Il padre della musica industrial italiana. Tra i più affascinanti misteri dell’underground di sempre, Maurizio Bianchi racconta con precisione e schiettezza un percorso artistico di estremo rigore alla ricerca delle radici primordiali del Suono. Dietro il volto dell’uomo e davanti a quello di Dio.

Ricordando l’esibizione londinese dei Pink Floyd tenutasi il 29 Aprile del 1967 all’Alexander Palace Daevid Allen rilasciò il seguente commento: “Syd Barrett suonò la slide e mi esplose il cervello: sentivo echi di tutta la musica ascoltata nella mia vita, con reminescenze di Bartok e di dio sa solo che altro”. L’abilità di certi musicisti sta proprio nell’inglobare, con estrema naturalezza, le proprie esperienze/ convinzioni sonore e di plasmare un prodotto sì originale ma aperto ad esperienze sensoriali completamente diverse a seconda dell’ascoltatore. Non è abilità di molti e (ancor più) è inspiegabile a parole cosa intercorra a determinare la buona riuscita di certe operazioni artistiche. Ma anche l’Italia può vantare, in ambito (pop)olare (altro discorso sarebbe da tenersi in sede di musica colta analizzando l’opera dei vari Berio, Nono, Scelsi…) una figura prestigiosa e underground che risponde al nome di Maurizio Bianchi. Di lui non si conoscono che scarsi particolari: nato a Pomponesco in provincia di Mantova nel 1955 (oggi risiede a Milano) esercitò la professione di giornalista musicale dalla seconda metà dei ’70 fino all’83 per Mucchio Selvaggio, Rockerilla e Ultimo Buscadero. Fu tra i primi a parlare di punk, new wave, no-wave in maniera approfondita e con cognizione di causa. Poi la musica. Nel fondamentale Manuale della cultura industriale (Shake Underground edizioni) lo si definisce “(…) figura carismatica e quasi mitica”. Persino la sua immagine è stata per molto tempo un mistero; non c’è tuttavia traccia di pretenziose strategie di mistificazione dell’idolo alternativo, non c’è, assicuro, nulla di forzato nel mistero della sua vita/ opera (che ogni filosofia è in fondo un autobiografia scevra di nomi ed episodi).
La sua opera vanta continue ripubblicazioni, e una voglia sfrenata di ‘possedere’ la sua discografia spinge i fan della prima ora nella giungla delle registrazioni semi-ufficiali, dei bootleg, delle costose edizioni straniere, delle preziosità da collezione di certe raccolte di musica estrema pubblicate dal mercato giapponese. Dopo una prima esperienza di punk-rock (di cui non esistono documentazioni sonore) Maurizio, battezzatosi Sacher Pelz, autoproduce quattro album oggi raccolti in un cofanetto a titolo Mutation For A Continuity (Ees’t, 2002). Si tratta di Cainus, Venus, Cease To Exist e Velours; album questi, registrati tra l’agosto del ’79 e il marzo dell’80. Angoscianti elucubrazioni strumentali di derivazione concreta filtrate attraverso l’estetica industrial ma già indicative di uno stile personalissimo che trascende ogni descrizione. Il ritmo è inesistente, non sono utilizzati strumenti musicali; è, in breve, una musica fatta di niente (nell’accezione più elevata del concetto come saprà intendere, vent’anni più in là, Thomas Brinkman nel suo capolavoro Klick). Queste improvvisazioni, questo caos controllato trovano forse una chiave di lettura adeguata parlando di muzak del nichilismo assoluto. I titoli parlano chiaro: Satan Slaves, Massacre On Cielo D, La Cartilage Palpitant. Così come la Metal Machine Music di Lou Reed o la Broken Music di Milan Knizak, anche questi pezzi posso essere ascoltati a partire da qualsiasi solco del vinile: l’effetto non cambia. Non esiste un intro, non è rintracciabile un filo conduttore che faccia leva sul principio dell’enfasi.
Tutto è perversamente obnubilato dalla lettura di un mondo alla deriva. Ma se il rumorismo dei Throbbing Gristle necessita quattro individui e quattro intenzioni al soldo di uno scopo più o meno preventivato (distruzione e ricostruzione) in Bianchi una sola mente è in grado di delineare con forza e credibilità spazi fisici ben definiti e agghiaccianti. Intenzionalmente simile a certe orge sonore di Nigel Ayers (mente del progetto Nocturnal Emissions) e del giapponese Merzbow (coi quali, tra l’altro, il nostro era in contatto) l’unicità dell’opera di Bianchi sta in una sorta di indescrivibile sfibramento di una tensione dinamica ben tratteggiata solo attraverso l’ascolto dei suoi album. Il resto è retorica. Disquisire su un titolo piuttosto che un altro pare intellettualizzazione da salotto borghese. La sua opera va letta in blocco. Le sue immagini vanno condivise o rinnegate. A nome MB escono poi lavori epici che fanno del nostro il godfather del movimento industrial internazionale: Symphony For A Genocide, Menses (’81), Triumph Of The Will , Weltanschauung (’82), Regel, Mectpyo Bakterium (’83). Tutte (o quasi) tappe autoprodotte. Tutti tasselli recentemente rimasterizzati (per quanto possibile) e più o meno reperibili al link www.theesonicabyss.com/mb.html. Ma la lista continua: Das Testament, Endometrio (’82), Carcinosi, The Plain Truth (’83) e Armaghedon (’84) sottolineano l’evoluzione e l’affinamento di un talento indiscutibile attraverso anticipazioni di death ambient e drone-music per incubi terminali.

Non ci sono canti o cantanti nell’opera di Bianchi. Egli rifiuta le concessioni all’orecchio del P-Orridge di Discipline o dei Non di Total War. È estraneo alle virate neo-psichedeliche di famiglia Psychic TV. Non suona ‘elettronico’ quanto Merzbow ne gratuitamente provocatorio, alla Mathausen Orchestra. Nei suoi articoli, nelle note di copertina, nelle immagini impiegate per gli album tutto sa di ‘manifesto’ e tutto, in maniera obliqua e talvolta criptica, respira una profonda conoscenza storico-musicale unita al gusto per la boutade apocalittica dopo la quale il mondo potrebbe anche spezzarsi a metà. Le sue parole vanno studiate, le sue intenzioni propagandate quanto più possibile. Già da una registrazione come Endometrio non si trattava più di industrial secondo un dettame italico; la soluzione è il conio di una musica ‘bionica’ “(…)ottenuta in contrapposizione alla musica per sintetizzatore e a quella ottenuta con l’impiego del calcolatore” (dalle note di copertina di Endometrio). Suoni cioè, ricavati sinteticamente dalla manipolazione e trasformazione di sorgenti elettroniche preregistate. Il nostro punta all’asetticità, a tratteggiare un decorativismo inguardabile, o meglio, difficilmente ascoltabile. Un Brian Eno al contrario, s’azzarderà.
Poi la svolta: a partire dall’84 l’artista si ritira dalle scene (complice la conversione alla Chiesa dei Testimoni di Geova). La scoperta di un Dio sopra ogni altra volontà pare destinarlo a ben altri percorsi ma inaspettatamente, nel ’98, esce il primo capitolo di una trilogia metafisica che sancisce una rinascita artistica di tutto rispetto. La trilogia è composta da Colori (Ees’t ’98), First Day Last Day (Ees’t, ’99) e Dates (Ees’t, 2001) e il territorio è quello di un ambient dalle tinte filosofiche e religiose. Le più recenti pubblicazioni invece sembrano riaffiancarsi alle cacofonie degli ’80; da segnalare senza dubbio alcuno Frammenti (Ees’t, 02), Antarctic Mosaic (Ees’t, ’03) e Cycles (Ees’t, ’04) che esplora la possibilità tra loop e pause. Degne di menzione, tra le molte collaborazioni dalla sua fitta discografia, gli album a tiratura limitata Chaotische Fraktale (Ees’t, 2003) e Letzte Technologie (Ees’t 2004) con il compositore Sandro Kaiser (in arte Frequency In Cycles Per Second) responsabile, assieme a MB, pure delle immagini manipolate al pc in esclusiva per Sentireascoltare.

Solamente quando disarticolavo le mie recensioni su Rockerilla e sul Mucchio Selvaggio.
In effetti era il mio tentativo di rifuggire dagli stereotipi di una società che vuole guidare gli obbiettivi, i desideri e le necessità delle masse secondo il suo concetto distorto, senza loro concedere alcuna effettiva libertà di scelta.
Non è mio diritto imporre dei limiti agli altri. Ognuno ha una propria coscienza, addestrata secondo ciò che ritiene sia più corretto; ma voglio sottolineare l’importanza di non prevaricare i diritti e la dignità altrui, scadendo nell’orrido del cattivo gusto.
Sinceramente più che per la musica mi sento portato per l’essenza che si cela dietro di essa ed è la ricerca della propria dimensione esistenziale all’interno della sfera dell’universo intimista.
Per quanto concerne l’Estetica, attualmente ne ho creata una mia personale. Comunque è ovvio che all’inizio fossi influenzato da quella ‘industriale’. Ma l’Estetica non è tutto; è quello che si nasconde dietro, l’essenza del significato che perdura nel tempo e prevarica tutti i confini.
In effetti sono in continua trasformazione, e questo in base al mio personale concetto di vita che spinge a evolvermi in continuazione fino a raggiungere l’indefinito.
Non prediligo l’esibizione live perché è improbabile trasporvi la versione fatta in studio. Quest’ultima è più intimista e richiede maggior concentrazione, riuscendo meglio a esprimere le proprie sensazioni, mentre la situazione dal vivo si lascia sempre condizionare dal supporto dell’uditorio.
Non può aggiungere assolutamente nulla in quanto ormai il bicchiere della creatività ha debordato abbondantemente.

Essere punk era il mio modo di vivere e non era assolutamente un’etichetta. Di quel periodo conservo tuttora lo spirito anticonformista.
La Speranza è importante fino a quando non si realizza ciò in cui hai sperato, poi hai bisogno di sperare in qualcos’altro. In effetti è un discorso ‘ciclico’.
Assolutamente no. È vero che inizialmente ero pervaso dal negativismo, ma non fino all’estremo.
Non ci ho mai pensato; ma sono convinto che sia molto improbabile una simile collaborazione.
In verità era ciò che riuscivo a percepire dall’esterno, per poi ritrasportarlo con il mio filtro interno.
Agli esordi c’era un vivo interessamento da parte mia, ma poi si è affievolito quando sono riuscito a creare un discorso personale non più condizionato dalle altrui elucubrazioni.
Non voglio addentrarmi su opinioni riguardo i TG, ma penso che l’aggiornamento sia dettato dalla volontà di volersi confrontare con l’evolversi dei tempi, senza vane ripetizioni.
No comment.
Sia la musica che la scrittura mi hanno attirato sin da ragazzo, ma in definitiva è stata la mia istintività a darmi l’influsso maggiore.
Non seguo un criterio ben definito ma mi lascio guidare e sopraffare dagli eventi improvvisati.
Contro lo sterile conformismo e la futilità del materialismo.

Oggigiorno mi oppongo con tutto me stesso alla passività e alla staticità mentale, radici di ogni futile pregiudizio.
Sono costantemente proiettato al raggiungimento della Purezza, cosa tra l’altro irraggiungibile allo stato attuale delle cose; ma questo sforzo costante mi permette di rimanere vivo.
Entrambe le ipotesi sono valide. Quello che già altre volte ho menzionato in interviste precedenti è che quel momentaneo abbandono è scaturito dalla volontà di evitare inutili e vane ripetizioni, e dal fatto che avevo già espresso tutto ciò che era in mio possesso.
Non sono molto affascinato dalla tecnologia, infatti ne uso solo lo stretto indispensabile e, ad esempio, sto tuttora impiegando cose un po’ datate (uso di nastri e di registratori analogici) probabilmente per sentirmi più vicino alle radici della musica sperimentale dei gloriosi anni ‘50.
La Ees ’t Records si sta organizzando in tal senso e fra breve si vedranno i risultati.
Ci sono molte dottrine e filosofie al riguardo ma io mi rimetto a ciò che disse il più grande uomo che sia mai esistito, Gesù Cristo: “La vera Libertà deriva dal conoscere l’unica Verità” e chi è il depositario dell’unica Verità? L’unico vero Dio, colui che non è stato fatto a immagine e somiglianza dell’Uomo.
Kerouac prese a prestito quella frase dal Vangelo che recita: “Siate innocenti come colombe, ma cauti come serpenti”, pur se l’applicazione è diversa. Non desidero ipotizzare nessun potere concesso ai soli artisti, ma all’artista con la ‘A’ maiuscola, il vero Dio, colui che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza affinché riflettesse le sue incommensurabili e meravigliose qualità.
Preferisco non fare confronti o paragoni. Ognuno è responsabile del… rumore che produce.

Preferisco optare per la seconda soluzione.
Posso credere a una musica identificabile in un significato personale, lontano anni luce dalla musica impersonale, quella senza alcun significato.
Sono pienamente d’accordo sulle responsabilità e la differenza fra le emozioni indotte dal progetto Sacher Pelz e da un lavoro recente come Cycles, quindi non ho nulla da aggiungere.
Penso che la musica non abbia mai avuto questo effetto, ma è l’interpretazione che gli da l’ascoltatore a renderla destabilizzante oppure no.
C’è il pregiudizio e la parzialità, mentre il più temibile è il timore di qualcosa di nuovo e di inconsueto. Ma questo fa parte della futilità umana…
Ci sei andato molto vicino. Comunque preferisco, per una questione di coerenza, che siano sempre gli altri a trarre delle conclusioni su di me. Infatti, non per nulla i nostri occhi sono rivolti verso l’esterno… ma se qualche volta fossero rivolti più verso il nostro Io interiore, allora molte cose cambierebbero, eccome!
Essere identificato come tale, pur desiderando diventarlo.

La rinascita artistica di Bianchi è fatto appurato da un bel pezzo. Nuova linfa creativa il nostro la trae sapientemente da musicisti che con lui condividono concetti sonori al limite dell’astrazione ( Frequency In Cycles Per Second, Aube, Telepherique, Land Use…). Con questo A M.B. Iehn Tale egli conferma inalterata la capacità di sintesi che lo incoronò, trent’anni addietro, padre dell’industrial italiano. Si potrebbe supporre che tanto più il proprio sound risulta oltranzista tanto è più difficile rinnovarlo. Tuttavia l’attività artistica di Bianchi risuona di una tale purezza d’intenti da non meritare giudizi da manuale scolastico. Queste 8 tracce ‘mobili’ sono forgiate per suggerire la possibilità di un coinvolgimento emozionale (più che determinarne uno specifico). Chi ci scorge una musak post-apocalittica (in Aseptic), chi un esperienza inudibile e misteriosa (i 28 minuti della fiaba impossibile Tale); c’è, in breve, spazio per l’immaginazione. Solo per essa, forse. In questo senso l’intento artistico dell’opera è pienamente centrato -grazie anche al sempre più stretto collaboratore/ compositore Sandro Kaiser.
Il Bianchi del 2005 è acustico e rumoroso al contempo, in un amalgama che sposa con stile la musica concreta delle esperienze a nome Sacher Pelz e quello più celebrato e tenebroso del periodo industriale. Eppure qualcosa resta da dire: acquerelli post-ambientali come Electrolyte e l’ancor più rarefatto Hormone sono stipati di una malinconia che, nella sua capacità di descrivere il Nulla (si badi: un Nulla in continuo mutamento, simile, immaginiamo, all’attimo della Creazione) si insinua nell’ascoltatore attento creando la possibilità di un mondo nuovo. Per l’album Neroli di Eno si parlò di ‘musica per pensare’; oggi più che mai Maurizio Bianchi è musica per trascendere e contemplare orizzonti altrimenti invisibili. (Ω/ Α)

Coadiuvato dal musicista M.D.T. (aka Museo Della Tortura), questa volta Bianchi abbandona le concessioni acustiche di album come Antarctic Mosaic e M.I. Nheem Alysm (dove un pianoforte a muro martellava per 10 minuti una pastoia claustrofobica) per riprendere il discorso sonoro di opere storiche come Symphony For A Genocide (sfiorata nel titolo) e Regel.
Se la partenza (Departure) si allinea con le orde elettroniche dell’ex-allievo Merzbow, in pezzi come Return o Arrival la distorsione è incanalata in scarni senryu di un mondo metallico e rassegnato all’alienazione dove le macchine sembrano uscirne trionfanti lasciandoci una litania per voce concreta dell’ultimo uomo sulla terra.
Genologic Technocide introduce un dinamismo inusitato per il Nostro, un saliscendi di tensione che prende le fila da un rock primorde e strumentale (evocato sin dalla copertina, quasi figurativa). Senza volontà alcuna di stupire l’ascoltatore, l’artista impartisce una nuova lezione rendendo informale e inadatto a descrivere la realtà collettiva ogni tentativo di contaminazione melodica, ogni immagine sullo schermo. Arbeit è cerimonia liturgica agghiacciante e lontana: il rumore la sovrasta eppure non è in grado di annullarla. Si tratta però di rovistare tra le macerie. (7.8/10)

Capita di approcciarsi a una nuova uscita di Bianchi con la sensazione che, sì, stavolta si tratterà certamente del solito casino, di quello che qualcuno ha teorizzato finemente ‘power noise’. Myspace è abbondantemente popolato da ragazzi e ragazzini che, armati di esaltazione e pc ultra sottili, citano il compositore di Pomponesco come ispirazione prima e non risparmiano agli avventori delle loro pagine interminabili serpentoni sonori senza soluzione di continuità ma pur sempre di doloroso ascolto (e quindi riusciti, credono loro).
Tuttavia anche questa volta è necessario fare marcia indietro. L’opera in questione va ad aggiungersi alle tante collaborazioni azzeccate della seconda vita artistica di MB. Manipolando assieme al duo TH26 una lava composta da death ambient e marce funeree, al Nostro è riuscito di cavar fuori degli strumentali acuti e non ancora di maniera. I cinque movimenti Planum si rivelano esperimento compiuto e atemporale, con picchi e valli sepolcrali, echi concreti, deformazioni rumoriste e aborti acustici da far impallidire, dio li benedica, i tanti e troppi discepoli di Maurizio Bianchi. (7.4/10)