La Touch & Go ristampa Promised Works, raccolta già edita da Matador nel 2000 che compilava i primi due EP dei For Carnation. Sono passati sette anni dall’ultimo intervento a cuore aperto anestetizzato di Brian Mc Mahan, il lavoro Self Titled. Cerchiamo di sentirne ancora il polso.

Fuori dal tempo e dallo spazio, un gruppo non esiste. I For Carnation, lontani dall’orologio e dalle mappe, sono una splendida finzione che ha tracciato la propria parabola attaccandosi ad alcuni minimi termini musicali, che ha poi rivestito, una volta rasentato il loro annullamento. Come un paguro bernardo - un crostaceo che ha perso nell’evoluzione la sua corazza, trovando rifugio in una conchiglia che conserva la sua carne indifesa e ne difende la presenza mondana.
I For Carnation hanno sempre subito una sistemazione sistematica - l’evoluzione degli Slint, l’incrocio tra i Codeine e i Tortoise, e via dicendo. Iniziamo invece a guardarli nel loro splendido isolamento. Quello che abbiamo è poco; un primo delicatissimo EP di tre canzoni (Fight Songs), un secondo più lungo (Marschmallows), che sfrutta la maniera più classica in occidente per comunicare in musica un dato stato emotivo, ovvero le tonalità minori, e un unico album, di sole sei canzoni – ricorda qualcosa? – omonimo al gruppo.
I tre brani di Fight Songs (Matador, 1995; 7.5/10) sono fantasmatici come un assaggio, o come un interludio cantautoriale che si esaurisce in poche mosse, lasciando un retrogusto non pieno ma neanche impercettibile. Grace Beneath The Pines lambisce da subito il silenzio. La voce di Brian McMahan si eleva, ma si tratta di un sussurro appena più acceso, sopra i tocchi minimi della chitarra. How I Beat The Devil fornisce una poco più che istantanea elettrificazione a un tema. Get And Stay Get March trova in un riff delicato e sereno un prato dove stendersi e non pensare ad altro.
E in fin dei conti i For Carnation sono questo, un paguro stoico che riflette su ciò che ha e non su ciò che non ha, e decide di conseguenza. Ne è la conferma, in Marschmallows (Matador, 1996; 8.0/10), il mantra minimalista grigio scuro di I Wear The Gold, gli accenni diffusi di lentezza cantautoriale (On The Swing), e l’onestà con cui si pongono le premesse per il teorema della fragilità in musica: i pochi mezzi, ancora una volta.
Certo, ci sono le parole. La loro simbiosi con l’emotività strozzata della musica, indifesa ma crudele, è completa, l’attenzione al loro effetto palpabilissima, come il calcolo della loro presenza (nel carillon di Imyr, Marschmallow, ma soprattutto in Winter Lair, incastonate come sono tra il punto della chitarra e i tocchi di triangolo, nello scandire il crescendo di Salo) e assenza (Preparing To Receive You, I Wear The Gold).
Dopo una tale tabula rasa, For Carnation (Touch & Go, 2000; 7.9/10) potrebbe sembrare salvifico. Un tessuto di tastiere definisce una rinascita, l’alternativa al silenzio. La musica quasi sinfonica potrebbe risultare agli antipodi del suono di Marschmallows, e invece, McMahan sia lodato, ne prosegue con coerenza mirabile l’indirizzo. Per citare Brian stesso, questa “non è musica triste, è solo molto seria”, o addirittura “popolare”. Il riff che si era incastrato in Preparing To Receive You cede le sue manette alle due note ipnotiche di Emp. Man's Blues, le quali in sostanza rimangono indifferenti alla sovrastruttura di strumenti. E così via fino all’ascesi struggente di Moonbeams.
La “guida” emotiva non apparteneva certo al post-rock, ma questo non è post-rock, è musica popolare, come dice McMahan, e questo si vede dall’abbinamento testo-musica, per esempio. L’astrazione del post è del tutto assente, come il suo calcolo sulle strutture. Queste sono canzoni che dicono poche cose alla volta, tutte di determinante importanza da sapere. Ma qui stiamo già passando ad altro. Non possiamo non farlo, purché non si dica che i For Carnation sono post-rock; semmai, hanno preso da quel “movimento di persone” (parole ancora di McMahan) la ricchezza straordinaria del superamento della struttura classica di una canzone, dell’equilibrio noiosissimo tra chitarra ritmica e solista, tra ritornello e strofa.
Come il post, i For Carnation si occupavano di comunicare la purezza, ma non delle idee astratte ma di chiavi liriche; ma nelle affinità di determinazione, di serietà, le differenze sono notevoli.

Dentro il tempo e lo spazio, i For Carnation nascono qualche anno dopo lo scioglimento degli Slint, avvenuta a ridosso della pubblicazione di Spiderland, nel 1991. Appare così nel ’94 una formazione che vede Brian McMahan affiancato da alcuni membri dei Tortoise, che poi si fissano, provvisoriamente, nel combo che dà vita a Fight Songs: oltre a McMahan, David Pajo, John Herndon e Douglas McCombs. Il secondo ex-Slint, il terzo e il quarto dei Tortoise. Due pari.
E qui si può giocare con le messe a fuoco. Ascoltando How I Beat The Devil (a suo modo un brano quasi spumeggiante) risuonano le tecniche e i suoni di un gruppo che nel ’93 aveva fatto uscire un EP strabiliante; si parla dei Gastr Del Sol e del loro Serpentine Similar – ma il pensiero forse si posizionerebbe con più esattezza sugli ultimi Bastro dal vivo, prima della trasformazione in GDS. In effetti, scavando nel notorio passato di McMahan, vi ritroviamo un compagno di gruppo nei leggendari Squirrel Bait, spesso indicati come la matrice del passaggio tra post-hardcore e post-rock. Le scelte musicali sembrano così riunire, dopo una decina d’anni, McMahan con David Grubbs. Lo stile di accompagnamento della melodia vocale con la medesima melodia suonata alla chitarra deriva da David, ma ancora prima ha una lunga tradizione che Brian similmente riprende. Nei Gastr Del Sol c’è poi pure John McEntire (tastierista), passato anch’egli dai Tortoise, che darà un appoggio sostanziale alla produzione di For Carnation – arricchendone alcuni aspetti e supervisionandone l’insieme.
Tornando al primo EP, l’incipit di Grace Beneath The Pines potrebbe essere seguito tanto da un’esplosione di rumore come dal controllo scientifico delle escrescenze adolescenziali. È del tutto simile all’attacco di Rhoda, capolavoro post-hardcore degli Slint, che nell’EP si prolungava in un lungo e liberatorio muro di suono. Ma quelle note – in quanto punto di catastrofe - lasciano invece spazio alla dolcezza di Fight Songs.
Ciò fa ragionare su una scelta fatta in quel periodo da McMahan. La percezione della Touch And Go a metà dei ’90 è di un’etichetta per ascoltatori tra i 14 e i 18 anni; il punto di catastrofe apre quindi non solo una forbice con il passato, ma anche con questo pubblico. Per questo e altri motivi, McMahan – per quei For Carnation che allora sembravano il suo side-project – si rivolge alla Matador, che gli pubblica i primi due EP, tra ’95 e ’96. McMahan tornerà alla T&G solo nel 2000, quando nell’etichetta molte cose saranno cambiate – probabilmente di conseguenza ai cambiamenti avvenuti attorno a Brian. Nel frattempo, nel ’97 esce la prima stampa di Promised Works (Runt), oggi ristampato dalla stessa T&G, a compilare le prime due uscite del gruppo.
Del resto, basta allargare un po’ il punto di vista, pur rimanendo sempre attorno alla scena di Louisville, per accorgersi del clima generale del diradamento strumentale – troppo spesso etichettato low-fi in modo irriflesso – e poi quello del ritorno all’accumulazione. Tanto razionale da sembrare timida, a volte – For Carnation – o del tutto estranea alla rock-patia – come in Four Great Points dei June Of ’44, altro gruppo che partì da una rudimentale strumentazione rock per poi estenderla.
E For Carnation, sebbene abbia meno musicisti dei Tortoise, è quello che più si avvicina alla pasta sonora della band di Millions Now Living. Il basso, innanzitutto, raggiunge le tipiche profondità dub – e non è un caso che in molti, nel 2000, parlarono di un avvicinamento al trip-hop del gruppo di McMahan.
Similmente, nonostante Pajo sia assente da Marschmallows, è indiscusso il suo alone nello Zeitgeist che dà la fioca luce all’EP. Se I Wear The Gold è minimalista, infatti, lo è in un modo vicino alle composizioni uscite sotto le varie sigle dell’ex-altro-chitarrista degli Slint, tra cui Aerial M e Papa M (soprattutto Live From A Shark Cage).
For Carnation, dice Brian McMahan, è il prodotto di un gruppo e non del lirismo di un solista. Vi partecipano il fratello Michael alla chitarra, Todd Cook al basso (entrambi dopo qualche anno assoldati per supportare la – prima – reunion degli Slint), Bobb Bruno (chitarra e tastiere) e il batterista Steve Goodfriend. Oltre al già menzionato McEntire, poi, dà una mano anche Dan Fliegel degli Eternals e Kim Deal canta in Tales (scelta perché sentita registrare da John e Brian in uno studio adiacente). Sarà anche musica seria, ma si sente lo spettro del padre di McMahan in A Tribute To, lo spettro del jazzato tortoisiano in Snoother, un lenzuolo in ogni canzone.
Quale lenzuolo? Quello che ci fa terminare la nostra parabola sui For Carnation, che li riaccomuna alla tensione del post del Kentucky: il controllo della violenza, mentore quasi necessario per la riscoperta della musica popolare.