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C’è una foto di Nico, una delle tante, che letteralmente mi ha stregato: si vede lei di profilo, impegnata alla guida dell’avventuroso pullman che trasportava la carovana dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol verso il Michigan, i lineamenti compresi nello sforzo del compito, la cocciutaggine terrena di chi non si tira mai indietro, la bellezza di ghiaccio e d’avorio e quell’inestricabile groviglio di silenzi nello sguardo: liberi di non crederci, ma è grazie a questa foto se la discografia di Nico ora sta sul mio scaffale, perché della sua voce da sola - granitica, impervia, piena di spigoli lenti e consonanti sostenute - non mi sarei mai innamorato.
Nico nasce in Germania tra il ’38 e il ’41 (è una specie di mistero), vero nome Christa Paffgen. E’ già bellissima quando, ragazzina, tenta la vita di modella, tra Parigi, Ibiza e Roma (dove “frequenta” Alain Delon e compare ne La Dolce Vita di Fellini). A New York incontra Bob Dylan e si assicura i favori di Warhol: la conseguente avventura coi Velvet Underground sarà un sigillo di immortalità.
Nell’incredibile The Velvet Underground and Nico la consideravo più un fenomenale accessorio voluto dal loro geniale manager/artista che un’interprete vera e propria: eppure… Eppure questo Chelsea Girl, il debutto solista (in realtà progettato come soundtrack dell’omonimo film di Warhol), rischio di pensarlo come una delle cose più emozionanti che il rock mi abbia mai regalato.
L’ascolto: non è facile descrivere con parole comuni la leggerezza insinuante di The Fairest Of The Seasons, quell’arpeggio di elettrica rubato a qualche follia d’innamorato tradito e sconfitto (Jackson Browne, anche autore del pezzo), il tumulto affusolato degli archi (John Cale), quella voce che spande colori attoniti mentre scolpisce l’aria divenuta di colpo solida: in mano ad altri sarebbe una bellissima triste canzone, cantata da Nico è invece qualcosa di inspiegabilmente superiore. Con la successiva These Days (ancora a firma Browne) il discorso non cambia, anzi: se della prima ricalca tono e arrangiamento, nel gioco melodico si fa più scopertamente accattivante, e a tratti raggiunge primati di inafferrabile malinconia (vicina in qualche modo ai Belle and Sebastian più diafani e ispirati, periodo If You’re Feeling Sinister, per intenderci).
Little Sister è invece un parto di John Cale e Lou Reed, e mi tremano i polsi solo a scriverli uno accanto all’altro, i nomi di questi due. Spunta una linea d’harmonium dalle retrovie che muove il baricentro dell’attenzione vicino agli scenari di decadenza cosmica dei VU, mentre la nostra sacerdotessa cavalca con autorità l’incedere incalzante di questo meccanismo ultramondano. E’ invece un flauto l’ospite a sorpresa di Winter Song, scritta dal solo Cale, dove se possibile è ancora più evidente il contrasto tra camerismo classicheggiante e attitudine rock.
Ma è in It Was A Pleasure Then che si spalanca in pieno la prospettiva Velvet, a precipizio sulla disillusione e sulle speranze malate di quella fine di decennio, tra inadeguatezze rabbiose e acidità abbaglianti: la voce di Nico è una fuga fragile, una teoria indefinibile di acuti vellutati. La accompagnano fraseggi di chitarra strappati alla logica del senso comune e viole piegate all’inquietudine obliqua di Cale (che qui trova modo di spiegare due o tre cose alla futura estetica “post”).
Altra costola dei Velvet in libera uscita è l’acquarello grigiastro di Chelsea Girl, a firma Sterling Morrison/Lou Reed, bell’esempio di melodia circolare, con una dolcezza disperata a fare da ingrediente segreto, nascosto forse tra le volute tiepide dell’assolo di flauto, forse nella tessitura laterale di chitarra, oppure nell’acuto di Nico che sembra un richiamo raggelato, una sfida alla bonaccia delle emozioni. Si scomoda poi sua maestà Bob Dylan in persona per la stesura di I’ll Keep It With Mine, non a caso la traccia più “folk oriented” e “vendibile” del lotto, con preziosi intarsi d’archi su accompagnamento quasi brioso di chitarra: tanto per chiarire a cosa stava rinunciando Nico in termini commerciali (cosa che sarà soprattutto nei dischi a venire). Si ritorna al buon Jackson Browne con Somewhere There’s A Feather, proseguendo nel solco di un folk dolceagro, gradevolmente struggente, ineffabilmente inutile.
Wrap Your Trouble In Dreams è il regalo di Reed alla ex amante e compagna di viaggio, segnato dal suo tipico taglio di nervi scoperti: un atto di feroce disincanto filtrato dall’etereo distacco di Nico, da quel suo cantare come in assenza di sé. Chiude il programma un brano del grande Tim Hardin, la scheletrica Eulogy To Lenny Bruce: un arpeggio caracollante di elettrica come un carillon arrugginito, la voce di sbieco sul canale sinistro (come per caso, come una triste visione) a svisare su inflessioni da jazz congelato (come una processione di sentimenti nudi, come una confessione silenziosa).
Timbri e vibrazioni diverse, unificate nel sentire opalino di questa grande artista, che per nostra fortuna si volle così e non diversa, non – poniamo – una patinata immagine di sé. I lavori successivi la videro impegnata a definire i contorni di un ego oscuro (The Marble Index, Desertshore) e proiettato in cibernetiche derive (The End), voce nera e senza corpo confinata nella stanza senza porte né finestre dello spleen, già così dark che un decennio più tardi i dark ufficiali – Siouxsie in testa – la eleggeranno loro icona e vestale. Ma Nico era destinata a sopravvivere a se stessa: può sembrare bizzarro per un artista rock morire per le conseguenze di una banale caduta di bicicletta sulle strade assolate di Ibiza, ma pare proprio che sia andata così. Le sue ceneri furono disperse sotto il cielo di Berlino, anno 1988.

" Lei cambiò totalmente la sua immagine. Dall’essere bionda e vestita di bianco, allo scurire i suoi capelli, vestendo totalmente di nero…Visse in un sogno. Ogni cosa che faceva era parte di questo assunto, del fatto che lei ora era una persona diversa. Fu un sogno solitario, dove le amicizie occasionali furono ferite e rinnegate. La natura transitoria di tutto questo contribuì a riempire la sua vita... con questo fascino disperato. Fu un’esperienza così profondamente personale da essere incredibilmente potente”. (John Cale)
Ripercorrere anche solo mentalmente i punti salienti della vita di Nico significa narrare un pezzo significativo della cultura pop. Un’aliena bionda, che strinse sodalizi importanti, sia sul versante sentimentale che su quello artistico. Il più importante di questi, o comunque il più influente, fu sicuramente John Cale. Andy Warhol impose la presenza dell’algida modella ai Velvet Undergroud, con il risultato che Lou Reed, in particolare, le mostrò ben poco simpatia, impedendo che sull’esordio, i pezzi marchiati dalla sua voce fossero più di tre. Il feeling, invece, si trovò con John Cale, il più avanguardista e compositore dell’ensemble. E’ grazie alla mano di Cale, che Nico riuscì a realizzare i suoi dischi solisti, in particolare i lavori della “trilogia gotica”: The Marble Index, Desertshore e The End.
Desertshore è appunto il secondo tassello del mosaico. Un lavoro che prende le mosse da Marble Index, ma congela quella prassi musicale in un formato, in un’idea di musica della disperazione. Gli arrangiamenti ridotti all’osso, il canto algido e pietrificato, l’umore decadente, la malinconia che si fa dolore, sono tutte caratteristiche che contribuiranno a diffondere un ritratto di Nico, agli antipodi rispetto all’immagine glamour dei suoi esordi.
Il disco, prodotto e arrangiato da John Cale, con il contributo importante di Joe Boyd (Fairport Convention), ha tutt’ora lo status del classico senza tempo, perché senza tempo sono i riferimenti che lo alimentano: i lied romantici, la musica da camera, i madrigali medievali. Eppure se il solo pregio del disco fosse stato quello di lavorare su canoni musicali vecchi di secoli, allora avremmo avuto soltanto un valido esperimento di ricerca sul formato.
Il sodalizio Cale/Nico va oltre. L’impasto di organo e harmonium dell’iniziale Janitor Of Lunacy ha qualità droniche, che anticipano più di qualche musicista del settore. Lo stesso si può dire del tessuto strumentale della conclusiva All There Is My Own, marchiato a fuoco dalla viola di Cale, con quell’andamento così ubriaco e stordente.
Nel mezzo pochi brani austeri e glaciali. The Falconer è una cattedrale nel deserto. Le note iniziali di piano che si perdono nel flusso sonoro dell’harmonium. Risultato: una sinfonia morbosa e greve. Si va ben oltre la malinconia, un passo più vicini alla tristezza. My Only Child e Le Petit Chevalier sono omaggi al figlio Ari, avuto da Alain Delon. La prima completamente a cappella, non teme di mostrare la sua veste ecclesiale e religiosa, la seconda è una sibillina ouverture per clavicembalo cantata completamente da Ari, che chiude il lato A, con un senso di disagio strisciante.
Il secondo lato si apre con la gelida Abschied, testo in tedesco, musica segnata dal dolore e dal martirio, che fa un po’ il paio con Mutterlain il brano più cupo del lotto, scandito dai tocchi cronometrici e profondi del piano.
Sopra le note, il tormento, gli arrangiamenti, l’harmonium, la voce di Nico scandisce le sillabe con precisione fredda e ossessiva. Probabile retaggio fonetico delle sue origini mitteleuropee, che unite al registro neutro e asessuato del canto contribuiscono a rendere la sua voce un segno irripetibile nella storia della musica.

Si chiama Evening Of Light il brano che chiude la versione originale di The Marble Index. Una cascata di note che si riflettono l’un l’altra. La voce asettica ad evocare in stato di trance: “I venti di mezzanotte che abitano alla fine dei tempi”. Un piccolo manifesto per una musica che non passa senza ferire, con l’effetto collaterale di lasciarti con un disturbato sentore di ombra. Come un velo che ti si poggia addosso. Un velo che non vedi ma che senti. La Nico post Chelsea Girl ha sempre evocato sensazioni sinistre come questa, basta scorrere rapidamente le note del booklet accluso alla presente ristampa, per poggiare l’occhio su dichiarazioni analoghe.
Ad esempio quella celebre di John Cale: “The Marble Index è un artefatto non una comodità…non puoi vendere il suicidio” o ancora “The Marble Index non è un disco che ascolti. E’ un buco in cui cadi” affermazione di Frazier Mohawk che si avvicina paurosamente al celebre adagio di Nietzche: “Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda dentro te”. Tutto questo per cercare di descrivere con poche parole lo status di algida devastazione che fuoriesce dai dischi della musa di Andy Warhol. Un umore ultraterreno di nero impenetrabile che ha fatto epoca. Rhino fa ora un favore alle nuove generazioni e distribuisce in doppio cd i due capolavori noir di Nico: The Marble Index e Desertshore.
Con l’aggiunta di svariati outtakes, demo e alternate versions, più una riverniciata data ai suoni con una nuova masterizzazione. Un’occasione irripetibile. Entrambi marchiati a fuoco dall’alchemico matrimonio tra la voce di Nico e gli arrangiamenti di Cale, sono oltre il rock e non gli assomigliano affatto. La grammatica è radicalmente diversa e deve molto alle “letture alte” in cui si cimentava Cale. Se si togliessero i suoi arrangiamenti però avremmo comunque la voce e l’harmonium di Nico. Il peso specifico di questa musica straordinaria è comunque tutto suo.
Dare voti ad una cosa del genere è ridicolo, ma credo che si possa dare con facilità un (8.0/10) al progetto della duplice ristampa integrata e alla grafica dell’artwork. Per la musica no. Questa musica non chiede voti, ma solo perdizioni.