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Che cosa possiamo ragionevolmente pretendere, da quelli che senza pietà siamo soliti chiamare Brontosauri del Rock? Cosa, da chi ha fatto la Storia, alimentato leggende, invaso la cronaca? Alla fine, poco o tantissimo: belle canzoni e non prenderci per il culo.
Va per i sessantadue, Mr. Davies; nel periodo non collegato gli si è spianata la fronte da farlo assomigliare a James Taylor e ha avuto qualche problema di salute, legato alla pallottola vigliacca che lo raggiunse a una gamba due anni fa, mentre stava difendendo un’amica da uno scippo. Periodo non collegato… l’ultimo album prima di questo per certi versi sorprendente debutto con V2 - The Storyteller, una sorta di brevi cenni sull’universo Davies & Kinks - risale al ’98, e per trovare qualcosa d’altro bisogna risalire il corso del fiume su su fino all’85, quando uscì Return to Waterloo, colonna sonora di un film da Ray scritto e diretto. Prima ancora, vita morte e miracoli della band che non pochi ritengono più spartiacque di Beatles e Stones; dopo, soltanto un documentario del ’91 su Charlie Mingus.
Negli ultimi tempi, però, dev’essergli proprio tornata la voglia, se Other People’s Lives - a conti fatti il suo primo, vero solo - è stato preceduto da ben due EP, The Tourist e Thanksgiving Day, salomonicamente registrati uno in Inghilterra, l’altro negli Stati Uniti, dove Raymond Douglas ama spesso perdersi a New Orleans (e proprio per raccogliere fondi a sostegno delle scuole di NO colpite da Katrina è stato inciso il minialbum).
Una voglia che ha in qualche modo contagiato l’altro Davies, Dave (di lui basti e avanzi citare Death Of A Clown, che qualche pensionato ricorderà cantata in italiano dai Nomadi col titolo di Un figlio dei fiori non pensa al domani): 59 anni il 3 febbraio, il minore dei fratelli Kinks - che fu il fondatore della band, e Manitu gliene renda merito - si è parzialmente ripreso dal (brutto) colpo del 2004. Anni difficili, gli ultimi, per i Davies Brothers... comunque sia, Kinked, una compilation con un brano nuovo (God In My Brain), è in uscita per Koch, preceduta dalla ristampa furbetta di “Storyteller”.
Ma torniamo a Ray: Other People’s Lives non ci prende per il culo, e soprattutto contiene belle canzoni, che a doverne scegliere una ma una solamente, direi Next Door Neighbour, un pezzo che non sfigurerebbe nella “Village Preservation Society” e che sta a Davies, questo album e la sua carriera come English Tea sta a McCartney, il suo “Chaos” e il suo Mito. Ma altre non mancano, dalla ballatona rock After The Fall all'ancheggiante title track; Davies si impegna, gigioneggia (non è forse lui ad aver detto una volta di aver “scritto solo duecento buone canzoni, il resto sono B-sides”?) fino a elargire qui - Run Away From Time - pillole di Lou Reed, là - The Getaway (Lonesome Train) - petali di Neil Young, quando addirittura non dà l’impressione di aver ascoltato qualche disco nuovo (Devendra? Bright Eyes?).
Anche se forse sono solo allucinazioni, ed è più credibile immaginarselo in poltrona, con qualche vinile dei Kinks sul piatto. Del resto, in quei vecchi padelloni c’è quasi tutto. (7.3/10)

A chi scrive, nonostante fosse l’attesissimo esordio solista di un signore che sta sulle scene da quaranta e passa anni, Other People’s Lives (2006) non era poi troppo piaciuto. Più per la refrattarietà all’idea di un Ray Davies maturo e rock oriented, più U.S. che U.K. (da anni vive a New Orleans, dove quasi ci lasciava la pelle dopo un tentativo di rapina), così apparentemente diverso dalla sua veste “classica” di acuto, visionario e ironico storyteller. E nemmeno uno dei tanti: lo storyteller per antonomasia (come da titolo di un suo disco-happening del ’98), colui che seppe raccontare – fustigandoli e deridendoli - grandi e piccoli difetti dell’animo umano, attraverso la sua Inghilterra, fissando al contempo nuovi canoni per il pop intero (brit, che ve lo diciamo a fare).
Si sarà capito: impossibile guardare al Ray Davies di oggi senza pensare a quel Ray Davies. Beh, fare marcia indietro ci viene naturale di fronte a Working Man’s Café, un disco che obiettivamente dimostra quanto l’ispirazione dell’Uomo oggi sia più che mai vivida, vivace nel commentare il presente - tanto il nostro quanto il suo -, vestendolo di mestiere quanto basta (i sessionmen di Nashville fanno dignitosamente il loro lavoro).
Epperò con una verve subito evidente dalle due prime cartucce sparate, Vietnam Cowboys e You’re Asking Me (kinksiane oltremodo, e come altro, sennò?), proseguendo poi in un percorso che si fa rock, soul, pop, in una maniera che tuttavia va ben oltre il farti chiedere “where have all the good times gone?”. Che basterebbe solo quello, in fondo; e invece Ray ci mette ancora una volta del suo, vedi le autobiografiche title track e Morphine Song, talvolta inciampando (la quasi Springsteen-iana Peace In Our Time, strana per le sue corde), aggiornando antichi fasti ricoprendoli d’urgenza odierna (The Voodoo Walk, No One Listen), per portare infine il risultato a casa. Non si può chiedergli di meglio, no. (Da mettere sullo scaffale accanto al recente ritorno di Edwyn Collins) (7.0/10)