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Mentre i Beatles davano alle stampe Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band definendo una volta per tutte le linee guida del movimento psichedelico inglese, mentre i Grateful Dead sottoscrivevano, con l’album d’esordio, la propria appartenenza a quell’ acid rock che di lì a breve avrebbe generato schiere di “viaggiatori”, mentre i Doors fondevano, nell’opera omonima, blues ed accenti lisergici col fine di espandere le “huxeliane” porte della percezione, usciva, in sordina, anche il primo disco del canadese Leonard Cohen. Originario di Montreal ed artista atipico per il periodo – nessun legame evidente con la cultura hippy -, prima di approdare alla musica Cohen si era dimostrato scrittore ispirato ed apprezzato a livello internazionale, grazie ad opere quali The Favourite Game, Flowers Of Hitler e soprattutto Beautiful Losers. Poeta e romanziere in possesso di uno stile vivacemente influenzato da riferimenti religiosi e al tempo stesso in grado di scuotere gli animi ed affascinare grazie a raffinate strutture linguistico - metaforiche, Cohen decideva, in seguito ad alcuni contatti avuti con personalità artistiche newyorkesi, di evolvere la propria proposta letteraria accostandola a musiche autografe di matrice folk. Nasceva così Songs of Leonard Cohen.
Il disco, in linea con alcune delle produzioni cantautoriali del periodo, procede su un binario estetico ben preciso: da una parte la voce profonda dell’autore ad esplorare le splendide derive melodiche dei brani, dall’altra arpeggi di chitarra che sottolineano la ritmica ed il carattere degli stessi. Se a grandi linee le musiche si ispirano agli stilemi del country senza però cedere a sonorità troppo tradizionali in questo senso, esse brillano al tempo stesso di luce propria, in virtù di un originalità fatta di malinconie sottili ed inclinazioni melodiche dal retrogusto europeo. Il tutto, filtrato da un’ attitudine compositiva ed un approccio alla tecnica spesso poco ortodosso ma ugualmente intrigante, mantiene una fondamentale coesione grazie ad efficaci arrangiamenti, strutturati su archi dall’identità sospesa e cori mai invasivi.
Nei quaranta minuti del disco l’autore affronta tematiche di natura esistenziale senza scadere nell’ovvietà, anzi dimostrando una ricchezza di sfumature davvero invidiabile: l’amore folle e al tempo stesso innocente di Suzanne, la compassionevole spiritualità di Sister Of Mercy, il cinismo e la disillusione di Teacher, i toni riflessivi di Hey That’s No Way To Say Goodbye, la solitudine e l’abbandono di The stranger song. Testi complessi, di non facile lettura, che per maturità ricordano, in alcuni frangenti, quelli del Bob Dylan meno politico. Songs of Leonard Cohen, nella sua semplicità apparente, è un'opera di grande spessore e profondità. Cohen riuscirà a ripetersi sugli stessi livelli anche nei successivi Songs From a Room e Songs of Love and Hate, suscitando l’ammirazione e meritandosi la stima di grandi artisti. Tra questi vogliamo ricordare Fabrizio De Andrè, che del musicista canadese riprese, fornendone una splendida rivisitazione nella lingua di Dante, la già citata Suzanne e Joan Of Arc.

Leonard Norman Cohen da Montreal, Quebec, classe ’34, aveva già maturato una discreta fama in patria fin dai tempi dell’esordio Let Us Compare Mythologies, una raccolta del ’56, e poi con The Spice-Box of Earth (1961). Attenzione, non stiamo parlando di musica: stiamo parlando di poesie. The Favorite Game del ’63 e Beautiful Losers di tre anni più tardi furono invece due romanzi accolti con favore e scandalo, quindi complessivamente bene. Ma fin dall'università dentro al letterato covava il cantautore.
La carta d’identità denunciava i fatidici trentatré anni quando Leonard irruppe nel Greenwich Village. Rimasero colpiti in molti, da lui e dall’angoscia angelicata delle sue canzoni. Soprattutto l’anfitriona Judy Collins ed il celebre discografico John Hammond. Questo disco fu una prepotente, incontenibile, naturale conseguenza. Un debutto dovuto, cui non poteva essere imposto titolo diverso. Canzoni, certo, canzoni come non se n'erano mai sentite prima. A partire dal soave abbandono di Suzanne, fili di passione, peccato e fatalismo dipanati e intrecciati senza posa tra archi e cori angelici. Siamo lontani un’epoca intera dalle frenesie socioesistenziali del folk militante. Lo stile allusivo e laconico di Cohen cozzava coi deliri illumina(n)ti di sua maestà Dylan pur scorrendo in un solco non troppo distante. Non è un caso se il nostro De André amerà entrambi senza riserve e - a quanto ne so - senza preferenze.
Infatti una Stories Of The Street finisce per baluginare psych-folk come una mischia instabile tra Gainsbourg e Jefferson Airplane, così come la fanfara macabra di Sisters Of Mercy contiene certi sogni allampanati Barrett assieme al Fred Neil più placido, così come la sorniona amarezza di One Of Us Cannot Be Wrong ciondola tra ebbrezza derelitta e visione dolciastra. Potrebbe essere una rivoluzione copernicana, non fosse che è solo un punto di vista diverso, la cosiddetta nuova era indagata da un signore allampanato, un po’ guitto un po’ lord, dandy col cuore da clochard immerso in un lago di contrizione e affanni emotivi, mentre il mondo diventa uno spettro.
Prendete la livida perorazione di Master Song - con l’arpeggio serrato a rimagliare un valzer stopposo, la tromba fantasma e le folate d’archi - oppure l’asprezza solenne e sdegnosa di The Stranger Song, o ancora la sanguigna tensione di Teachers: sono opere di scavo, cupi contraltari ai decolli speranzosi en vogue. Prototipi cui Nick Cave guarderà cento, mille volte prima d’intingere la penna nell’inchiostro della bile berlinese. La stessa So Long, Marianne, tra gli episodi più “canori” dell’intero repertorio Cohen col suo chorus struggente e ventoso, ammiccando le fregole irish dell’imminente Van Morrison, prefigura i rigurgiti romantici caveani da The Good Son in avanti.
Della qui presente edizione rimasterizzata va sottolineato il (prevedibile) maggior nitore oltre a due tracce mai uscite in edizioni ufficiali, la tarantella western di Store Room – venata d’intrigante impertinenza, gracidio d’hammond e chitarrina acidula – e la stupenda Blessed Is The Memory, che incede oppiacea tra malie esotiche. Bonus sfiziose di un album che già recava in calce la chiosa: capolavoro.