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Mark Cunningham / Mars

di Filippo Bordignon
Personaggio cult della NY underground, Mark Cunningham si racconta senza censure ripercorrendo le strade parallele di vita e discografia.

No wave, operette free-post-punk e storie inedite

di Filippo Bordignon

Brian Eno il lungimirante. Obliquo anche in veste di talent-scout. O forse semplicemente grande nel delineare orizzonti possibili, costruire insiemi per la storia della musica di ricerca. Quando uscì No New York si compì una rivoluzione pari a quella innescata dai Velvet Underground dell’esordio. Mark Cunningham era tra le punte di spicco di quell’onda anomala che venne battezzata no wave. Dall’esperienza coi Mars fino alle più recenti avventure di free-jazz elettronico (ma in questo caso le etichette suonano veramente come un limite), ha attraversato coraggiosamente le possibilità del suo universo creativo, con la coerenza di chi apre bocca solo quando c’è qualcosa di nuovo o interessante da dire. La sua discografia (comprendente una serie di collaborazioni spesso trascurate ma di indubbio spessore artistico) soffre la carenza di un mercato sempre meno coinvolto nella distribuzione di Opere con la ‘O’ maiuscola. Ma l’artista non è scalfito dalle ingiustizie di un sistema tutto da rifare (o meglio, se ne disinteressa) e persevera in un viaggio dalla rotta a lui stesso oscura, beandosi di ciò che vogliono sentire le proprie orecchie e lasciando il passato a chi col passato non è ancora riuscito a costruirsi un presente degno di nota.

Mark Live

Mark Cunnigham nasce nel New Jersey, classe ’52; appena maggiorenne si trasferisce in Florida per cimentarsi in situazioni musicali e di teatro. Nel ’74 però migra a NY intuendo che è questa città la fucina della nuova rivoluzione artistica. Gruppi seminali quali Ramones, Talking Heads, Television, e Patti Smith stanno dando vita ad una sorta di movimento non teorizzato (la prima sfornata della new wave) che ruota attorno ad un locale destinato alla leggenda (il CBGB’s) e che verrà immortalato nel lungometraggio del regista Amos Poe a titolo The Blank Generation. L’anno successivo Mark formerà i China, cimentandosi al basso assieme a Sumner Crane (voce e chitarra), China Burg (chitarra) e Nancy Arlen (batteria). In breve i China mutano in Mars e, formulato uno scarno songbook d’inaudita durezza sonora, daranno vita ad un breve periodo artistico (dal ’77 al ’78) perfettamente riassuntivo delle più feroci istanze poi definite ironicamente dal già citato Eno, no wave.

Mars EP cover

Vuole il destino che la prima tappa live della band (14 giugno ’77) li abbia visti dividere il palco con Alex Chilton e la rock’n’roll band del perfido Lester Bangs (storica firma della rivista musicale Creem, tra le prime a sottolineare la rivoluzione artistica innescata dagli appartenenti al clan no wave). Fatto significativo: i Mars concessero soltanto 30 esibizioni prima di decretare lo scioglimento del gruppo (causa esaurimento del potenziale espressivo). In quei pochi spettacoli (divisi equamente tra CBGB’s e Max’s Kansas City) vennero incoronati paladini della no wave più oltranzista, superando la disperazione esistenziale dei Teenage Jesus & The Jerks e le disarticolazioni vocali dei pur mastodontici e inimitati DNA.

Per meglio riassumere il discorso sonoro del gruppo si dica che tutte le registrazioni venute alla luce sono disponibili in tre album, che è buona cosa non lasciarsi scappare. La consacrazione è certamente da imputarsi alla compilation voluta e prodotta da Eno e ben nota come No New York (’78, Antilles, riedita in cd nel 2005 dalla Lilith): le quattro canzoni dei Nostri gettano sfacciatamente il seme per tanto, tantissimo rock a venire. Helen Forsdale è manifesto di nuove promesse dada: la voce di Crane straparla un linguaggio singhiozzato e incomprensibile mentre la sua chitarra compie una sintesi assai plastica tra i limiti tecnici del migliore Lou Reed e le più ispirate tessiture sonore di Mayo Thompson. La sezione ritmica invece è tutta impegnata a darci dentro con un indiavolato post-rock, in anticipo sui tempi di una quindicina d’anni almeno. Hairwaves è litania bofonchiata dalla Burg tra scampoli percussivi senza soluzione di continuità e un basso infantile eppure ubriaco. Tunnel precorre i migliori Sonic Youth (quelli che attaccano al chiodo il cappellino dell’hardcore, per intenderci) impartendo una grande lezione di creatività: bastano 2 minuti e 40 secondi per avvincere l’ascoltatore sbigottito in un universo avvolto da un nichilismo quasi palpabile. A concludere, il delirio per due voci gridate (Crane e Burg) Puerto Rican Ghost.

“Mammina tieni chiusa la porta!
Fantasma portoricano!
LSD otb LSD otb LSD otb hfc
Parlami! Odio perfettamente la tua perfetta perfezione!”

Haiku del non-sense o meglio del senso contorto, ben nascosto tra le righe: oltre alla sigla LSD cogliamo un riferimento all’ippica (otb, ovvero off track betting… anche se quando si parla di ‘horse’ i rimandi slang abbracciano tematiche ben più scabrose) e una più prosaica citazione, Housing Finance Commission (hfc).

cover +78

Chi dunque, incuriosito da queste poche indicazioni riguardo l’estetica Mars volesse possedere la loro intera produzione artistica si affretti all’acquisto dell’antologia Mars 78+ (Atavistic, ’96) che contiene, oltre all’EP successivo all’esperienza No New York, il primo singolo realizzato grazie al sostegno di Lenny Kaye per l’etichetta francese Rebel (con le distorsioni abrasive E-3 e 11,000 Volts) e qualche altro brano di malata bellezza. Si prenda ad esempio l’astrazione per atmosfera rock di The Immediate Stages Of The Erotic:senza timore alcuno i quattro non-musicisti fanno saltare in un sol colpo anni e anni di riff, ritornelli e refrain in favore di una destrutturazione della durata di un singolo pop. Non c’è ritmo, non c’è melodia. Ci si abbandona ad una libertà assoluta perfino più ispirata di alcune provocazioni degli industriali (e talvolta prolissi) Throbbing Gristle.

Il dono dei Mars sta nel talento innato di elaborare un discorso preziosamente ostico secondo un approccio assolutamente spontaneo. Destino ha voluto che Mark ritrovasse in uno scatolone i master originali di tutti i pezzi incisi dalla band. Scopriamo così che le registrazioni vennero effettuate con la tecnica del binaural sound (i ragazzi ne erano rimasti colpiti attraverso l’album di Lou Reed Take No Prisoners uscito nel novembre del ’78); la qualità del suono, paragonata a quello della compilation Atavistic remixato da Foetus nell’86, è a dir poco sorprendente. Il disco guadagna una potenza che lo fa sembrare prodotto ai giorni nostri e un capolavoro come Scorn (con Mark a soffiare in una tromba senza bocchino) rivive di un impeto furioso a metà strada tra l’intonarumori del futurista Luigi Russolo ed il blues espressionista di Captain Beefheart. L’opera in questione viene pubblicata come The Complete Studio Recordings NYC 1977-1978 nel 2005 dalla Spooky Sound. Riascoltando per intero con le cuffie (per meglio godere le gioie del binaural sound) l’intera produzione Mars i nomi dei gruppi che possono dirsi prosecutori del loro discorso artistico riempirebbero più di una pagina. Volendone citare uno di scarsamente noto diremo Arab On Radar. Al lettore la conta di tutto il rimanente.

Convolution live a Madrid


Il dopo Mars conserva il fascino intelettual-stradaiolo dei migliori alfieri no wave. Si noterà che il titolo del brano sopra citato The Immediate Stages Of The Erotic (‘Gli stadi erotici immediati’) è pure quello di un’opera di Kierkegaard nella quale, partendo dall’analisi del Don Giovanni di Mozart, si teorizza la figura del seduttore dell’immediatezza. Lo spirito dissacrante dei nostri plasma il Don Giovanni fino a trasformarlo in John Gavanti, allucinato personaggio della successiva tappa artistica.

John Gavanti Cover

John Gavanti (uscito per l’etichetta di Mark Hyrax nell’80 e ripubblicato in cd dall’Atavistic nel ‘98) è spesso definita la prima e unica ‘operetta’ di matrice no wave. Vi prendono parte Mark (ai fiati), Crane (voce, lyrics, piano e chitarra), Don Burg (alter ego di China Burg, al basso e clarinetto) e, direttamente dai DNA, Ikue Mori e Arto Lindsay (più Duncan, fratello di Arto) agli archi e percussioni. L’ensemble si concentra per un anno sul progetto e alla fine riesce nel tentativo di sposare il free-jazz con il post-punk. La voce di Crane è un recitato gracchiante, impostato su di un registro dell’assurdo al quale non si rinuncia per tutta la durata dell’album. Il magma sonoro è talmente denso da risultare irrespirabile. La storia (scandita dalle illustrazioni naïf-fumettistiche di Russell Wilfand nel retro-copertina) narra il viaggio del folle John e del suo assistente che solcando i mari di un delirio musicale (sarebbe piaciuto a Ornette Coleman) visitano l’Argentina, New York, l’Africa… fino a Venezia. Il "libretto" di Crane contiene testi che, in alcuni casi, rasentano la rara capacità di dipingere con parole apparentemente prive tra loro di connessione, atmosfere a forma di sogno. Come nel caso di Mirror Mirror (cantata dalla Burg in una carezza morente di piano e violino):

“Specchio specchio! Dimmi.. ora che se n’è andato… il mio Gavanti! John, oh John! Dove sei? Dicevi che saresti rimasto sempre qui… oh sorella, dimmelo tu…”

Velvira (spasimante di Gavanti) è di fronte a uno specchio in compagnia della sorella gemella. La sua lamentazione può dunque essere indirizzata a se stessa, al suo riflesso, alla sorella o al riflesso della sorella. E lo specchio risponde con una delle strofe più entusiasmanti che la musica popolare abbia mai sperato:

“Sei sempre stata brava a scrivere lettere: 25 lettere possono comporre un libro!”

A questo punto è buona cosa sapere che nell'85 un gruppo di artisti italiani realizzò e interpretò una versione cinematografica low budget dell'operetta in questione. Si tratta della new wave band Plasticost (in particolare Sergio 'Fox' Volpato e Elio Caneva, che si occupò anche della regia). Dovete sapere che, non so come, il membro fondatore dei Plasticost (che vive nella mia stessa città) è venuto a sapere che avrei pubblicato un'intervista a Cunningham, ci siamo sentiti e mi ha raccontato come si sono svolti veramente i fatti: Marco Pandin nel film ha solo fatto una comparsa e il merito del progetto 'cinematografico' del John Gavanti va interamente al gruppo Plasticost. Ho contattato questo Marco Pandin e ha confermato che è effettivamente andata così perciò mi sembra buona correggere il tiro in nome della verità.

Il film, ambientato in gran parte a Venezia, venne accolto con grande entusiasmo da Mark ma tutt’oggi resta una piccola gemma cult, praticamente irreperibile.

Don King Cover

Portato a termine pure il progetto Gavanti, Mark dà vita con Lucy Hamilton (ex China Burg, ex Don Burg) al progetto Don King, dove l’attenzione si sposta sugli elementi percussivi. Testimonianze di questo combo (e dei molteplici assestamenti di line-up sintetizzati nell’intervista a seguire) nell’album One-Two Punch (Knockout) (Atavistic ’97). La glaciale versione del classico Summertime è bignami sufficiente a testimoniare la validità di questa ennesima ispirata operazione artistica. La tromba di Mark trasporta il feeling di Miles Davis in un ambiente dark di elegante equilibrio dinamico tra detto e non detto. Il tribalismo percussivo dei fratelli Lindsay in Marco Polo è arma da sfoderare all’indomani di una battaglia contro la sterilità creativa. In Flesh e Street Of Dreams si fa largo l’ipotesi di un dub apocalittico, con il cantato sulfureo della Hamilton a rincarare la dose verso la paranoia metropolitana.

Fine degli anni ’80. Fine dei Don King. Nel ’91 Mark si trasferisce a Barcellona dove, con il musicista Gat, pubblica due album a nome Raeo che aggiungono altra oppressione a quella già dilagante nei Don King. Adios Jupiter (G3G, ’94) è scrigno d’incubi strumentali per fiati fantasma ed elettronica ben strutturata. C’è spazio perfino per una rilettura asettica del classico Mars Helen Fordsdale. Oltre ad una serie di inclusioni a compilation miscellanee (sempre di alto valore), la seconda prova solista dei due (che negli show verranno affiancati dal video-artist Josep Maria Jordana) ha titolo Body Loops (G3G, ’99). Il basso deformato di Gat e le semplici melodie di Mark nell’industrial Atlas And Axis confermano immutata la formula dell’album precedente, con qualche ulteriore concessione all’elemento rumoristico. Le trame dilatate dei Raeo non temono l’abbandono ad un universo di indicazioni accennate (Spinal Curves) ma sanno ripigliare con destrezza il bandolo della matassa nel groove della conclusiva Kinesthesia.

A cavallo tra questi due lavori un inaspettato gioiello, l’opera solista Blood River Dusk (Por Caridad, ’97). Ispirato al romanzo Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, quest’ultima fatica è realizzata grazie alla collaborazione dell’artista Silvia Mestres (scultrice, performer, musicista e pittrice che il nostro conobbe a NY nel ’90 e sposò due anni più tardi). In un tripudio di generi e influenze (l’oriente, il jazz, la no wave, il rock e l’avanguardia) i nove brani si muovono trasportati dall’onda perpetua di un’eco esoterica. Ritmi elettronici e campionamenti vocali fanno da contraltare ad un’atmosfera apolide a tempo e spazio. Mark tentenna con cognizione di causa (Breathbeat) e bastano due note di basso per evocare le immagini di una frontiera desertica. I due decidono di rafforzare il loro legame artistico battezzandosi Convolution.

Nel 2001 escono due cd: 1 to 5 (Sublingual) e Goes West (live tratto dalla tournée negli States, Spooky Sound). Nel 2003 esce Rough Cuts (Spooky Sound) orientato attorno a un downtempo del pessimismo cosmico e, al solito, prevalentemente strumentale.

Nel 2003 Sumner Crane muore di cancro a 56 anni. Le nuove generazioni riscoprono la no wave (grazie anche alle opportune ristampe di certi masterpiece ad opera della storica Ze Records). Mark Cunningham prosegue il suo cammino: nel 2004 si re-inventa Aleatory Grammar (con Jakob Draminsky Højmark all’elettronica) e questa volta il gioiello è titolato Abcedminded (Spooky Sound). Jazz ‘altro’, elettronica funzionale al concetto di libertà. Un album di grande spessore, va sottolineato. Mark prosegue il suo cammino, si diceva: con umiltà, rigore ed un talento che non ha mai conosciuto il declino.

Intervista

 

Mark, riesci a ricordare la prima volta in cui ti scopristi soddisfatto della tua musica?

Forse la prima volta fu quando, nel sedile posteriore dell’auto di un amico, tamburellavo le dita immaginando di suonare la batteria. Gironzolavamo per le zone periferiche del New Jersey e mi ero fatto un acido. Poi ci fu un momento particolare, appena iniziata l’avventura coi Mars, in cui realizzai il potere e le possibilità che esprimevamo suonando assieme.

Il tuo approccio con la tecnica è cambiato attraverso gli anni?

Mi sono sempre considerato un improvvisatore. Iniziai ragazzino, suonando in un complesso di soli ottoni, ma non sono mai andato al di là dal saper interpretare le più basilari nozioni musicali. Le mie abilità e le mie conoscenze sono derivate dall’ascolto e dall’esercizio fatto direttamente ‘sul campo’. Cerco sempre di migliorare la mia tecnica; la tromba è uno strumento fottutamente difficile e più riesco a padroneggiarla meglio posso esprimere me stesso. Ma, più di tutto, vale esercitarsi ogni giorno.

Nella maggior parte dei casi i giovani talenti si allineano alle bizze della massa in cambio della promessa di una buona promozione da parte dell’etichetta di turno. È necessario saper aspettare la giusta occasione o cominciare una carriera artistica a suon di mediazioni?

Oggi posso dire di essere una persona paziente, lungimirante. Una volta no di certo. Certi atteggiamenti sono indiscutibilmente influenzati dall’età ma è pur giusto tentar di conservare un atteggiamento positivo verso il mondo della musica; è indispensabile vederlo in un’ottica globale piuttosto che relegarsi a tutto i costi in una stretta nicchia e volersi necessariamente ‘underground’. Credo sia necessaria una buona dose di umiltà.

Fossi stato un virtuoso dello strumento ti avrebbe giovato?

Non saprei che dire. Ho sempre abbracciato l’approccio do it yourself e non posso esprimermi su altri metodi. Dato che nella storia della musica grandi cose sono scaturite attraverso ambo questi approcci non credo sia giusto discriminarne uno in favore dell’altro.

Un personaggio del calibro di Scott Walker vede la situazione live come una specie di condanna. Neil Young la ritiene invece una Celebrazione. Per altri è semplice routine. Cosa vale per te?

Routine mai e poi mai. Per me ha sempre rappresentato una celebrazione e una sofferenza al contempo; arduo scindere questi due elementi. Per me il peggio è rappresentato da ciò che precede il concerto (soundcheck, attese estenuanti…). Sul palco sono sempre a mio agio, a meno che non si verifichino problemi di carattere tecnico. Suonare davanti a un pubblico può essere un’esperienza magica ed estatica, un’esperienza amplificata dall’energia di chi assiste alla performance… magari non accade sempre ma la possibilità che questo si verifichi sta alla base del mio amore verso la musica.

Ti conosci di più come persona o come musicista?

Come musicista. Il resto è troppo contorto: più ne sai e meno ne capisci.

Chi sono i tuoi maestri?

Oh, ce ne sono tanti. Miles Davis in primis. Durante il college (primi anni ’70) stavo andando fuori di testa con le droghe e fu un album come Bitches Brew a rimettermi in carreggiata. Prima però ascoltavo il rock dei sixties (Hendrix, la psichedelia di San Francisco…); iniziai da lì. E poi mi appassionai al blues, il reggae, la tribale africana, la trance music, Chet Baker, Sun Ra, il minimalismo… e tanti altri. Ma voglio precisare che, al di là di queste influenze, i Mars erano prima di tutto un prodotto della New York underground, generata partendo dai Velvet e arrivando alla new wave del ’74-’75 che vantava personaggi del calibro di Patti Smith, Television, Ramones e Talking Heads (i primi, quand’erano un trio… poi si commercializzarono). Noi cercammo di compiere quello che ritenevamo essere, a rigor di logica, un passo in avanti.

Mars live al CBGB's


Ai tempi dei Mars ti consideravi un non-musicista?

Sì, nel senso che rifiutavo le stronzate derivate dai cliché del rocker macho e suoi derivati, che erano all’ordine del giorno: la no wave fu la reazione a quell’atteggiamento; ci permise di esplorare senza preconcetti tonnellate di altre soluzioni. È vero che molti no wavers fondarono le loro band senza aver mai avuto alcuna esperienza musicale; nel caso dei Mars era vero per il versante femminile della band (China e Nancy). Io e Sumner avevamo esperienze precedenti, sempre da autodidatti però.

Non sono in molti a poter testimoniare d’aver diviso il palco con i Birdland, il gruppo di Lester Bangs, icona del giornalismo rock per eccellenza…

La loro musica non me la ricordo un granché, ma immagino si trattasse di un garage-rock con Lester più intento a farneticare i suoi testi che a cantare. Risultavano spassosi grazie alla forza della sua personalità e magari anche per le lyrics (ma quelle non me le ricordo proprio). Lui era una persona speciale, al contrario di quanto si racconta lo trovavo molto tenero e divertentissimo. Era un tutt’uno con ciò che scriveva e con il particolare periodo storico che stava vivendo, un po’ come  giornalisti del calibro di Hunter Thompson o Claude Bessy (conosciuto anche come Kickboy, tra i fondatori della rivista di Los Angeles Slash). Anche Claude era una persona  meravigliosa: si trasferì a Barcerllona e diventammo amici. Pure lui morì prematuramente (anche se non in maniera tragica come Lester).

Mark: uomo di gustose collaborazioni. Una parola su ognuno di questi gruppi/ artisti: Foetus…

Credo si trattasse della mia seconda collaborazione. Prima ci fu una breve esperienza con un gruppo che non registrò mai nulla in studio: si chiamava Mark, Mark and Marclay ed era composto dal sottoscritto, Mark E. Miller (dei Toykillers) e Christian Marclay. Mi sa che metterò online nel mio sito un paio di registrazioni live di quella formazione. Con Jim (J.G. Thirlwell alias Foetus) incidemmo la canzone Destino Matar per il suo album Gondwanaland, nella casa di Brooklyn che divideva con Lydia Lunch. Siamo amici da una vita; lui ha sfornato un ottimo remix dei Don King; una collaborazione riuscitissima poiché avevamo lo stesso feeling rispetto a come sarebbe dovuta procedere la faccenda. Jim aveva già collaborato con me durante le registrazioni coi Mars; in quel caso si trattò di un’esperienza più tecnica nella quale realizzò una sorta di remastered version assai creativa. Ricordo inoltre, nel ’91, un remix di un pezzo dei Raeo per una compilation che vide la luce a Barcellona.

… Lizzy Mercier Descloux?

L’aiutai a comporre e produrre l’album Suspence che, sfortunatamente, fu l’ultimo al quale riuscì a lavorare. Lo registrammo in Inghilterra, era il 1987. Un vero disastro, anche grazie al fatto che la Polydor, spaventata dal fatto che il disco avrebbe potuto non vendere un granché, se ne fregò della promozione. Negli anni ’90, complice il mio trasferimento in Spagna, ci perdemmo definitivamente di contatto.

… i misteriosi Etant Donnes?

I fratelli Marc e Eric Hurtado sono veramente speciali e altrettanto incompresi. Sono veri poeti e approcciano tutto da quella prospettiva (ecco perché mi piace lavorare con loro).

… il free combo Thee Magesty di Genesis P-Orridge?

Gran gruppo con il quale ho suonato assieme 3 o 4 volte in partnership cogli Etant Donnes. Genesis e io siamo amici da una vita: anche lui è una di quelle persone realmente uniche che troppo spesso vengono fraintese.

Cosa ricordi dell’esperienza Don King?

Il gruppo prese il via nell’83: la line-up originale era formata dal fratello di Arto Lindsay, Duncan, alla batteria, Lucy Hamilton alla chitarra e al clarinetto ed io al basso e tromba. Registrammo una cassetta per la Hyrax che presto sarà disponibile online nel mio sito. L’anno successivo pensai d’integrare all’organico delle percussioni brasiliane suonate da Arto e Toni Nogueira. L’album One Two Punch venne registrato dal vivo mentre il brano Revelry (mixato da Foetus e Roli Mosimann dei Wiseblood) fu composto per una produzione dello Squat Theatre. Il rimanente venne registrato nello studio di Martin Bisi (progettato assieme a Eno) a Brooklyn. Ci prendemmo un paio di settimane per ultimare il lavoro ma girava troppa cocaina per i miei gusti e questo fatto prolungò le registrazioni più del necessario. L’album fu pubblicato nell’85, poco dopo lo scioglimento del quintetto; riorganizzai i pezzi per un duo composto da me e Lucy ed effettuammo una tournée europea documentata nella cassetta On The Mediterranean (uscita nell’86 per la G3G di Barcellona). Finalmente l’anno successivo formammo una versione definitiva della band con Tony Maimone dei Pere Ubu al basso e un batterista di colore, Bill Perry (già con Lizzy Mercier Descloux). Registrammo un demo che trovò posto nella compilation antologica della Atavistic assieme a una versione di Reverly purtroppo masterizzata alla velocità sbagliata (mantennero quella erronea del vinile originale registrato a 33 giri). Kurt dell’Atavistic pensò che fosse la versione corretta. Per me fu una tragedia. Spero di poter fornire attraverso una reissue o una compilation il brano come l’avevamo concepito. L’ultimo concerto dei Don King si tenne nell’88 al Knitting Factory di New York. 

Cosa ti manca di Sumner Crane?

Era un vero genio e, come la maggior parte dei geni, in qualche maniera molto ‘instabile’. Visse per la causa dell’Arte. Si rivelò la vera forza guida dietro il progetto Mars, quello che portava forza e coerenza musicalmente e attraverso le lyrics (tutti i testi sono suoi). Tra di noi eravamo completamente connessi e ci veniva spontaneo navigare i mari della musica improvvisata; ma all’interno di quella libertà ci attenevamo alle sue direttive, anche a quelle non dichiarate verbalmente. Mi manca proprio tanto.

Che fine hanno fatto i due membri restanti dei Mars?

Lucy continua a fare musica a New York con un discreto successo. Ha formato un gruppo con suo marito (un ottimo violoncellista) chiamato The Love Dogs ma suonano raramente e non mi pare abbiano ancora inciso dei brani. Con Nancy ho perso completamente i contatti: so solo che vive ancora a NY ma non sembra interessata al revival dei Mars.

Musica al giorno d’oggi: credi che i talenti delle nuove generazioni sarebbero capaci di generare un capolavoro ardito quanto John Gavanti?

Non credo sia impossibile, comunque non ne farei un problema generazionale. Dico piuttosto che, se anche lo realizzassero, sarebbe difficile venirne a conoscenza. Il problema è che adesso è talmente facile effettuare delle registrazioni ‘casalinghe’ e metterle magari in rete che si è generata una sovrabbondanza di prodotti che finiscono così per essere ignorati. Noi riuscimmo a produrre un vinile attraverso la mia etichetta di allora e a stamparne 3000 copie. L’album fu recensito dalle più importanti testate underground, cosa che oggi sarebbe assai difficile.

Quale fu il ruolo di Eno durante le registrazioni di No New York?

Ci lasciò liberi di registrare in presa diretta quello che ci pareva. Poi aggiunse qualche effetto durante il mix finale ma alla fine ci piacque un sacco. Inizialmente glielo contestammo: eravamo ‘puristi’ a questo proposito. Ci fidavamo solo del suono che usciva dai nostri amplificatori come tradizione newyorkese vuole, ma giungemmo ad un giusto compromesso tra queste due maniere di intendere la cosa e ne fummo tutti soddisfatti.

Cos’ha decretato la fine dei Mars dopo solo 30 esibizioni live?

Sentivamo di essere giunti alla fine di quell’esperienza. Il conto alla rovescia segnava lo zero e non c’era altro da aggiungere perciò riprendemmo il nostro discorso sonoro attraverso John Gavanti ma ormai quel periodo si era concluso. La mia sensazione è che la vera no wave morì nel Dicembre del ’78 prima della realizzazione di No New York. Il Max’s Kansas City chiuse, il CBGB’s virò verso l’hard-rock e aprirono locali come il Danceteria e il Mudd Club. Cominciò a impazzare la scena dance. Alcuni considerano ‘no wave’ anche i gruppi sviluppatesi in quell’atmosfera ma io no. I Contortions e la nuova formazione dei DNA andarono avanti ancora un po’ ma la scena musicale smarrì le intenzioni di partenza.

Qual è la tua posizione riguardo il rapporto tra droghe e creatività?

Ho cominciato ad assumere droghe durante la loro età dell’oro, i tardi anni ’60, più che altro cannabis e sostanze allucinogene e fu grazie ad esse che riuscii a schiudere la mia mente alla percezione della musica. Durante la metà dei ’70 fumavo solo erba anche se ero circondato da fanatici della coca. Trovo la coca un ottimo disinibitore dell’ego ma un disastro per quanto riguarda la creatività; quello che sembra fichissimo quando sei fatto il giorno dopo si rivela essere soltanto merda. Con l’erba non c’è mai questa controindicazione. Per me è fondamentalmente un mezzo per elevare le nostre percezioni naturali, una chiave d’accesso, se vuoi. Barcellona in questo è grande perché io e Silvia possiamo coltivare sul balcone di casa una quantità di piante d’erba che ci basta per tutto l’anno e non possiamo essere perseguiti penalmente perché si tratta di un quantitativo per uso personale. Continuo a trovarla estremamente utile dal punto di vista della creatività e non sento la necessità di abusarne né di assumere dell’altro.

Perché hai scelto proprio la Spagna?

È stata la Spagna a scegliere me. Barcellona è un posto meraviglioso per vivere. Non voglio sostenere che sia un ‘paradiso’ scevro da problemi di ordinaria amministrazione, ma continuo ad amarla dopo 15 anni. In secondo luogo è stata per me molto importante musicalmente: prima ho generato i Raeo (attivi dal ’91 al 2001) e adesso porto avanti i progetti Convolution e Aleatory Grammar. E tanti altri ce ne sono stati.

Parliamo dei Convolution.

I Convolution sono una creatura organica a due teste creata da me e Silvia. Facciamo solitamente non più di 5 o 6 spettacoli all’anno (eccezion fatta per qualche tour occasionale come quello che ci spinse in Italia, 16 mesi fa) poiché preferiamo partecipare solo a show ed eventi organizzati in condizioni adeguate, concentrandoci nel tentativo di generare la musica più unica che ci sia possibile evocare. Abbiamo realizzato 4 cd scegliendo di metterli quasi subito fuori catalogo (a parte il primo, realizzato negli States dalla Sublingual). Gli altri li abbiamo realizzati per la nostra etichetta e forse li metteremo a disposizione per il download nel nostro sito. Ci sarà anche la possibilità di scaricare gratuitamente i nostri live, che verranno sostituiti ogni volta con del materiale più recente.

In molti si crucciano quando chiedo: nessun rimorso?

Rimorsi? E a che servono?

Tre aggettivi per definire tua moglie Silvia come artista…

Intuitiva, feroce e iconoclasta.

… e come donna.

Provocante, profonda e indipendente.

Più facile vivere di musica o morirci?

A questa però non posso rispondere.

Torni spesso sulle tue scelte artistiche?

No, non sono caparbio a questo riguardo. Il mio vocabolario musicale non è alla ricerca della perfezione ma del continuo mutamento. Non sono il tipo che ripete due volte la stessa cosa perciò non c’è proprio nulla su cui tornare e, come ho già detto, non sono un ‘tecnico’ dello strumento. Gli errori sono parte della mia arte.

Sono venuto a conoscenza di un lungometraggio realizzato in Italia e basato sul  John Gavanti…

Sì è vero! È un video di mezz'ora: sono tutti travestiti (probabilmente perché non riuscirono a trovare delle ragazze interessate al progetto). Devo averne una copia da qualche parte: un vero casino girato a budget zero ma con tantissima immaginazione. Questo documento dovrebbe tornare alla luce e circolare per la rete. Fu organizzato e interpretato dal gruppo new wave Plasticost e vi compare anche Marco Pandin, promotore di eventi e musica anarchica, che viveva dalle parti di Venezia. Marco organizzò uno show dei Don King nell'86 a Padova ed estrasse una canzone dal concerto per la compilation F/ Ear This!.

Se non erro la musica dei Don King compare anche in un vecchio film dell’87 con una giovanissima Uma Thurman, Kiss Daddy Goodnight…

Giusto. Quella pellicola fu girata da un regista australiano e i Don King fornirono la musica originale (vennero usate inoltre alcune canzoni di Arto Lindsay). Uma non menziona mai quel film nelle interviste ma credo fosse piuttosto valido; forniva uno sguardo ben preciso sulla NY di quel periodo.

Canzoni preferite?

Troppe.

Cosa ricordi con maggiore affetto degli ’80?

Anche se vengo associato con la scena newyorkese ‘free’ del periodo, ascoltavo un sacco di musica nera: hip-hop, dance giamaicana, cose africane (tipo Fela Kuti e simili). Le radio FM della Big Apple trasmettevano roba tosta e passavano costantemente deejay set di gran valore. In campo europeo adoravo gli Einstürzende Neubauten e alcune band post-punk inglesi, ma approfondii il loro ascolto solo dopo essermi trasferito in Europa. Fino a poco tempo fa (Kraftwerk a parte) la techno non mi era mai piaciuta, ora la capisco. Però, se si tratta di anni ’80, non riesco ad abbandonarmi ai sentimentalismi. La cosa cambia completamente se mi parli dei ’60 o dei ’50. Continua a commuovermi la versione live di You Don’t Know What Love Is interpretata da Chet Baker.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

L’euforia generata dal fatto di potersi esprimere.