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Orange Juice/Edwyn Collins

di Teresa Greco
Gli Orange Juice precursori pop eighties su Postcard e il loro leader Edwyn Collins, ritornato con il sesto album solista.

 

  • Falling And Laughing
  • Moscow
  • Moscow Olympics
  • Blue Boy
  • Love Sick
  • Simply Thrilled Honey
  • Breakfast Time
  • Poor Old Soul Pt.1
  • Poor Old Soul Pt.2
  • Louise Louise
  • Three Cheers
  • (To Put In A) Nutshell
  • Satellite City
  • Consolation Prize
  • Holiday Hymn
  • Intuition Told Me Pt.1
  • Intuition Told Me Pt.2
  • Wan Light
  • Dying Day
  • Texas Fever
  • Tender Object
  • Blokes On 45

Orange Juice - The Glasgow School (Domino, 2005)

di Teresa Greco

Strano il destino degli Orange Juice, capostipiti del pop scozzese e misconosciuti precursori di suoni che diverranno in seguito familiari con Aztec Camera, Smiths, Pastels, la C86 e la Creation.

La compilation The Glasgow School documenta i loro primi passi con la label Postcard Records di Alan Horne, etichetta scozzese dalla vita esigua, per cui incisero anche Josef K e gli australiani Go-Betweens.

Nella Glasgow del ’79 Edwyn Collins e soci (con un passato come band punk, i Nu-Sonics, a partire dal 1976) formatisi alla scuola di Velvet, Byrds, della psichedelia pop dei ’60 e del soul di Stax e Motown, fanno il loro esordio con una serie di fulminanti 45 giri, che fondono pop e jingle jangle, funk e white-soul, con una vena melodica prorompente e inconfondibile. Del punk abiurano la degenerazione nel machismo e l’imperizia tecnica, ponendosene in antitesi fin dal nome (autoironico e in odor di psichedelia) scelto. Preparano un album (Onwards And Upwards) e un singolo (Wan Light) per la Postcard nel 1981, ma sono convinti da un produttore a cercare un contratto con una major, e trovano la Polydor disponibile. Le cose non vanno come sperato e l’album viene rimaneggiato per uscire ripulito nei suoni con il titolo di You Can’t Hide Your Love Forever (Polydor, 1981), cui seguiranno una manciata di dischi, con cui gli Orange Juice conosceranno anche un breve successo commerciale. Il gruppo poi si scioglie agli inizi del 1985 e Collins prosegue, tra alti e bassi, una propria carriera solista. The Glasgow School raccoglie i primi quattro singoli, le B-sides e l’album Onwards And Upwards (uscito solo nel 1992), più il raro Blokes On 45; tutto materiale prima difficilmente reperibile, se non in un paio di compilation ormai fuori catalogo.

La miscela di pop e northern soul, grezzo e anfetaminico, pone le basi del suono indie-pop a venire; Falling And Laughing, il primo 45 giri, è puro jingle jangle, con un basso pulsante e un mood oscuro velvetiano, tra spleen e disperazione. Blue Boy e il retro Love Sick sono gioiellini funky e pop-soul, adeguatamente riscaldati dal crooning di Collins. Il lato più funkeggiante del gruppo sarà poi successivamente esplorato nei dischi per la Polydor, Rip It Up (Polydor, 1982) su tutti. Il chitarrismo che farà la fortuna tra gli altri del giovanissimo Roddy Frame e dei suoi Aztec Camera parte da qui, da queste talentuose tracce, grezze ma irripetibili. Le melodie in stato di grazia di queste canzoni sono pura essenza pop, così difficili da scrivere, dono riservato a pochi eletti, quali gli Orange Juice furono.

Alla “scuola di Glasgow” Collins e compagni furono maestri per le band a venire, creando un’ ideale staffetta, che da loro è passata negli anni di mano in mano, dai Jesus & Mary Chain ai Teenage Fanclub, dai Delgados ai Belle & Sebastian, fino agli ultimissimi Franz Ferdinand, tra gli ideali continuatori di quella fervida scena pop.

  • One Is A Lonely Number
  • Home Again
  • You’ll Never Know
  • 7th Son
  • Leviathan
  • In Your Heart
  • Superstar Talking Blues
  • Li berteenage Rag
  • A Heavy Sigh
  • Written In Stone
  • One Track Mind
  • Then I Cried

Edwyn Collins – Home Again (Heavenly Recordings-EMI, settembre 2007)

di Teresa Greco

Un passato negli ’80 come leader dei prime mover pop Orange Juice su Postcard Records, una successiva carriera solista percorsa tra alti e bassi, una recente malattia grave da cui è riuscito a riprendersi, e ora questo sesto album, Home Again, dal titolo quanto mai significativo, al quale Edwyn Collins aveva cominciato a lavorare poco prima della disavventura.

Di moderno crooner tra soul bianco e songwriting classico trattasi, sulla scia della carriera di un Marc Almond - per fare un nome affine - ma con minore fortuna commerciale. L’album procede tra languori decadenti alla Bryan Ferry d’annata (One Is A Lonely Number), crooning alla Jarvis (Home Again in mood very Gainsbourg), campionamenti negli arrangiamenti alla maniera di un Beck d’annata che canta surreali ballad country-blues spacey (7th Son), e mentre fa il verso a un Elvis virato Cash in Superstar. Il tutto con attitudine autoironica e divertita, come l’ultimo Almond del resto. E non senza le guitar pop song marchio di fabbrica (One Track Mind).

In sostanza, un disco sentito questo Home Again, che non riporta Collins ai fasti del gruppo madre, ma non ne fa neanche un reduce del tempo che fu. Un bel ritorno. (6.8/10)