che fanno gola ai proseliti di Simon.
Si tratta infatti di due compilazioni d’antan (all’epoca uscite su Electric Eye) promosse e raccolte dal Rockerilla dei primi ’80, che rappresentarono il “punto” di quel rock italico che rifiutava la catacresi commerciale e cantautorale che narcotizzava la musica tra 70 e 80 – come fa anche adesso. Indirizziamo il pensiero ad allora. In Italia esistevano molte ragioni per agognare una svolta musicale; se altrove il mostro da combattere era la old wave del “rock”, da noi gli avversari consistevano anche nei prosecutori della tradizione napoletana (nel miserrimo travestimento sanremese, tra gli altri), che diramava le sue propaggini secolari spacciandosi con le varie forme del “pop”. L’unica valida alternativa era stato il progressive. Ma ricordiamoci che, ancora nel 1979, la PFM faceva gli arrangiamenti ai concerti di De André. Brava gente, per carità. Ma vecchiume.

Pankow

Già qualche anno dopo, tuttavia, nell’autunno del 1982 – quando esce Gathered, la prima delle due raccolte che recensiamo – qualcosa è avvenuto. Il punk, certo, ma non solo. Lo testimonia la scelta dei titoli della compilation, che non ricade strettamente nel bacino del punk, ma nelle vicissitudini che gli sono succedute, chiamatele post-punk o new wave, poco importa.
Il motivo è sicuramente cronologico – pur essendo l’Italia in patologico ritardo, dall’esplosione londinese sono comunque passati sei anni. Ma il punk ha fatto in tempo a ritagliarsi un ruolo definito, ovvero quella militanza fuori partito e anti-istituzionale, alla maniera dei Crass, che lo rende appannaggio del conflitto sociale, meno che della ricerca intellettuale - prerogativa, invece, del post-punk.
Nell’indifferenza generale dei mass media, fanzine come Rockerilla sentono invece la missione di provare un serio giornalismo musicale, in modo da sostenere lo sviluppo della scena italiota e promuoverne l’ascesa a livello internazionale. Con queste premesse, è lecito supporre quanto una tale rivista avesse meno a cuore una battaglia sociale rispetto a un suono nuovo.
Gathered è così dedicata alla nuova ondata di gruppi che sono riusciti a conquistare una certa notorietà (seppure nell’underground) e che si possono già dire “rappresentativi”. La prima conseguenza è l’impressione, al primo ascolto odierno, di una scopiazzatura generalizzata dei modelli inglesi o americani. Ma facciamo finta, per un momento, di uscire dai postumi della sbornia del revival new-wave degli ultimi anni; proviamo a insinuarci nella profondità del tempo. Diversi ci appariranno, questi gruppi, se pensiamo che sono stati tra i primi a importare punk e new wave esteri. Se proprio non vogliamo chiamarli pionieri, cerchiamo ci capacitarci dell’impatto di novità che hanno provocato, soprattutto nei live; dal vivo (ovvero nel modo più fruibile) questi musicisti hanno lavorato a un minimo comune denominatore da cui avere la possibilità di ripartire, condicio sine qua non della creatività, purché senza tradizione italiana, grado zero di una nuova stagione musicale.
Così tornando a Gathered, ha un sapore diverso pensare al suo sguazzare nel funk bianco e nel mondo dei Joy Division – e soprattutto della voce di Ian Curtis. Venice degli State Of Art sviluppa su una base funk newyorkese una parte vocale che sarebbe stata perfetta per il Curtis dell’immediato dopo-Warsaw. Stesso discorso per gli X-Rated (Tokyo Alert). I Victriola hanno chitarre più che imparentate ai Cure di Faith. La cantante degli Style Sindrome ricorda, senza nessuna difficoltà, la solita Siouxsie.

Not Moving

Di mezzo agli emuli, però, ci sono già lampi estranei dall’andazzo. I Not Moving, con un rockabilly da thriller eroinico (Baron Samedi) su tastiere elettroniche (e vi pensiamo, o Suicide). O addirittura i Death SS, gruppo heavy-metal bafomettiano – ed è interessante notare come l’atmosfera oscura li facesse confluire in un paragone con lo standard dark, già allora assestato. E poi Haiti Blues, il witz jazz-wave degli Eazy Con, che ripete un’idea del sassofono (memore di Sonny Rollins) sopra una drum machine e una calda voce transgender. I Pankow. E, per concludere, i Dirty Actions, tra le prime band ad affacciarsi al post-punk, con una particolarità: cantano la loro Bandana Boys nella lingua di Dante.

Quest’ultima nota fece storcere il naso a Campo, Sorge e soci. La prima forma di appaiamento con gli anglosassoni, infatti, doveva essere la lingua; troviamo, tra le recensioni di allora, parole inglesi e non più ridicoli inglesismi, e, a proposito di casi come quello dei Dirty Actions, qualche recriminazione linguistica – a sfavore dell’italiano – da riscattare con la musica. Lo stesso atteggiamento accolse due delle band che spostarono il baricentro di interesse da Genova a Firenze, Diaframma e Litfiba, le due componenti più famose (col senno di oggi) che compaiono su Body Section, la seconda uscita che trattiamo. È passato solo un anno, da Gathered (siamo alla fine del 1983) – ma quel grado zero di cui sopra è stato raggiunto e superato, e si provano le varianti – tanto che, in un’intervista, i Rinf (tra le cose migliori di questa compilation) arrivano a dichiararsi “disgustati” dal fatto che tutti si limitassero a fare funky.
Ma, insieme al funk, Body Section perde anche un po’ di freschezza. Divisa in due parti – la “Blue Section”, più “soft”, e la “Red Section”, più sperimentale – segna l’ingresso di una pesantezza di layer, synth, e quelle che sarebbero diventate le “solite tastiere”. Il post-punk si sta tramutando in dark-wave (è il caso di Vanity Fair dei Frigidaire Tango – di cui parliamo più in basso, oppure di Dreamtime Comes dei Kirlian Camera); già si affaccia il synth-pop (si ascoltino i Jeunesse D’Ivoire di A Gift Of Tears, per avvertire il passaggio, o i Modo di Eyes In The Mirror, per il punto di non ritorno).

Diaframma

Rimane, certo, la tensione, la perturbazione delle idee; lo è il boogie violento dei Vov Rei, dal titolo Fear, che sembra uscire dritto dai Bauhaus di In The Flat Field – dopo un’intro alla Spacemen 3 (!). E, sopra a tutti, si stagliano le costruzioni dei Die Form (anima della “Red Section”), presentati come miscela industriale che ricorda Sheffield tanto quanto le parabole schizzate del  Pop Group. Ciò che sembra spazzato via è la veemenza irriflessa del punk; ciò che si fa strada è la raffinatezza.
Che sia questa la strada dell’emancipazione, dopo la dovuta assimilazione ai padri – anzi, ai fratelli più grandi? Come ogni generalizzazione, è pronta la smentita. Siamo nel 1983. L’anno dopo (ma si stavano già muovendo) arriveranno i CCCP, rimasti zitti fintantoché non hanno avuto in mano la formula prettamente italiana – anzi, emiliana – del punk mitteleuropeo. E si creeranno nuove affinità, nuove divergenze. Ma ci vorrebbe un’altra compilation, per parlarne. O chissà, magari un boxset…

 

Frigidaire Tango – The Freezer Box – The Complete 1980-1985 (Alma Music / Materiali Sonori Associated, 2007)

di Stefano Pifferi

La fine dei ’70 e gli inizi degli ’80 furono vissuti in Italia con lo stesso spirito pionieristico col quale si muovevano i conquistatori del Far West. L’Italia era bombardata da voci di un “tesoro” nascosto al di là dei confini musicali ristretti e conformisti della penisola; i messaggi che arrivavano da oltremanica (e in misura minore da oltreoceano) creavano aspettative non più sopportabili passivamente. Troppo forte era l’eco di un nuovo movimento che sfruttava l’onda lunga del punk. Troppo forte era il richiamo della nuova onda.
Fu così che alcuni temerari avanguardisti intrapresero un difficoltoso percorso tra ‘zines autoprodotte, massoniche release in vinile o cassette e una grossissima dose di incoscienza.
Crebbe così una generazione che, nutrendosi degli insegnamenti sostanzialmente punk (il d.i.y. innanzitutto, ma anche l’idea di una musica di e per tutti), preparò il terreno per tutto il rock a venire, coniugando quella volontà espressiva in forme artistoidi, avanguardistiche, a volte raffinate.
Frigidaire Tango appartennero a quella stirpe di pionieri dai nomi stravaganti (Gaznevada, Confusional Quartet, ecc) e dall’appeal esotico (Diaframma, Litfiba, Neon, ecc). E come molti di quei pionieri anch’essi ebbero una vita tanto breve quanto intensa. Diedero alla luce un album compiuto e poco più, parteciparono a molte delle prime compilation che inondavano il mercato italiano tentando di fotografare un mondo in divenire (vedi appunto Body Section e Gathered) e furono protagonisti di numerosi, incendiari live (di cui uno come supporto ai Sound).
Questo lussuosissimo box rimette ordine nella frammentata esistenza del gruppo di Bassano del Grappa e si inserisce in una linea di riscoperta delle origini dell’Italia waves molto trasversale che ha visto finora riesumati in ottimi box gruppi fondamentali come Neon, Pankow ecc.
In The Freezer Box sono raccolti praticamente tutti i passi ufficiali del gruppo veneto. Nel primo cd troviamo l’unico album ufficiale The Cock (Young Records, 1982), impreziosito da un paio di inediti (Don’t Kill Time e This Days ’78); nel secondo il mini-lp Russian Dolls (FT, 1983) più il materiale inedito che avrebbe dovuto formare il mai pubblicato secondo album. Nel terzo cd infine si ha la possibilità di apprezzare i live del gruppo: in primis il concerto tenuto alla Biennale Mediterranea del 1985 in quel di Barcellona, più vari altri pezzi registrati in diverse occasioni. Ad impreziosire il già appetibile box, contribuisce un bel booklet di 50 pagine con foto, cronologia, discografia e testi. Vivamente consigliato sia per riscoprire un gruppo che come pochi altri era riuscito a condensare in sé il mondo che dai Roxy Music andava fino al Pop Group, passando per i Joy Division, sia per comprendere le dinamiche di un periodo tanto ingenuo quanto vivace e prolifico. (7.0/10)

  • Neon 1102
  • Neon 1039
  • Neon 0610
  • Neon 0712
  • Neon 0554
  • Neon 0650
  • Neon 0832

Neon – Oscillator (Spittle, 2008)

di Gaspare Caliri

Onde e oscillazioni, insistenti, durature, ipnotiche, oscure. La si può fare semplice; eppure lo stupore (e perplessità) di chi presenziò al Bananamoon di Firenze in quell’inverno 1979 rende necessario un discorso un po’ più complesso.

Reset. Un’etichetta di ristampe può agire per alcune vie. Può opportunamente rimettere in circolazione cose esaurite dai cataloghi, oppure fare della ricerca, e attuare dei meccanismi di associazione inedita tramite la ripubblicazione; oppure ancora, può incaponirsi su una scena, e risfoderarla. Sapete già, se ultimamente siete stati attenti, quale scelta ha fatto la Spittle Records; ma oggi andiamo un po’ oltre il manifesto programmatico dell’etichetta filo-post punk italiano. Oscillator dei Neon è infatti un preziosissimo ritorno, sì, ma soprattutto una nuova possibilità di conoscenza che ovvia finalmente a una cassetta irrecuperabile – a documentare la prima apparizione dal vivo del duo proto-industrial dal nome luminescente e artificiale, prima ancora del suo primo singolo; una fotografia con almeno due punti di forza. Il primo filologico, anzi metafilologico, cioè di una filologia di secondo livello. Già allora si faceva una operazione di modernariato, andando a pescare dal kraut più oscuro e meno “suonato”, attraverso il synth analogico d’annata, “rinnovato feticcio post-punk”, come afferma giustamente Vittore Baroni nello splendido articolo contenuto nel booklet. Lo si faceva in Inghilterra, con pose mitteleuropee a sperimentare le possibilità delle paste sonore di quegli oggetti borborigmatici – un nome su tutti? I Cabaret Voltaire, come dimostrano le raccolte delle loro prime produzioni.

Ma a quanto pare questo avveniva, tra Settanta e Ottanta, anche a Firenze, capitale insospettabile per altri versi; pensate che, a sostegno della natura proto - di questa uscita, la registrazione fu curata da Massimo Michelotti e Maurizio Fasolo, di lì a poco – con Alex Spalck – più noti col nome Pankow… Ma un altro valore indiscusso di Oscillator è la trance indotta da questa musica, minimalista nel senso – solito, per certi ambienti – che va da Tony Conrad alle micro-wave dei Novanta. Un magma immaturo che ribolle lento in lunghe tracce che mai iniziano e mai finiscono, ma avvengono, ambientali e protagoniste insieme, come una prova ingegneristica che rivela il suo impatto musicale. Onde e oscillazioni… (7.5/10)