Se i loro concerti sono rinnovate e devastanti esperienze soniche, se il loro nuovo album non ti fa subito venire voglia di prendere "Bug" dallo scaffale, se la loro reunion è una delle poche riuscite col buco, ci sarà anche un motivo. Ve lo diciamo in una parola (anzi, tre): Jay, Lou, Murph.
Sinistra del palco: chitarrista indicibilmente sciatto, jeans lisi e t-shirt sbiadita. Una tenda lercia di capelli ormai grigi gli incornicia il volto pacioso, mentre un accenno di panzetta fa capolino poco sopra la sua fida Fender Jazzmaster. Canta con aria quasi indifferente, come fosse lì per caso; non di rado, lo si può sorprendere in un sorrisino beffardo e sfuggente. Sul lato opposto: bassista dall’aria vagamente incazzata. Riccioli scuri, montatura spessa, un Rickenbacker imbracciato e suonato a mo’ di chitarra. Picchia su quelle quattro corde come se ogni accordo fosse l’ultimo, e quando si avvicina al microfono, il più delle volte non è per cantare. Nel mezzo: batterista completamente calvo. Occhialini da intellettuale, bermuda stile turista tedesco, pesta come un dannato, mentre i tre pezzi del drumkit sembrano cedere da un momento all’altro.

No, non è il 1987, e si vede. Ma quello che esce dalle pile di amplificatori - le Marshall stacks cantate dai Sonic Youth in Teenage Riot, avete presente? - è lo stesso frastuono di allora (se non ancora più potente), la stessa tempesta sonora che si abbatte sugli spettatori, esaltati e assieme assordati dai decibel. Chi ha assistito ad uno dei concerti della reunion più desiderata dell’indie rock può ben testimoniare sulla scena appena descritta. La scena freak del 21° secolo.
Un sogno ad occhi aperti o un incubo incredibilmente realistico, dipende dai punti di vista. In realtà, fino all’altro ieri nessuno ci avrebbe scommesso un cent, almeno finché non è successo per davvero: ci sono voluti quindici anni prima che J Mascis, Lou Barlow e Murph si convincessero a ricostituire la formazione storica dei Dinosaur Jr. Quella dei primi tre dischi, per capirci, quella del retro-copertina dell’omonimo del 1985 (mai visti ceffi più improbabili dietro un pezzo di vinile), quella di Freak Scene e della cover di Just Like Heaven. L’unica che conta, per certi versi.
Oggi, che a scorrere il calendario dei prossimi concerti ci si imbatte nei nomi di Police, Who, Slint e Sonic Youth quanto mai dinosaurizzati (a portare in giro la magnum opus Daydream Nation), questa reunion sembra perfettamente naturale, come se Mascis e Barlow non si fossero cordialmente ignorati per ere (non che tuttora parlino granché tra loro, a quanto si sa). In una stagione musicale in cui l’orologio si è magicamente fermato e tutto è nuovamente a portata di mano, niente ormai fa più stupore; e così, accanto al quarto album degli Stooges, troviamo sugli scaffali Beyond (recensione su SA #30), il fatidico ritorno dei Dinosaur Jr., cui tocca il compito di riallacciare i fili di un discorso troncato quasi due lustri fa. In mezzo c’è stato di tutto: il grunge, il lo fi, lo sdoganamento dell’indie, le massicce ondate di epigoni; cose di cui i tre signori in questione sono fra i maggiori responsabili. E intanto rieccoli qua imperturbabili (date un occhio alle foto promozionali), a raccogliere i frutti del passato, a celebrare se stessi e un’intera era, o semplicemente a fare baccano su un palco come se niente fosse successo.
A Lou Barlow la cosa è piaciuta tanto da rimettere insieme i Sebadoh originari, con Eric Gaffney e Jason Loewenstein. Anche questo è indie rock, in fondo: d’altronde i Sonic Youth, che sono sempre stati lì, sono la dimostrazione vivente che anche quello che nei ’90 veniva chiamato alternative può attraversare una terza età, proprio come il caro vecchio rock. Una faccenda di cocciutaggine, di compiacimento e auto-celebrazione, a dosi uguali e ben miscelate. Sia come sia, i Dinosaur Jr. sono nuovamente una realtà con cui fare i conti, vuoi per quello che hanno significato, vuoi per quello che ancora possono – vogliono - significare. Superfluo ricordare nel dettaglio ciò che è stato seminato e ciò che è stato raccolto (e da chi); meglio, a questo punto, provare a ricostruire ciò che è stato ieri, per capire ciò che è (o potrebbe essere) oggi. Domani, chissà.

“E’ cominciato nel 1983, quando ho iniziato a vedere le cose in maniera diversa / l’hardcore non faceva più per me”. E’ lo stesso Lou Barlow che ci racconta la genesi dei Dinosaur (e, consapevolmente, di un intero movimento / sottocultura) nei versi iniziali della sua Gimme Indie Rock (Sebadoh, 1991). Come tanti altri adolescenti della provincia americana dei primi ’80, anche lui e Joseph Mascis, studentello di origini medio borghesi, avevano trovato nell’hardcore la principale valvola di sfogo per tutte le frustrazioni di quell’età: un modo di esprimersi diretto, furioso e soprattutto il più veloce possibile, tanto che oggi c’è chi pensa che i Deep Wound – questo il nome della band, che vedeva J seduto dietro la batteria e Lou alla chitarra - siano stati tra i precursori del grindcore. Giusto il tempo di un demotape, un 7’’, due brani in una compilation (Bands That Could Be God, per la Conflict di Gerard Cosloy) e una manciata di concerti prevalentemente nel New England, che i due mollano i compagni Scott Helland e Charlie Nakajima per iniziare un progetto tutto loro, con l’intenzione di partire da altre basi.
Già R.E.M., Husker Dü, Replacements e i gruppi del Paisley Underground stavano dimostrando che da punk, new wave e hardcore i confini potevano allargarsi fino riscoprire i ’60. Poi c’erano quei geni sciroccati dei Meat Puppets, per non parlare di ciò che di lì a poco sarebbero stati capaci di fare i cervelli mandati in pappa dall’acido dei Flaming Lips. Perché mai dei maledettissimi nerd di Amherst, Massachussets non potevano fare semplicemente la loro cosa?
Che poi questa cosa si sarebbe chiamata indie rock era ancora tutto da vedere, come dimostra il debutto della nuova band, ovvero Jay al timone con chitarra e voce, Lou virato al basso e il drummer Emmett Patrick Murphy (più semplicemente, Murph) a completare il leggendario trio.

L’eponimo Dinosaur (ancora senza il Jr) esce nel luglio 1985 per la Homestead, la label di Cosloy che ospita gente come Big Black e Sonic Youth, già gruppi con una propria identità; la musica che contiene però non è altrettanto etichettabile, nemmeno oggi. C’è dentro un po’ di tutto: hardcore, Neil Young, Meat Puppets, hard rock, new wave inglese, in una sorta di versione andata a male della psichedelia west coast. Qui i tre sembrano per lo più i cugini straccioni e casinisti dei R.E.M., ma a ben guardare, dietro uno stile e un suono non ancora definiti (oltre che pessimamente amalgamati), si nasconde una creatività a briglia sciolta, tanto che nello stesso brano convivono diverse anime e idee (Forget The Swan, Does It Float e Pointless sono i migliori esempi in tal senso); altrove sbuca fuori una sensibilità melodica che diventerà trademark (Severed Lips), mentre non c’è ancora traccia del suono possente ed elefantiaco e del chitarrismo sguaiato di Mascis. In compenso, in Repulsion c’è già il Cobain più introverso, Quest sfoggia tutte le ascendenze younghiane del leader e Cats In a Bowl odora di Sebadoh (in questo stadio Barlow ha ancora uguale peso, dietro al microfono e in fase compositiva). Come suggerisce il bianco e nero dell’improbabile copertina, questo esordio è la cartolina di un’America indie che non c’è più: quella della sperduta provincia di metà ’80, con tutte le sue contraddizioni ed ingenuità, destinate comunque a sbocciare di lì a poco in forma compiuta. (6.5/10)

E’ infatti con la cascata di fuzz e wah di Little Fury Things, il singolo del 1987 che apre You’re Living All Over Me, che la musica cambia per davvero. Nel frattempo i tre, su pressione degli amici e fan Sonic Youth, erano passati alla SST (casa di leggende hardcore del calibro di Minutemen e Black Flag) ed erano stati costretti ad allungare la ragione sociale con un “Jr” per distinguersi da omonimi colleghi (ex membri di Jefferson Airplane e Country Joe & The Fish, dinosauri di fatto). Nuovo nome, nuova identità, ed è quella giusta: in Kracked arrivano le schitarrate e gli assoloni trash di Mascis, in un muro di suono rafforzato dagli accordi distorti di Lou e dai possenti fills di Murph; l’alchimia perfetta, la formula sonora che serviva.

Rispetto all’esordio, tutto qui è più compatto, compresso e a fuoco, dai riff sabbathiani di Sludgefeast alla ballatona pre-grunge Tarpit (l’antenata di Get Me, futura hit del 1993), dal power pop roccioso di Raisans alla bislacca struttura di The Lung - praticamente un canovaccio per l’indie-post-rock a venire, dai primi Polvo ai Built To Spill e Modest Mouse. Allo stesso tempo però, emergono le prime fratture: con Jay a perfezionare il suo songwriting annoiato, Barlow viene relegato in chiusura con l’emo-core ante litteram di Lose e i cinque minuti del collage folk lo-fi Poledo; due soli brani che racchiudono una personalità artistica autonoma, seppur in nuce. Nondimeno, al centro della scaletta c’è la prima vera perla del repertorio, In A Jar: melodia vocale pigra doppiata da un basso in primo piano, poi un susseguirsi di riff, cambi di tempo, chiave e registro in struttura circolare, per 3:30 da manuale. Un classico istantaneo, così come l’intero album, ad oggi considerato da molti uno dei migliori della band (8.0/10).
C’è tuttavia qualcosa che manca ancora ai Dinosaur, ed è la canzone definitiva, quella che marchia a fuoco una carriera (e, in questo caso, un’epoca). Eccola qua, all’inizio di Bug (SST, 1988), terzo capitolo pubblicato proprio quando insieme alla crescente popolarità - specie in Europa - i contrasti nell’organico montano sempre più. A riascoltarla oggi e a rivederne lo sgangherato e artigianale video, Freak Scene è semplicemente la perfetta indie rock song, l’inno per una generazione futura ancora senza nome; il brano simbolo, insieme alla coeva Teenage Riot (che, guarda caso, è ispirata dalla figura di J), di un altro rock a stelle e strisce, innocente e fieramente indipendente, non ancora moda, non ancora contaminato dal business che presto sorgerà intorno all’alternative.

Con il suo testo scioglilingua, la melodia Cure ricoperta da strati di chitarre distorte, i caratteristici break e gli assoli da guitar hero è la quintessenza dello stile pop di Mascis, una formula fortunata a cui tantissimi - lui per primo - attingeranno; ma il resto del programma non è da meno, nel concentrare la scrittura in direzione della forma-canzone (la stessa intrapresa, tanto per cambiare, da Thurston Moore & Co.: le affinità stilistiche coi sonici in questo disco si sprecano, vedi They Always Come).
Non a caso il modello Neil Young qui si fa sempre più forte, dai riffoni psych di No Bones alla cavalcata Yeah We Know fino a Pond Song, prototipo della ballad acustica Mascis-iana, laddove Let It Ride, Budge e The Post fanno ampio sfoggio di decibel e adrenalina punk. Ormai c’è sempre meno spazio per Barlow, relegato anche stavolta in chiusura a urlare tutta la sua insoddisfazione nella cacofonia psicotica di Don’t; non passerà troppo e Jay lo metterà definitivamente alla porta, segnando la fine di un menage-à-trois che proprio in Bug si era espresso al meglio delle potenzialità (8.5/10).

Da qui sarà l’inizio di una nuova era, per i Dinosaur Jr e non solo. Nell’agosto del 1991, mentre Seattle è lì lì per esplodere, la SST pubblica la compilation Fossils, ideale appendice alla band (così come era conosciuta); accanto ad alcune b-sides ci sono Little Fury Things, Freak Scene, In A Jar e soprattutto Just Like Heaven (pubblicata come singolo a inizio 1989), trasfigurazione indie rock del pop-wave romantico di Robert Smith, con Lou Barlow a fornire l’ultimo colpo di genio alla causa del Dinosauro: un ritornello in stile thrash metal. Quel tragicomico “YOOOOUUU!!!!!” urlato dalle viscere è così l’epitaffio ideale per una formazione tra le più mitizzate degli ultimi vent’anni, al punto che neanche gli stessi protagonisti hanno poi saputo resistere all’odierno richiamo della gloria.
E i ’90? Volendo usare una frase ad effetto, verrebbe da dire che i Dinosaur Jr i Novanta non li hanno vissuti, li hanno creati. Del resto, quanto fatto da Mascis in quel decennio (e poi a inizio ‘00 a nome The Fog) andrebbe meglio considerato come produzione solista, laddove la vicenda dei Sebadoh meriterebbe – che ve lo diciamo a fare – un intero capitolo a parte, e neppure breve, con tanto di appendice dedicata ai Folk Implosion. Non che Green Mind (1991), Where You Been (1993), Without a Sound (1994) e Hand It Over (1997) non siano all’altezza del nome Dinosaur Jr (ok, almeno i primi due), ma la formula JayLouMurph era semplicemente un’altra cosa. D’altronde, il rock da sempre vive dei suoi miti, si alimenta e si rigenera attraverso di essi; l’indie rock, da par suo, non fa certo eccezione. Che la celebrazione continui.


Per molti, è un sogno che diventa realtà. Per altri, è l’inevitabile conseguenza della reunion di un paio d’anni fa. Per altri ancora, se ne poteva comodamente fare a meno. Fan, realistici e scettici, tutti hanno ragione e tutti si sbagliano, su Beyond. Perché in fondo sono - siamo - tutti condannati allo stesso Eterno Presente, fatto di ritorni (siano essi attesi, inaspettati e improbabili), tour/rimpatriata, antologie, ristampe deluxe. Poi, fin troppo facile ironizzare su una band che ha scelto di chiamarsi Dinosaur, non vi pare?
Chiunque di recente abbia visto dal vivo il ricostituito trio – in questa forma, assente dalle scene dal 1989 -, avrà avuto modo di accorgersi che la potenza sonica originaria è invariata (semmai, resa più feroce e devastante dalle mega-amplificazioni a disposizione oggidì), e che quell’insana tensione fra Mascis e Barlow su cui si reggono i giochi, oggi come allora, è praticamente intatta. Piace pensare che scrivere e registrare queste canzoni sia stata una conseguenza naturale del tornare a suonare insieme, nonostante il cinico bastardo dentro di noi suggerisca invece si tratti di freddo calcolo o peggio, stanca routine ad uso e consumo del pubblico pagante (vedi anche alla voce: reunion Sebadoh).
Piuttosto, sarebbe bello vedere J., Lou e Murph come i rinati Crazy Horse di Ragged Glory: impronta riconoscibile sin dalla prima nota, furore giovanile appena stemperato da matura riflessività, identità inossidabile, proprio come la voglia di esserci. Una suggestione che si fa reale nella lunga cavalcata di Pick Me Up, per esempio, o nell’apocrifo Young This Is All I Came To Do, o ancora nelle ballate semi acustiche - tipicamente Mascis - Crumble e I Got Lost. Per il resto, negli inconfondibili power pop Almost Ready e Been Here All The Time, nelle sferzate hard rock-grungy di It’s Me e nelle puntuali apparizioni di Barlow (Back To Your Heart, Lightning Bulb), tutto è al suo posto: i decibel, i watt, il muro impenetrabile di chitarre, i fuzz luridi, le possenti rullate di Murph, il basso maltrattato di Lou, i riffoni, gli assoli tamarri, le melodie istantanee e il canto indolente di Jay. Certo, adesso il cinico bastardo dentro di noi tornerà a farsi sentire… ma basterà alzare il volume. Ché Beyond, in fin dei conti, è un bel disco. Sparatelo a palla nello stereo, sfondate gli altoparlanti e i vostri timpani, e amen. (7.2/10)
Lou Barlow si posiziona a destra. Ha ormai più di quarant’anni, ma da qualche fila di distanza, guardando come urla e come salta per l’intero concerto, gliene potresti dare la metà. Si adatta divertito al suo ruolo di bassista, facendosi trovare in gran voce nei brani che lo vedono protagonista. Murph e la sua batteria sono al centro. Un altro ragazzino, dopo la prima canzone è già senza maglietta.
J Mascis, coi soliti lunghi capelli bianchi resi spettrali dalle luci, sembra il fantasma del nonno degli altri due. È a sinistra, con un muro di Marshall a fargli da scenografia, perso nel suono della Fender Jazzmaster, statico come la statua del suo stesso mausoleo del rumore. A tratti fa pensare che, se fosse per lui, le canzoni potrebbero tranquillamente soccombere al feedback, e che prima o poi oserà il suo Metal Machine Music, o, per paragonarlo più propriamente al maestro Neil Young, il suo Arc. La devozione alla chitarra porta Mascis a trascurare spesso l’uso della voce. Sta seguendo il suono, chiude gli occhi cercando di domarlo, lo piega a suo piacimento, decidendo quando tagliare corto - nell’acclamata cover di Just Like Heaven - sia quando lasciarsi andare, come nella lunga versione di Pick Me Up, uno dei pezzi chiave di Beyond, l’album della reunion. A furia di inseguire i propri assoli, Mascis pare perdersi l’attenzione del numeroso pubblico, che aveva conquistato iniziando con le irresistibili Feel The Pain e Out There. La riconquista nel trionfale finale, tornando ad assecondare pogatori e distratti, con l’aiuto dell’energia furiosa di Barlow. Si chiude con quattro bis, che culminano in una distruttiva e liberatoria Freak Scene.