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Joy Division

di Antonio Puglia
In occasione delle ristampe di Unknown Pleasures, Closer e Still, ricostruiamo, ancora una volta, le vicende della band. Ventisette anni dopo, insieme a un'eredità enorme e ancora pesante, resta il piacere di scoprire per l'ennesima volta una musica che, aldilà di ogni implicazione (esistenziale, sociologica, musicologica che dir si voglia), conserva intatto tutto il suo fascino morboso.

Where Will It End?

Ironico come la celebrazione definitiva del mito dei Joy Division coincida con lo scioglimento – pare, stavolta, irrevocabile – dei New Order. Fra l’uscita nelle sale (non quelle italiane, ahinoi) del biopic su Ian Curtis Control e relativa colonna sonora, del documentario di Grant Gee e - dulcis in fundo - delle ristampe aggiornate dei dischi in studio, Barney, Hooky e Morris hanno reso insanabili le loro ataviche fratture, concludendo la loro avventura trentennale a colpi di velenosi botta e risposta sotto i riflettori dei media. Non bastasse, il 10 agosto scorso è venuto a mancare colui senza il quale tutto ciò non sarebbe mai avvenuto - o meglio, sarebbe stato irrimediabilmente diverso -, il sig. 24 Hour Party People, Tony Wilson. Come dire, un cerchio che si chiude definitivamente, al centro del quale sono racchiusi trent’anni buoni di storia (senza scomodare facili sensazionalismi o revisionismi; qualcuno provi a dimostrare il contrario).

A rievocare, spiegare ed enumerare gli effetti della lunga ombra gettata dal suicidio del missing boy Ian (così come lo ricordò l’amico Viny Reilly dei Durutti Column) ci hanno già pensato in moltissimi; allo stesso modo, l’eco fortissima di quella manciata di brani realizzati nell’arco di appena due anni e mezzo risuona ancora oggi, e non ha certo bisogno di teoremi dimostrativi. Diciamo la verità: non c’era neanche una gran necessità delle nuove versioni di Unknown Pleasures, Closer e Still, dal momento che già il box Heart And Soul aveva degnamente portato a termine la missione e, immaginiamo, i live inclusi come bonus sono più affare da collezionisti ed esegeti all’ultimo stadio.

L’alternativa è di stare al gioco, e lasciarci andare anche noi alla nostalgia e alla voglia di rivivere e ricostruire - pur brevemente - ancora una volta quella storia.

La storia di quattro adolescenti cresciuti nei sobborghi della capitale dell’Inghilterra industrializzata (Salford e Macclesfield, due escrescenze incancrenite di Manchester), fra sogni di stardust bowiana e disillusione nera metropolitana di marca Iggy / Velvets. Un faro di luce speranzosa si accende sulle loro grigie esistenze una sera di luglio del 1976, al Lesser Free Trade Hall di Manchester. Com’è noto, quel concerto dei Sex Pistols fu un turning point per molti: i Buzzcocks, che avrebbero dovuto suonare di spalla e che comunque già avevano capito tutto (di lì a poco il loro EP Spiral Scratch darà il la tanto al movimento punk - e post - locale quanto al D.I.Y. dell’industria discografica indipendente), passando per membri di Fall, Smiths, Durutti Column e perfino un giovane Ian Brown (Stone Roses), tutti nomi che marchieranno a fuoco gli anni a venire.

Così illuminati, Ian Curtis, Bernard Sumner e Peter Hook - Steve Morris arriverà al concludersi di una girandola di almeno tre batteristi - danno presto vita ai Warsaw, Bowie berlinese nella mente e Stooges nel sangue e nelle ossa. Il modello primario è fornito da Buzzcocks & co., ma il cantante e frontman non è certo uno dei tanti scapestrati che si vedono blaterare su un palco a scimmiottare Rotten: legge avidamente e scrive con altrettanta foga poesie esistenzialiste e colte, che poi diventano testi di rifiuto, di inadeguatezza, di smarrimento, di ricerca di redenzione. La parabola del gruppo, da subito accompagnata da una frenetica e attività on stage, si consuma lì e subito, fast&furious come ogni punk band che si rispetti. A differenza di altri, i ribattezzati Joy Division però mostrano di avere prospettiva, un ideale per vivere che, aldilà delle note provocazioni nazistoidi, si reifica in fretta in un pezzettino di vinile contenente 4 brani (An Ideal For Living, appunto) in cui ci sono già i germi della leggenda.

Dopo un abortito flirt con la RCA - la casa di Bowie, Iggy e Lou, praticamente un sogno per Ian -, per cui incidono malamente un tentativo di esordio su vinile (reperibile nel semi-ufficiale Warsaw del 1994), l’ulteriore e decisiva svolta arriva con il manager Rob Gretton, personaggione improbabile e schizzato che li mette in contatto con una cricca di incoscienti artistoidi che si ispira alle teorie situazioniste. Si chiamano Tony Wilson, Peter Saville e Alan Erasmus, e stanno mettendo su un’etichetta indie che porterà stesso nome di uno dei locali chiave di Manchester, Factory (strizzatina d’occhio a Warhol inclusa). Il resto, come si dice, è storia.

Che lo si veda come un punto di arrivo di quanto è stato appena raccontato - o un punto di partenza di tutto ciò che seguirà –, Unknown Pleasures (Factory, aprile 1979) è, semplicemente, una pietra miliare. Definisce l’identità e il ruolo “guida” dei musicisti che lo hanno forgiato, tratteggia un affresco agghiacciante dell’esistenzialismo post- (post-punk, post-industriale, post-tutto) di fine ’70, stabilisce un vero e proprio canone di un genere (di generi?) a venire, pur ribadendo l’unicità e la specificità della musica che contiene. Aldilà della caratura e del peso delle singole dieci tracce, l’elemento fondante che forse oggi risalta di più è il lavoro pazzesco e maniacale di Martin “Zero” Hannett, produttore alla cui bizzarria e sregolatezza si accompagnava una visione del suono estremamente focalizzata e rigorosa. Lo scenario sonoro allestito per She’s Lost Control - meccanico, claustrofobico, eppure ricco di groove - è un momento irripetibile, inutile ricercarlo in altre esperienze d’ascolto. Forse negli anni ci si è soffermati troppo sul carattere cupo e tetro della musica di Unknown Pleasures, quando non si è mai abbastanza posto l’accento sulla fortissima ambizione, sullo spirito di avventura e di ricerca che ne hanno mosso la realizzazione. Un disco a dir poco pionieristico, sia nella mistura di generi sia nel suono innovativo che propone; a quasi trent’anni di distanza, può stare benissimo accanto a un White Light / White Heat o un Low senza sfigurare.

Venendo a Closer (Factory, luglio 1980), successore e canto del cigno insieme, è pazzesco constatare di nuovo come, con il senno di poi, il suo dispiegarsi traccia per traccia equivalga a una cerimonia funebre, meticolosamente allestita in ogni dettaglio. Un macabro scherzo portato fino alle estreme conseguenze, la mattina del 18 maggio 1980; alla luce (o meglio, all’ombra) di ciò, quel climax finale a spirale di “where have they been?” è ancora adesso emotivamente insostenibile. Combattuto tra gli estremi spigolosi e infernali di Colony e Atrocity Exibition e la pace sepolcrale di The Eternal e Decades, è un disco ancora più maturo e focalizzato, laddove in Isolation e A Means To An End è possibile cogliere i germi di ciò che sarebbero stati i New Order. Fare una scelta – anche critica - fra Closer e l’esordio è, in fondo, stupido. Perché, quando si possono avere entrambi?

Dal canto suo Still (Factory, ottobre 1981), come ogni disco postumo che si rispetti, dovrebbe rientrare più negli interessi dei completisti; così in realtà non è, nel momento in cui fra le outtakes scelte da Wilson in commemorazione del ragazzo scomparso affiorano brani chiave come Exercise One, Glass, l’epica e definitiva Dead Souls e The Sound Of Music, roba da prima classe tanto quanto le sorelle maggiori degli album. Il quadro però viene lasciato incompleto escludendo gli epocali singoli Transmission e Atmosphere (per quello si dovrà aspettare nel 1988 Substance, non ristampato nella recente sfornata); in compenso, più per ragioni affettive che puramente artistiche – data la qualità sonora scadente e vistose negligenze tecniche -, in Still c’è un documento pressoché completo dell’ultimo concerto dei Joy Division, il 2 maggio 1980 all’università di Birmingham.

Ventisette anni dopo, insieme a un’eredità enorme e ancora pesante, resta il piacere di scoprire per l’ennesima volta una musica che, aldilà di ogni implicazione (esistenziale, sociologica, musicologica che dir si voglia), conserva intatto tutto il suo fascino morboso. Where will it end?

 

Unknown Pleasures disc 2 / Live At The Factory - 11 april 1980
  • Dead Souls
  • The Only Mistake
  • Insight
  • Candidate
  • Wilderness
  • She's Lost Control
  • Shadowplay
  • Disorder
  • Interzone
  • Atrocity Exhibition
  • Novelty
  • Transmission
Closer disc 2 / Live at ULU – 8 february 1980
  • Dead Souls
  • Glass
  • A Means To An End
  • Twenty Four Hours
  • Passover
  • Insight
  • Colony
  • These Days
  • Love Will Tear Us Apart
  • Isolation
  • The Eternal
  • Digital
Still disc 2 / Live at High Wycombe Town Hall - 20 february 1980
  • The Sound of Music
  • A Means to an End
  • Colony
  • Twenty Four Hours
  • Isolation
  • Love Will Tear Us Apart
  • Disorder
  • Atrocity Exhibition
  • Isolation (sound check)
  • The Eternal (sound check)
  • Ice Age (sound check)
  • Disorder (sound check)
  • The Sound of Music (sound check)
  • A Means to an End (sound check)
AA.VV. - Control O.S.T.
  • Exit - New Order
  • What Goes On -The Velvet Underground
  • Shadowplay - The Killers
  • Boredom (Live at The Roxy) - The Buzzcocks
  • Dead Souls - Joy Division
  • She Was Naked - Supersister
  • Sister Midnight - Iggy Pop
  • Love Will Tear Us Apart - Joy Division
  • Hypnosis - New Order
  • Drive In Saturday - David Bowie
  • Evidently Chickentown (Live) - John Cooper Clarke
  • 2HB - Roxy Music
  • Transmission (Cast Version) - Joy Division
  • Autobahn - Kraftwerk
  • Atmosphere - Joy Division
  • Warszawa - David Bowie
  • Get Out - New Order

Joy Division: Unknown Pleasures, Closer, Still – Collector’s Edition
AA.VV. - Control O.S.T. (Rhino / Warner, 30 ottobre 2007)

di Antonio Puglia

Che la celebrazione continui. In corrispondenza dell’uscita del biopic Control (non nelle sale italiane, disgraziatamente), ecco puntuali le Collector’s Edition dei tre dischi del catalogo ufficiale dei Joy Division, confezionate come sa ben fare la Rhino - ovvero, provviste di booklet aggiornati e bonus disc, in lussuoso box vinile o in tre cd separati -, nonché la soundtrack della pellicola in questione. Rimandandovi all’articolo che trovate nella sezione classic di SA #37 per l’approfondimento sugli album veri e propri, basti dire che le registrazioni live qui presentate come extra – rispettivamente At The Factory, At ULU, At High Wycombe Town Hall, tutte e tre risalenti ai primi mesi del 1980 - non aggiungono granché al canone della band, a parte aggiornare con versioni decisamente migliori il repertorio del concerto di Still, sia dal punto di vista del suono che dell’esecuzione (tranne qualche eccezione come Disorder e Love Will Tear Us Apart, di cui probabilmente non esiste una versione dal vivo decente).

Presi come documento, i tre dischi mostrano un gruppo dal forte impatto fisico ed emotivo, soprattutto in Dead Souls e Atrocity Exhibition, di un’intensità quasi insopportabile; non mancano neppure chicche come Novelty e The Only Mistake. Curiosità: nonostante le scalette siano per la maggior parte delle anteprime di Closer (comprese le rare Isolation e The Eternal), durante il primo concerto si può sentire il pubblico chiedere a gran voce pezzi dell’EP An Ideal For Living come No Love Lost e Warsaw; segno inequivocabile di un culto già allora fedelissimo (7.0/10 a tutti e tre gli extra).

A mo’ di ideale appendice, la colonna sonora di Control raccoglie alcune tracce basilari per entrare appieno nella weltanshauung dei Joy Division e comprenderne la genesi; la scaletta segue il dispiegarsi della trama della pellicola, con sporadici inserimenti di dialogo a reggere il filo narrativo, in maniera fortunatamente non invasiva. Si va da What Goes On dei Velvet Underground, al glam rock di Bowie, Roxy Music e l’Iggy Pop de-umanizzato di The Idiot, al prog arty degli oscuri Supersister, passando per leggende di Manchester come Buzzcocks e John Cooper Clarke, nonché, ovviamente, per i cruciali - per differenti motivi - Pistols e Kraftwerk. Gli stessi Joy Division sono poi presenti con il poker epocale di Dead Souls, Atmosphere, LoveWillTearUsApart e Transmission (live alla Granada TV con introduzione del patron Tony Wilson), nonché - indirettamente - con l’unica cover della soundtrack.

Nelle mani dei Killers Shadowplay diventa un inno da disco-club, meno agghiacciante di quanto si possa temere, anzi riplasmata con riverenza stilistica nei confronti dei modelli (dopo tutto questi ragazzi hanno preso il nome da un video dei New Order, no?). A proposito, qui troviamo anche l’ultimo materiale inedito pubblicato dai Sumner, Hook e Morris, ovvero tre brevi e liquidi strumentali a commento di altrettante scene chiave del film, in cui marchio di fabbrica sonoro del trio è impresso a fuoco (nota a margine: sulle prime si pensava dovessero uscire sotto la sigla Joy Division, poi, per fortuna, ha prevalso il rispetto). (7.5/10)