Seppero far parlare le contraddizioni. Del resto, a loro non risulta che la musica sia una cosa seria. Dopo una manciata di live in Italia, aspettando l’ultimo imminente disco, ci occupiamo dei Faust, dagli esordi di Wümme agli album più recenti, persi nella proliferazione di uscite collaterali.

Storia di una cacofonia elettronica: nasce, si ingrossa, diventa uno dei rumori più molesti della musica popolare, prima di morire fagocita in un boccone qualche nota di Satisfaction dei Rolling Stones e di All We Need Is Love dei Beatles, digerendo all’istante tutto il pop e il rock.
Oppure: una cacofonia che cresce, si stabilizza come in un ingranaggio, e una coda che le scodinzola dietro, che si nutre dei prodotti del lampo iniziale, che continua a figliare personaggi krauti.
L’intro di Why Don’t You Eat Carrots - primo brano del primo disco dei Faust -, parabola di rumore elettronico, potrebbe essere utilizzata come metafora e chiave di lettura di tutta la carriera dei suoi autori. Dopo un esordio che fa consumare le penne per descriverlo, i Faust continuarono la propria produzione normalizzandola, in un certo senso, o declinandola in modo diverso da quel leggendario esordio.
Se vogliamo cedere all’approssimazione, possiamo segmentare ciò che uscì sotto il nome Faust in tre tronconi; uno immediatamente successivo al capolavoro iniziale, ancorato allo studio di Wümme; uno legato alla disgregazione di quell’ambiente; uno scaturito dallo scossone di inizio Novanta, che li fece tornare nell’auge alternativa. Ma andiamo con ordine.
Nel 1970 il giornalista musicale Uwe Nettelbeck (scomparso di recente), in combutta con il funzionario della Polydor Kurt Enders, ebbe un anticipo dalla casa discografica per mettere in piedi un gruppo rock tedesco. Con parte di quei soldi, costruì uno studio tra Amburgo e Brema, nel villaggio di Wümme, e vi fece trasferire sei musicisti, che presero il nome di Faust – pugno, in tedesco. L’anno dopo uscì il loro primo album (omonimo), prodotto da Nettelbeck, che come recita la minimal copertina contemplava ben otto musicisti, i primi sei seminali al progetto: Werner Diermaier (detto Zappi) alla batteria insieme ad Arnulf Meifert, Hans-Joachim Irmler all’organo; Jean-Hervé Péron al basso, Rudolf Sosna alla chitarra e alle tastiere, Gunter Wuesthoff al sax e al synth; Kurt Graupner come ingegnere del suono; Andy Hertel come percussionista aggiuntivo.
Il disco vendette pochissimo in patria – dove i Faust vennero accolti con attonita incomprensione – ma la Polydor decise di stamparlo anche in Inghilterra, nazione già allora aperta alle novità di provenienza tedesca. La versione inglese di Faust (9.2/10) (detta anche Clear), fu stampata su un vinile trasparente, contenuto in una copertina (altrettanto trasparente) sulla quale compariva un pugno radiografato. Dopo la cacofonia di cui sopra, si snodavano tre lunghe tracce (per un totale di mezz’ora circa) costruite su collage superkraut-avantprog, concatenati tra loro da elettronica e musique concrète; una moltitudine di forme, annoiate dall’ostentazione dell’intelligenza e della tecnica, con le quali i Faust ci restituirono un sarcasmo poliedrico e sublime, fastidioso e disinteressato ad essere percepito come colto e basta.
In quelle tre composizioni i nostri amici procedettero con un’arte dell’argomentazione illeggibile, patafisica, ma palpabile, mai eterea. Faust è infatti una sequenza di sillogismi che sbandano in continuazione, sbronzi ed elettronici; non si sa dove vogliano arrivare. A chiunque ne parli, quel disco fa diventare dislessico, contraddittorio; gli fa vagabondare il ragionamento, esercitare la contraddizione.
Ora, non ha senso dire “patafisica” senza spiegarsi, se non si vogliono mandare a dire delle parole a caso. L’idea è che attraverso quella “scienza delle soluzioni immaginarie” si riesca ad avere una lettura lungimirante, che non ci faccia indugiare e che ci permetta di passare ai dischi successivi. La buttiamo lì: può essere che in Clear i Faust abbiano trasposto in musica il meccanismo del “discorso indiretto libero”. In che modo? Appropriandosi, nel loro cut-up, non solo di linguaggi diversi – cosa che faceva anche Frank Zappa – ma delle voci che li parlano, prese in blocco, utilizzate senza appiattirle in un unico punto di vista. Un meccanismo che deriva direttamente dalla musica concreta, almeno concettualmente, che non parafrasa il quotidiano, ma ne sfrutta indirettamente il discorso riportato, si adegua al suo respiro. Questa è patafisica, è compresenza argomentativa di mondi diversi (e irriducibili al compromesso) basata su una coesione impossibile. È impossibilità dialettica di scegliere tra due opzioni, tra due opposti, ma necessità di farli parlare insieme. I Faust si presero la libertà di parlare con la lingua d’altri, e di fare in modo che la propria non fosse individuabile e descrivibile.
Questa arte, però, per sopravvivere dovette cambiare. Detto fatto, con il secondo disco di Wümme (che non raggiunse quei livelli di sopraffazione dell’ascoltatore), vennero fuori gli stilemi faustiani. Faust So Far (7.7/10), uscito nel 1972 prima in Inghilterra che in Germania, sempre per la Polydor, crebbe così con due anime ben differenziate, secondo una segmentazione netta che era del tutto assente solo un anno prima: quella “pastorale”, più vicina all’allora tradizione dilagante della psichedelia progressiva; ma soprattutto quella percussiva, di “pura struttura”, fatta di trame che, autonome, possono essere affrontate solo una alla volta.
Molte cose cambiarono, dicevamo, ma alcune diventarono l’opposto. La copertina, per esempio, era nera con i caratteri in rilievo. It’s A Rainy Day (Sunshine Girl) (la prima traccia, il nuovo manifesto) è ancora oggi uno spassosissimo mantra percussivo, destinato a rimanere la canzone forse più nota dei Faust; si basa su un martellare di tamburo (che non lascia troppo all’immaginazione la mole di Diermaier) ossessivamente perpetrato per sette minuti e mezzo, dentro cui si incastona lo scherzetto melodico che dà il titolo al brano, un refrain che basta a se stesso. È una struttura ipnotica, meccanica ed euforica al tempo stesso, che si fa canticchiare; ha un inizio e una fine.
Segue il disimpegno arioso che introduce No Harm, sornione quanto il lento sfocare finale di On The Wat To Abamae. Ma nel frattempo accade un altro evento: Mamie Is Blue ci fa passare qualche brutto (bellissimo) minuto di musica industriale ante litteram, musica che ingrana una catena di montaggio e la mostra mentre si muove ciclicamente. Tecnologica la musica dei Faust; lo si è detto spesso. Ma cosa è più tecnologico? La perdita estetizzata di certezze, o la nuova certezza estetizzante, ovvero la cultura paranoica dell’ingranaggio? In So Far i Faust hanno virato status; da descrizione sfaccettata dello scompenso macchinino, visto nell’isolamento di Wümme, a prove di emulazione mimetica della tecnologia, tramite strutture sonore.
Il punto è che potrebbe essere di non ritorno. L’unica salvezza, in certi casi, è la leggerezza, diceva anche Calvino. I Faust ne avevano dato prova con il primo album; l’unico modo per destreggiarsi tra tante angolature dell’orripilante poliedro umano è lasciare che esse si parlino, ma non integrandosi, mantenendo la propria identità nella condizione di non essere vista, in stato di sorvolo. Una “messa a distanza” che permise il dispiegamento dell’ironia.
Un altro modo, sembrano però dirci i Faust, può essere l’estrema frammentazione; essa permette l’utilizzo degli spezzoni “concreti” del primo disco accanto alle messe in moto di ingranaggi puri introdotti nel secondo. È la tecnica con cui venne suonato e prodotto The Faust Tapes, (8.0/10), uscito per la Virgin nel 1973. Nettelbeck cercò di dare al disco la parvenza di taglia e cuci casuale del materiale provato a Wümme. Non fu così, ma è l’effetto che conta; ventisei tracce, tra cui “esercizi”, “canzoni” (Flashback Caruso), le (già) solite strutture matematiche (J’Ai Mal Aux Dents) e industriali. C’è anche la sega elettrica. Più di metà dei brani non ha titolo.
I “nastri” dei Faust ebbero un successo di vendita clamoroso. La Virgin riuscì a mettere a scaffale il disco a 49 cents, una miseria anche per allora, e risultò un peccato non comprare un disco con così alte pretese a così basso prezzo. I brani erano stati registrati tra il 1971 e il 1973, e la loro pubblicazione fu un’ottima conclusione all’esperienza di Wümme. Dopo The Faust Tapes, infatti, Péron, Sosna e soci se ne andarono dalla loro oasi per produrre il quarto disco in uno studio dello Oxfordshire. Ma in contemporanea al terzo album dei Faust non si può non menzionare un capitolo importante della loro esperienza tedesca: il contatto con l’avanguardia americana.
Il “Dream Syndicate” era il quartier generale newyorkese di LaMonte Young; vi parteciparono anche John Cale, in periodo Factory, e vi stava diventando molto noto un compositore di nome Tony Conrad. L’incontro di quest’ultimo con Nettelbeck significò l’uscita di Outside The Dream Syndicate, collaborazione tra Conrad e alcuni dei Faust (tranne Wüsthoff al sax, per esempio). Ecco, questa è musica del tutto minimalista. Un tono di basso e un tempo ripetuti all’infinito (From the Side of Man and Womankind), con la viola di Tony ad accrescere la ripetizione e il cambiamento infinitesimo. Fu un evento. I Faust fecero dell’avanguardia bell’e buona, invece che lasciare che essa fosse una secrezione della loro arte argomentativa. E, in definitiva, fu anche un campanello d’allarme.

Faust IV (Virgin, 1974) (8.2/10) fu dunque registrato a Manor, nell’Oxfordshire, nel 1973. Non ebbe il successo di pubblico del precedente e compromise di fatto il mito dei Faust. Ma in un modo abbagliante, si può dire. Giocando con l’etichetta data ai gruppi tedeschi di allora, la prima traccia (Krautrock) è pura ortodossia tedesca, certo al modo dei Faust. È minimalista, ancora una volta, distorta e sballona come le migliori cavalcate Kosmische. Ma poi finisce. E iniziano le canzoni. Una in levare (Sad Skinhead), una quasi ballabile (Giggy Smile), una rassegnata e trasognata a un tempo (Jennifer). Praticamente, tutti incubi narrabili.
Faust IV espresse la unica e vera alternativa nata internamente al suono Faust per evitare la ripetizione continua degli stili individuati dagli altri dischi. E in questo è l’album la cui riuscita risultava più difficile rispetto a ogni altro (esordio a parte). Ma ancor più difficile era farne seguire un nuovo capitolo.
Risultò più che difficile, impossibile; Faust V rimase allo stato di cassetta, perché la Virgin non si convinse a mandarlo in stampa e distribuirlo (forse anche perché la verve manageriale di Nettelbeck – che subito dopo abbandonò il gruppo – era scemata insieme al suo interesse nella faccenda). Vi si può fare un breve accenno, come stimolatore di tendenze, a proposito di una delle sue tracce, la versione di Flashback Caruso (uno dei cavalli di battaglia dei tedeschi, tratto da Tapes) che qui si chiama Groceries Caruso; essa inaugura un processo di auto-archeologia nel modo che forse ha più fornito una forte peculiarità ai Faust del post-Wumme: il recupero, il trattamento e l’autocoverizzazione dei propri brani, secondo un crocevia di versioni tutte simili e tutte diverse e un crocevia di nomi e titoli che si richiamano l’un l’altro. Se una versione viene ripresa in continuazione, si dichiara pertinente la struttura soggiacente oppure l’effettistica che permette a quella struttura di ricevere nuovi solchi di vinile di cui appropriarsi?
Non è una domanda a cui possiamo qui rispondere, ma i Faust danno materiale a non finire per architettare una risposta. Faust V, come le uscite immediatamente successive a esso (a parte i Party Extracts, che uscirono nel 1979 e raccolsero ulteriori alternative version di alcuni brani di Wümme), ruotano attorno al materiale registrato nel 1975 ad Annarella, a Monaco di Baviera. Munic è lo spezzone macchinico che fa da perno per 71 Minutes of… (Recommended, 1979) (6.8/10) e per Return of a Legend: Munic and Elsewhere (Recommended, 1986) (6.5/10), mentre alcuni resti della prima metà dei Settanta di Wümme compongono The Last LP (Recommended, 1989) (5.8/10). Nel frattempo se ne sono andati Irmler e Sosna e, come si sarà notato, i Faust hanno avviato, prima di sciogliersi provvisoriamente, una collaborazione con la Recommended Records di Chris Cutler degli Henry Cow.
In questo periodo il culto del frammento reso prolisso non ha uguali; neanche dopo la reunion le strutture industrial-cosmiche che comporranno i nuovi brani saranno tanto condizionate dall’indagine (o dalla mancata indagine) sulla forza espressiva di una struttura mandata a morire per paranoia. Volgendo lo sguardo a tutto quello che si è detto, non è forse un caso che nel primo disco ci siano tre lunghe composizioni di frammenti inframmentabili (seppure chirurgicamente frazionabili, a discrezione dell’analista), e che invece il frammento sia autonomizzato nei dischi successivi. È un problema, ancora una volta, di prospettive; e, aggiungiamo, di chiusura di un testo. La focalizzazione è ormai unicamente concentrata sulla struttura industriale, sul frammento, proprio perché i Faust hanno deciso di isolarlo e di buttarcisi a pesce. Ma sono anche gli anni in cui, a Sheffield, nasce un qualcosa di molto teutonico, che sarà poi battezzata (senza un accordo di paternità definitivo) musica industriale…
Non resterà nulla, degli anni Ottanta faustiani. Il decennio successivo invece venne inaugurato da una ripresa dei lavori, siglata da una serie di concerti degni del potenziale abrasivo dei Faust - uno, ad Amburgo, finì su The Faust Concerts 1 (Table Of The Elements, 1990), un altro, al Marquee di Londra, divenne The Faust Concerts 2 (Table Of The Elements, 1990); ma anche dalla morte di Sosna. I Faust rimasti erano Irmler, Zappi e Péron; per avvisare che non si trattava di canto del cigno, pubblicarono il singolo Chemical Imbalance (Chemical Imbalance, 1990). Subito arrivò Jim O’Rourke, a segnare il territorio, e a produrre il disco successivo, il primo con materiale originale dopo vent’anni. Il titolo, particolarmente riuscito, fu Rien (Table Of The Elements, 1994) (6.8/10), stando a significare sei ostiche tracce senza canto. L’eccezione è Fin, una rima interna alla carriera dei Faust, visto che riverbera il finale (semplicemente perfetto) di Miss Fortune, brano conclusivo di Clear. Ma anche, coerente con la “francesità” dilagante nell’album, quel brano ci rimanda a Le Mepris di Godard, dove, in piena Nouvelle Vague, una voce introduceva il simulacro della visione, facendo le veci dei titoli di testa.
La title-track è come un tema alla Krautrock montato su un finale alla Gastr Del Sol; è il prezzo da pagare per l’interessamento del prezzemolo O’Rourke, che è evidentemente la cartina al tornasole del tempismo che hanno avuto i Faust negli anni Novanta (ciò è dimostrato anche dalla presenza, a una delle chitarre, di Keiji Haino), quel tempismo che è mancato loro per IV. L’effetto è più classicamente “cosmico”, molto più che nel pieno splendore della Kosmsiche Musik. E sarà così da lì a un’altra decina d’anni abbondante.
è brutto dirlo, ma il risultato più evidente della rinascita del pugno radiografato è stata una logorrea di pubblicazioni antitetica al temperamento faustiano. A testimonianza del tempismo di cui sopra, da Rien a oggi abbiamo assistito a una ventina di uscite, di cui solo due – tre, se aggiungiamo una collaborazione – sono album veri e propri. Il primo è anche meglio di Rien, si intitola You Know Faust (Klangbad, 1997) (7.0/10) e sperimenta una sofisticazione del rumore abbastanza inedita. Il secondo è Ravvivando (Klangbad, 1997), ma scopre l’acqua calda e si scotta; la collaborazione – con Dalek, ma senza Péron – è Derbe Respect, Alder (Staubgold / Klangbad / Indigo, 2004). Riguardo a quest’ultima, la commistione con l’hip-hop non giova granché; tale tentativo lugubre e oscuro urla la sua schiavitù nei confronti degli anni ‘90. Si salva Collected Twighlight, proprio perché valorizza il lavoro batteristico, oltre che un ululato elettronico strozzato.
Ma già da You Know (e ancor prima da Rien)lo stile ha del tutto perso quella eccellente combinazione di artificiale e sanguigno che, a pensarci bene, per tutti gli anni ‘70 era stata una costante – probabilmente grazie alla batteria di Zappi. Tutto sommato è allora meglio vedere queste menti straordinarie dal vivo – anche se le menti oggi sono solo due (ha abbandonato anche Irmler), coadiuvate a turno dai due Ulan Bator Audrey Cambuzat e Olivier Manchion. Sembra che qualcuno l’abbia capito; è appena uscito l’ennesimo cofanetto (In Autumn) in DVD.
Qui però urge una conclusione un po’ mistica. Probabilmente Julian Cope (autore di Krautrocksampler, bigino indispensabile per iniziarsi al rock tedesco), dubiterebbe delle ultime cose dette. E ci sta, perché ci sono molti modi di fruire del krautrock, tra i quali ne isoliamo due e li mettiamo in risonanza reciproca – perché, come ci insegna la patafisica, le contrapposizioni pure non esistono. Da un lato si può guardare criticamente alle costruzioni kraute, calcolarle nel loro spazio e nel loro tempo, come abbiamo cercato di fare; oppure si può cedere, sguinzagliare i propri neuroni perché assecondino il trip, come spesso fa Cope, e lasciare che le strutture dei Faust, anche quelle meno riuscite, quelle più derivative, alimentino la Grande Musica Caos-mica, che è vorace e ha bisogno di cibo, anche non originale. Ma sarebbe forse una cosa troppo seria.
Lo spirito di quest’intervista avrei potuto immaginarlo dopo un paio di battute con Werner ‘Zappi’ Diermaier e Jean-Hervé Peron; al primo chiesi che ci azzeccase il prezzemolino underground Jim O’Rourke nel concerto del ’95 che ripropose Outside The Dream Syndicate -Alive- (Table Of The Elements) e questi replicò quasi imbarazzato: “Boh, io ero dietro la batteria e non vedevo niente”. Il secondo, parlando d’altro, tenne a precisarmi “Non prenderla seriamente... credimi: non c’è nulla di serio in quello che facciamo”. Sfidato a rilasciare un’intervista che fosse niente più che uno stream of consciousness Jean-Hervé ha centrato l’obiettivo con franchezza e ironia.
No. La scelta più radicale è quella dei fascisti, dei terroristi e, in generale, degli ignoranti.
Mai ascoltato né Stockhausen né Cage e me ne dispiaccio perché, a quanto sembra, pare che entrambi abbiano fatto della buona musica. Magari un giorno mi capiterà di sentirli.
Comunicazione… nessuno sa se sia veramente possibile… è un fatto che mi avvince; sembra non esserci possibilità di un’effettiva comunicazione tra esseri umani… e questa eventualità certo un po’ m’intristisce.
A Wümme avevamo il nostro studio personale, un nostro tecnico del suono, nessun problema di soldi ecc.; puoi ben capire che quella situazione, come per chiunque altro, ha influito sostanzialmente sulla musica. Avevamo tutto il tempo per meditare ogni scelta artistica senza preoccuparci in merito a come sopravvivere economicamente. Vantavamo precise idee in merito all’iter di registrazione e le applicavamo in tranquillità. Ecco cos’ha contribuito a rendere unico il primo album. Resterà un’opera irripetibile. I Faust non furono più gli stessi dopo gli anni di Wümme; la gente invece spera ancora che quel gruppo si rimaterializzi ed è impossibile.
Beh, quando c’è una situazione veramente ideale non sì avverte neanche il bisogno di fare musica. Comunque ho capito cosa vuoi dire; dev’esserci un’ottima ragione per mettersi a fare musica… e questa è magari la semplice incombenza di una data live o la voglia di esprimere un’emozione intensa. L’ideale è generare la propria musica in una condizione in bilico tra il sogno e il sonno profondo. Oh, in realtà ci sono talmente tante condizioni ideali per fare musica!
I Moon perchè portarono con loro una ragazza con un corpo superbo (guarda un po’ cosa resta impresso nella mente di un uomo: non ricordo la loro musica ma le loro groupies sì). E poi ci sono passati i Tomorrows Gift che hanno registrato una canzone dal titolo Plastic Bag Can Be Dangerous. Gli Slapp Happy me li ricordo per i testi… e Tony Conrad per il suo violino che contemplava una sola fottuta nota.
E chi lo conosce Steve Reich? Conosco solo Tony io.
Con chiarezza ricordo gran poco. So che a un certo punto arrivò Tony e iniziammo a suonare una singola nota. Dopo un bel po’ di tempo decisi di suonarne un’altra anche se lui storse un poco il naso (ma me ne fregai). Allora andammo avanti con quella per un altro bel pezzo poi ne suonammo un’altra ecc.. La curiosità e la marijuana mi permisero di andare avanti e avanti e avanti… una grande esperienza.
Non so cos’avesse in mente Tony: io ero solo incuriosito e mi andava di farlo, non ci pensai su.
Non me ne frega un cazzo di quei ridicoli affari. È un lato del mondo musicale necessario ma sono assai felice di non esserne coinvolto. Ci fu anche un quinto album che rifiutarono di pubblicare (comunque non è presente nella riedizione in doppio cd); le registrazioni vennero effettuate (anche se non completamente) a Monaco dal nostro amico Chris Cutler per la Rec Rec.
Non saprei, veramente… è così… forse perché al momento siamo solo in tre e a ognuno piace stare con l’altro e andare in tour assieme. Negli anni ’70 la cosa era ben diversa: a qualcuno del gruppo piaceva esibirsi, qualche altro amava cazzeggiare o magari era solo troppo inibito per affrontare un palco…
Non so che dire… non ricordo nulla della scena musicale di allora… non ricordo nulla dei ’70, né degli ’80 o dei ’90. Raramente mi metto ad ascoltare musica e i nomi proprio non mi entrano in testa. Ti risponderei i Faust se non fosse che in realtà sono assai soddisfatto in merito alle sorti della band.
Il festival di Essen? Questo nome me lo devo cercare su Google… suppongo si sia trattato di un festival per hippy come il sottoscritto o per krautrocker (e questo non lo sono proprio)… che roba era?
Mhhh… beh, non saprei: ai ragazzi la musica contemporanea generata attraverso questa nuova tecnologia sembra piacere parecchio perciò non deve essere poi tanto negativa. Mah.
Fortunatamente non sono mai riuscito a terminare nessuno dei miei progetti e, sfortunatamente, continuo a idearne di nuovi a getto continuo. Il mio principale progetto non finito? I Faust. Il mio ultimo progetto? Art-Errorist.
Sono io ovviamente e, secondo me, anche tutti gli artisti, in generale. Beh certo alcuni non sono affatto degli ‘erroristi’ perché si sfiancano con l’esercizio affinché la loro tecnica sia al riparo dal giudizio della critica specializzata; alla fine loro sono come un vino tanto prezioso e raffinato che ti senti in colpa a bere o come una donna talmente bella che non ti azzarderesti mai ad avvicinare. Oppure, se vuoi, come un momento della tua vita in cui tutto è talmente equilibrato che vorresti solo morire.
La fede in dio è estremamente pericolosa e spesso giustifica le azioni più malvagie. Voglio credere nell’intelligenza. Non è molto poetico come atteggiamento; più che romantico è da romanzo: è come giocare la partita a occhi chiusi sperando di cavarsela bene.
Oh sì. Molti aspetti del mio carattere sono migliorati. Altri invece sono peggiorati ma ho ancora alcuni anni per lavorarci su.
‘Propaganda’ è purtroppo un termine deformato in tempi moderni dal Fascismo, perciò mi scoccia rispondere di sì. Comunque devo dire che la musica può effettivamente essere il veicolo, lo strumento per divulgare vibrazioni positive, costruttive. Ecco la sua funzione: condividere emozioni, portare alle masse dei messaggi di questo tipo e tentar di esprimere l’inesprimibile.
Cose tipo “Rotondo è bello!” o “Balliamo!”. Può stimolare il sonno nei bambini e infiammare gli amanti. Può servire ad alleviare la noia di un lavoro ripetitivo. Sfortunatamente riesce anche a indurre migliaia di persone a marciare con belliche intenzioni.
Mia moglie Carina, mia figlia Jeanne-Marie e il nostro cane Julot. Anche se non me l’hai chiesto voglio dirti di chi non mi potrei mai fidare: del nostro maiale Lilli.
Non faccio distinzione tra le due cose, questa è la mia filosofia (sia per l’una che per l’altra); il compromesso è una maniera sana e giudiziosa per venire a patti con la realtà, con le cose, i fatti, con le persone e i loro sentimenti. Chi non sa scendere a compromessi è un egomaniaco dal cuore di pietra che non riuscirà mai né a indurre né a provare felicità.
È sempre l’ultima band che vedo sul palco e in questo caso si tratta dei… mhhh… Magma.
È normale. È banale. È geniale.
È come se andassi incontro a qualcosa di irreversibile, al mio destino. Come se partecipassi a un sacrificio rituale, a qualcosa di pomposamente religioso. A quel punto la barca ha lasciato la sponda e io non sono più io.
Mai. Sarebbe un paradosso: per definizione essa è una condizione mentale in assenza di creatività. Se stai scrivendo una canzone non puoi esserne contemporaneamente annoiato. Dalla noia non nasce un bel niente.
Una canzone dei Faust: ascolta la parte conclusiva del nostro concerto al Coal Exchange di Cardiff (contenuto nel box Faust In Autumn, ndt)
No. Ho avuto certe esperienze nelle quali credevo che sarei morto… ma niente di serio. Poi ci sono stati momenti in cui avrei preferito essere morto… ma anche lì, niente di serio.
Dev’essere brutto e fregarsene altamente.
Dev’essere ‘cattivo’ e fregarsene altamente.
Ho qualche difficoltà nel distinguere l’interiore dall’esteriore. Queste linee di confine sono costantemente in fluttuazione. La realtà si dispiega attraverso gli occhi senza pretese di senso alcuno, senza nomi, senza limiti temporali; oppure a volte la percepiamo al contrario nella sua veste descrittiva, con nomi e precisi accadimenti ordinati storicamente. E allora di quale realtà decidiamo di voler parlare? Possiamo distinguerle? Una ha un peso maggiore dell’altra? Vedi, come al solito una domanda ne provoca tante altre.
Al pari di un diplomatico un artista gode di una particolare ‘intoccabilità’, è immune a certi giochi. Egli può intendere perfino gli insuccessi, i fallimenti come forma artistica (vedi Art-Errorist). I suoi capricci sono legittimati come ‘capricci d’artista’; insomma egli è lì lì per essere trattato al pari di una divinità: la cosa mi piace ma è difficile per un artista conquistare questa condizione. Quando penso al mio caso capisco che è stato uno spasso arrivare dove sono arrivato ma che la gratificazione di oggi mi è costata nel passato e, al contempo, i piaceri sperimentati nel passato li sto pagando nel presente.

Tutto inizia con un imponente crescendo di feedback mescolato a rigurgiti confusi di sintetizzatore.
Al pari di un rullo compressore senza controllo il suono avanza, frigge, fuma, esplode, frantuma i timpani del malcapitato ascoltatore, sommerge brandelli di Satisfaction e briciole di All You Need Is Love, quasi fossero naufraghi in procinto di annegare tra flutti sonici.
Col suo rombo terrificante questa creatura informe ricopre d’oscurità le dichiarazioni d’amore del quartetto di Liverpool, fa apparire l’irriverenza jaggeriana il pianto di un lattante, satura e occlude ogni possibile via di fuga auto-celebrandosi quale unica fonte di rumore bianco. Quasi a dire la melodia del passato è lontana, il pop è solo un’opinione, la love generation è morta e sono stato proprio io ad ucciderla.
Faust è l’appellativo a cui si affidano Uwe Nettelbeck, Hans Joachim Irmler, Zappi Diermaier, Arnulf Meifert, Jean Hervè-Peròn, Gunther Wüstoff e Rudolf Sossna per dare un’identità al suono in questione, nome che richiama miti sinistri e fantasmi dall’aldilà, ma che in realtà – come il buon Julian Cope fa notare nel suo Krautrocksampler - in tedesco significa “pugno”. Una scelta linguistica poco accondiscendente esaltata in primis dall’eloquente copertina del disco d'esordio - in cui è ritratta la radiografia di una mano serrata - ma anche da un sentire che non ha rivali quando si tratta di massacrare con irrispettosa violenza dieci anni di canonica supremazia anglosassone in ambito rock.
Il contesto in cui operano i Faust è la Germania di inizio anni Settanta, una diga in procinto di sfaldarsi sotto il peso delle tensioni sociali post-belliche e di input culturali importati ai tempi del conflitto. Negli ambienti musicali alternativi prende piede una mescolanza creativa di razionalismo tedesco e rock’n’roll, psichedelia hippie e avanguardia, preparazione classica e intellettualismi filosofico-esistenziali che in breve dà il via a schiere di terroristi sonori e viaggiatori cosmici pronti a sperimentare ogni sorta di diavoleria elettronica. I protagonisti del periodo hanno il nome di Amon Düül, Ash-ra Tempel, Can, Kraftwerk, Cluster, Neu!, Popol Vuh e naturalmente Faust, portabandiera di un linguaggio inedito quanto rivoluzionario che si dimostrerà non solo un atto di coraggio espressivo lodevole ma anche una formula musicale capace di conquistare “l’ultranazionalista” mercato inglese.
Descrivendo nei particolari questo Faust, con Why Don’t You Eat Carrots ci si trova di fronte a strutture dilatate fino all’inverosimile, taglia e cuci selvaggi, valzer scoordinati, registrazioni invertite, ottoni invasati da passioni free-jazz, cori da bar, fuzz di chitarra, musica visionaria solcata da dialoghi in tedesco: una koinè dalle mire dadaiste e i sofismi concettuali che diventa un po’ il manifesto del gruppo. La trinità trova poi compimento nei toni inquietanti, l’alternanza recitativa delle voci e il rock acido di Meadow Meal per terminare dopo trentaquattro minuti di totale deragliamento sonoro con il wah-wah disturbante, i feedback corposi, il cantato sgraziato e l’elettronica cinguettante di Miss Fortune.
Del tutto superflui i commenti, impossibili i paragoni immediati, dal momento che nulla del genere si era sentito prima e nulla di così "pericoloso" e al tempo stesso virtuoso si ascolterà dopo. Solo i diretti interessati riusciranno a replicarsi con risultati soddisfacenti nel successivo So Far, opera ricca di intuizioni felici (il Nick Cave di From Her To Eternity deve più di qualche cosa alla It’s A Rainy Day, Sunshine Girl lì raccolta), anche se più convenzionale nell'approccio.

Il contesto performativo, soprattutto quando si tratta di band versatili e letteralmente “totali”come i Faust, può davvero fare la differenza. E così è stato. Le date di Vicenza e Napoli, seppure a distanza di soli tre giorni l'una dall'altra, hanno rappresentato due diversi volti della band krauta, alle prese con spazi e pubblico quasi agli antipodi e si sono rivelate un'occasione imperdibile per scrutare il trio franco-tedesco da più punti di vista, nessuno dei quali trascurabile.
A Vicenza, l’impianto faustiano si impone, occupando tutto lo spazio sul palco: una batteria da gigante – quale Zappi è – e oggetti da robivecchi disseminati ovunque, dalla trombetta da stadio all’aspirapolvere; non si capisce dove possano inserirsi, fisicamente, le autorità kraute.
Aprono la serata i Casa, che, per non perturbare la preparazione, si posizionano nel mezzo della sala (mentre il pubblico retrocede in zona bar) e riescono a far ottimamente ventilare l’aura di performance del concerto che li seguirà.
Quando è il momento dei Faust, il tappeto violinistico di Outside The Dream Syndicate è forse l’unico evento del concerto che richiama la maestosità del krautrock; la seriosità è interrotta e mai più ripresa dall’ingresso di Peron e Diermaier con Cambuzat, che ironizzano sulla propria identità, si presentano al pubblico come un gruppo tedesco che, beh, fa krautrock, e non possono che iniziare a suonare con Krautrock, nonché finire con It’s A Rainy Day (Sunshine Girl). Nel mezzo, la potenza ritmica del gruppo battaglia con l’anima da vaudeville della formazione; Peron, anima teatrante, stira (con tanto di asse) la t-shirt di un astante, insistendo sulla seriosità dell’operazione domestica, mentre sottolinea che la musica, a quanto gli risulta, non è seria.
Ai punti, però, vincono le strutture ritmiche; gli strumenti possono commutare (Peron, a un certo punto, non funzionando una chitarra per un riff motoristico dei suoi, decide di ripiegare sul basso senza che la cosa causi problemi di programmazione), ma è il gentle giant Diermaier il protagonista musicale. Gli oggetti vengono raccolti, suonati, rigettati nella mischia. L’unica fissità concessa è batteristica. Non che i Faust siano pura strutturazione ritmica, certo, ma forse è questo che oggi li rende ancora environment, qui al Centro Stabile di Cultura.
Persa la dimensione intima sul palco, seppur piccolo, del Teatro Galleria Toledo, i Faust non sembrano però abbandonare, neanche a Napoli, l'attitudine teatrale che li caratterizza, semmai esaltandone la vena brechtiana nel contesto che più gli è proprio.
Qualcuno, dal pubblico, rigorosamente seduto, non può evitare di muoversi un po' battendo il ritmo dei classici krauti, ma è la dimensione psichedelica a pervadere l'aria con maggior forza. Il repertorio è lo stesso di Vicenza (non la scaletta, che a Napoli prevedeva Krautrock e altri brani di Faust IV come bis conclusivi), ma è la percezione della musica che cambia. Il teatro è come ipnotizzato sia dai suoni che dagli sketch teatrali di Peron, anche in questo caso alla prese con il ferro da stiro e l'aforisma “there's nothing serious about music”.
Certo, non tutto ciò che fanno i Faust dimostra di adattarsi perfettamente al teatro: si diffonde un po' di panico tra le prime file quando Peron, sventolando una sega elettrica come fosse una bandiera, decide di fare un giretto davanti alla platea. Ma la paura passa presto.
Nonostante il piacere di trovarsi di fronte il mito-Faust, sorge spontaneo, quasi come una necessità, all'uscita, chiedersi che senso abbia un concerto della band franco-tedesca a quarant'anni dagli esordi e cosa riesce ancora a stupire di loro. La risposta? Umiltà, ironia, una visione totalmente “aperta” della musica (intesa sia come ricerca che come spettacolo) e l'energia e l'entusiasmo di una band giovane giovane. Se vi sembra poco...

Innanzitutto sgombriamo il campo da eventuali misunderstanding: questi sono i Faust ma al tempo stesso non lo sono. Ossia sono solo Jean Herve Peròn e Zappi Diermaier, assistiti da Amaury Cambuzat, con Joachim Imler che continua a reclamare la sigla originaria scontrandosi ferocemente con gli ex sodali, pare per questioni di royalties. Gossip musicali a parte, la nuova uscita del collettivo tedesco prefigura quello che ogni ascoltatore ha sempre sognato. Disconnected è infatti la collaborazione con uno dei più strambi, influenti, originali e fuoriditesta progetti musicali degli ultimi mille anni: i Nurse With Wound di Steven Stapleton, coadiuvato da Colin Potter con in aggiunta anche la voce di Diana Rogerson, ospite in un paio di pezzi.
E potremmo anche finirla qui, perché questa è gente che si può permettere tutto e alla quale tutto si può perdonare. Anche di piccarsi (definendosi, alla lettera, horrified and dismayed) via web per eventuali sgarbi compiuti nell’edizione limitata dell’album, la cui traccia aggiuntiva posizionata da Peròn avrebbe messo in discussione l’intero concept dell’album. Vero, Steven?
Ma il concept e l’atmosfera del lavoro non vengono certo vanificati dai 10 minuti tondi della bonus track Hard Rain. Nei 50 minuti dell’album “regolare” si connettono, si scontrano, si stratificano tutta l’essenza deragliante dei Faust e la capacità dissacratoria e destabilizzante dell’infermiera ferita. Il motorik devastante, ritmico, tribaleggiante e pagano dei primi, con l’espressionismo naif, le deturpazioni sonore, gli sfasamenti orgiastici e soprattutto le nebbie ambient post-atomiche del secondo. L’anarchica visione del panorama musicale dei tedeschi a braccetto con l’altrettanto visionaria, isolazionista capacità destrutturante di Stapleton. Il tutto si manifesta in quattro lunghe visioni che fagocitano l’intero scibile artistico delle due sigle, divenendo moloch entusiasmanti di una attitudine demistificatoria realmente unica. Disconnected è la semplice, pura, immensa somma degli addendi e, per chi scrive, uno dei picchi massimi delle pur eccezionali discografie in proprio. (7.5/10)