

L’impasto è fragrante, ma tutto sommato tradizionale: una bella infarinatura di folk, un po’ di sale country rock, vivace lievito post-wave e un pizzico – appena un’idea – di aroma psych. Niente di clamoroso, no? A maggior ragione mi sorprende la facilità con cui Bright Yellow Bright Orange mi si è aggrappato ai pensieri, e ancor più l’imperituro accompagnarmi attraverso questi giorni di molte bestemmie masticate in silenzio, tra cupi timori globali e la consueta maledetta routine. Che dire, sarà la voglia di qualcosa o qualcuno che mi conforti palpeggiandomi il cuore, quindi ben vengano le carezze & lusinghe di questi due longevi australiani.
Due anni e qualcosina sono trascorsi dacché Robert Forster e Grant McLennan hanno rimesso in moto la ragione sociale Go-Betweens sfornando l’ispirato The Friends Of Rachel Worth, in cui ostentavano vis umbratile, freschezza da ragazzini e consumata sapienza compositiva. In sostanza gli stessi ingredienti che, puntellandone il tenero afflato pop, conferiscono alle dieci nuove tracce la struttura nitida e vibrante delle cose preziose.
Vedi In Her Diary, che adagia uno scheletro folk nell’oppiacea bambagia del farfisa, o quella Poison In The Wall febbricitante come degli Smiths in missione californiana, le chitarre appena sotto il pelo del jingle jangle, una slide fugace e il romanticismo marmorino del piano. C’è poi il piglio versatile e ipercinetico ravvisabile in Old Mexico (accorata disidratazione XTC) o nell’iniziale Caroline And I (che si incendia su un riffettino stile La Bamba salvo poi declinare su languide traiettorie wave), a contrappuntare l’inquieto allungarsi di certe abbacinanti penombre emozionali (la vivisezione affettiva a cuore aperto di Mrs. Morgan, l’amarezza sputata nella polvere di Something For Myself - come uno Steve Wynn crepuscolare – oppure il country-pop disarmato e disarmante di Crooked Lines).
Così, tra una Make Her Day che rimanda ai R.E.M. di quando ancora spolpavano l’asprigno frutto Velvet Underground e una Too Much Of One Thing che fa incontrare folk dylaniano e acidule angolosità Paisley, si arriva alla breve Unfinished Business col cuore – come è possibile? – per nulla sazio anzi bisognoso dell’ultimo sbuffo di tenerezza, ed è un bell’inseguire quello sgocciolare di piano, il brontolio filamentoso del contrabbasso, quelle spume di steel guitar, la voce che abbottona un tiepido sconforto, appende l’ultima mestizia e – tenera, impagabile, bastarda - se ne va. Lasciandomi col dito sul repeat.
Rimangono da segnalare quattro extra tracks che non avrebbero certo sfigurato nel programma ufficiale (ma il vezzo delle dieci-tracce-dieci ha avuto di nuovo la meglio) ben intonate come sono al suddetto melange sonico, spiccando per cupo bagliore il sinistro figlioccio Violent Femmes di Woman Across the Way - su cui germogliano archi in vena d’esotico e tremuli goticismi di chitarra - e il disincanto palpitante di The Locust Girl, di quelli che ci si aspetterebbe dalla vena migliore dei Belle And Sebastian.
Più che consigliarvelo questo disco ve lo auguro, sperando che vi sia altrettanto amico. (7.0/10)

Sono le recensioni più difficili da scrivere, queste. Perché basterebbero due righe, anzi cinque parole: i soliti impagabili, appaganti Go-Betweens. Tanto vale però sfruttare questa convergenza di spazio, tempo e pazienza (la vostra) per riflettere sulla tenacia di questo incanto, su come e perché questo rituale di dieci-canzoni-dieci riesca a cavarsela giocando civettuolo sul limite tra rito artigianale e ineffabile sonico.
Oceans Apart è l’ennesima tappa di quel processo che conduce la mediocrità aurea dei due australiani verso l’olimpo dei songwriter: per quella capacità di tener vivo il brio e il mistero, l’entusiasmo e la scrupolosità, l’intemperanza e il puntiglio. E’ pop colto e straccione, sobrio e scellerato, fiorito su una composta di rottami new wave e psych, folk e glam, RnB e Tin Pan Alley.
E’ un miracolo di equilibrio che si rinnova ogni volta, un po’ come si sciolgono con sbalorditiva puntualità certe reliquie di (presunto) sangue. Non stupisce più la sostanza dell’evento, ma sbalordisce la prospettiva che delinea. Ogni istante, ogni nota, ogni timbro, ogni inflessione melodica testimoniano un progetto che si sa schiavo di una passione senza fine, di voglia d’appagarla e di quel po’ di talento necessario affinché questo accada.
Ecco la scandalosa rivelazione di Robert Forster e Grant McLennan: la musica è qualcosa che avviene, e lo fa a livello del suolo. Con metodo, con l’intensa umiltà di chi mette in gioco tutto se stesso e nient’altro. Gli obiettivi, la loro ubicazione & dimensione (utopie, rivelazioni, rivoluzioni, giudizi, anamnesi…), non sono il metro di giudizio, o almeno non il più importante. Non quanto la gittata, la traiettoria e di quanto la freccia si avvicini al centro del bersaglio, per quanto trascurabile o banale esso sia.
Con la loro “regola” dei dieci brani per scaletta, i Go-Betweens sembrano comunicare “quantitativamente” il loro livello professionale ed artistico: né meno né più che questo rientra nelle loro possibilità, questo fanno e lo fanno bene.
Perché Finding You, ad esempio, è la ballata che potrebbe scrivere un Robyn Hitchcock accaldato e sognante, perché Statue è un folk-wave intriso di esotismo come i New Order più lievi ipnotizzati da un calypso, perché Darlinghurst Nights è quel meccanismo implacabile che divarica spazi ed accumula sostanze (chitarre, tastiere, archi, ottoni…) intrecciando un tripudio festoso e ghignante. Perché Mountains Near Delray è quella ballata ondeggiante e cisposa simile a certe inestimabili interlocuzioni R.e.m. come dai R.e.m., ahimé, non ci si attende più.
C’è insomma che questi due ex ragazzi non conoscono – per costituzione, per istinto, per attitudine – il linguaggio delle classifiche né i codici delle pietre miliari, ma conoscono le strade che portano al cuore (anzi che si immischiano nel cuore, come la ragione sociale insinua) di chi dall’ascolto pretende la sua piccola, meritata razione di trasporto. Forse è molto, forse poco, ma così è. Se vi pare. (6.9/10)

Col trascorrere degli eventi, le cose possono assumere nuovi e diversi significati. E allora la scomparsa di Grant McLennan, avvenuta d’improvviso poco più di un anno fa, conferisce a un’operazione gustosa ed interessante come questa un inevitabile, agrodolce sapore commemorativo. Intermission era un progetto in cantiere già da tempo, sin da quando i due Go-Betweens avevano riallacciato il sodalizio artistico nel 2000 con l’acclamato Friends Of Rachel Worth, giunto dopo un’intera decade trascorsa a perseguire progetti in solitaria; come spiegano le note di copertina, uno degli ultimi impegni professionali di McLennan è stata proprio la scelta della tracklist e del titolo di questa doppia antologia.
Sapere anche che nei ’90 i fan compilavano insieme le loro tracce soliste fantasticando una reunion tra Robert & Grant, già la dice lunga sulla qualità del materiale qui raccolto. Se queste 26 canzoni venissero opportunamente miscelate, probabilmente il risultato non si discosterebbe troppo dai recenti lavori del duo australiano, ormai padrone, negli anni della maturità, di un songwriting maturo ed eccezionalmente centrato (vedi l’ultimo Oceans Apart, di appena due anni fa). Questo perché, negli otto album pubblicati fra il 1990 e il 1997 - Danger In The Past, Calling From a Country Phone, I Had A New York Girlfriend, Warm Nights di Forster e Watershed, Fireboy, Horsebreaker Star, In Your Bright Ray di McLennan -, i due hanno affinato ed esplorato in lungo e in largo la loro vena, crescendo esponenzialmente come autori aldilà dei traguardi pop segnati insieme nei loro gloriosi ’80 targati Postcard.
Intermission evidenzia proprio questo percorso di crescita, unendo i punti fra i Go-Betweens giovani e quelli adulti e marcando al contempo differenze – e parentele – fra gli stili e le personalità di ciascuno. Tanto inquieto Robert, diviso fra rock sanguigni e country meditabondi ed esistenziali, quanto solare Grant, immerso in un pop-folk di classe puntellato da liriche argute e ficcanti; Falling Star, 121, Cryin’ Love del primo e Haven’t I Been A Fool, Easy Come Easy Go e One Plus One del secondo sono soltanto alcune delle gemme nascoste qui riportate alla luce, che oggi più che mai meritano tutta l’esposizione del caso. Per collocare finalmente i due al posto che loro compete - accanto ai vari Nick Cave, Neil Finn e Robyn Hitchcock tra i migliori songwriters della loro generazione, per capirci -, e per superare ogni rimpianto possibile (7.5/10).
Nota a margine per il packaging allestito dalla Beggars, prima classe assoluta.

Appena tre anni fa, salutavamo Oceans Apart come il sorprendente ritorno di una cara, vecchia, amata band che aveva metabolizzato le rughe tanto bene da prodursi in uno dei più bei comeback degli ultimi tempi. Poi, la prematura ed improvvisa scomparsa di Grant McLennan nel 2006 ha bruscamente interrotto il sogno dei definitivamente rinati Go-Betweens, e al suo partner non è rimasto che elaborarne la perdita nell’unica maniera possibile: con un disco. Robert Forster ha così radunato la stessa line-up dell’album precedente, per prodursi in quella che è un’elegia all’amico scomparso e al contempo un’ode alla vita e alla musica. Piccoli miracoli del rock.
The Evangelist è senz’altro il lavoro più intimo e meditabondo del songwriter australiano, che raccoglie l’eredità degli ultimi sforzi del suo gruppo e li porta avanti in una dimensione personale e altrettanto a fuoco; una maturità pienamente espressa nella sentita Demon Days, nella title track e nell’apertura e chiusura quasi religiose di If It Rains e From Ghost Town, tutti momenti particolarmente ispirati e toccanti. Ma Forster sa anche ritrovare la verve pop in Did She Overtake You, It Ain’t Easy e Let The Light In Babe, per poi prodursi in un gustosissimo tributo a Dylan e alla Band in Don’t Touch Anything; ce n’è abbastanza per collocarlo fra i miglior cantautori della sua generazione ancora in attività (un secondo nome? L’altrettanto ispirato Robyn Hitchcock). Non ci sembra affatto cosa da poco. (7.2/10)