Crocus Behemoth: il mostro di un altro pianeta atterrato sul lago salato. Surrealismo e dadaismo come pane quotidiano di una fisarmonica abbandonata in un sobborgo di Cleveland. Il père Hobo dell'apocalisse sopra Tokyo. Sentireascoltare incontra David Thomas.

Dici David Thomas e nessuno sembra aver inteso. Dici Pere Ubu e qualcuno raddrizza le orecchie. “Già sentiti”, rispondono, bene che vada. Se il talento fosse proporzionato alla popolarità esisterebbero dentifrici David Thomas, automobili David Thomas, astucci per la scuola David Thomas e questo nome sarebbe finalmente sulla bocca di tutti con il solo disappunto del suo proprietario, l’ingombrante e corrucciato performer che da più di 25 anni distribuisce prodotti musicali di altissimo valore, incurante del trascorrere delle mode o dei vezzi del mercato.
L’avventura del nostro iniziò nella tetra Cleveland quando un gruppo di ragazzi dalle velleità surrealiste (siamo nel 1975) si riunì sotto il nome Rocket From The Tombs (in onore al genere B-movie fantascientifico tanto amato da David). Pare che tra i dettami seguiti dal Nostro durante la formazione del suo primo combo, vi fosse quello di ingaggiare le prime persone che passassero a chiedere un’ audizione, pigliar per buona la prima idea musicale sviluppatasi e non inseguire il successo per nessun motivo. Le testimonianze di questo progetto sono finalmente rintracciabili negli album The Day The Earth Met The Rocket From The Tombs (Glitterhouse, 2002) e Rocket Delux (Smog Veil, 2004).
Poco meno di un anno più tardi la formazione cambiò nome in Pere Ubu (omaggio ad Alfred Jarry, surrealista ante-litteram e teorizzatore della “patafisica” - scienza delle “soluzioni immaginarie” - attraverso opere letterarie come Ubu roi e Gesta e opinioni del dottor Faustroll patafisico) sfornando una serie di singoli mozzafiato e un LP per l’etichetta Blank dal titolo The Modern Dance . La formazione originale va riportata per intero e comprende Thomas alla voce (suoi pure i testi, tra l’incubo dadaista e lo sberleffo post-punk), Tom Herman alla chitarra, Tony Maimone al basso (subentrato dopo la defezione di Tim Wright, corso alla piccola corte del destrutturato progetto di Arto Lindsay DNA), Scott Krauss alla batteria e Allen Ravenstine al sax e sintetizzatore.
Si dica innanzitutto: da qui (siamo agli sgoccioli del ’77) all’82 gli Ubu realizzeranno una serie di album fondamentali in quanto a ricerca e dissacrazione del formato canzone. I titoli sono Dub Housing (Chrysalis, ’78), New Picnic Time (Rough Trade ’79), The Art Of Walking (Rough Trade, ’80) e Song Of The Bailing Man (Rough Trade, ’83). Come dire: Captain Beefheart aggiornato ai più slavati dettami del punk e ri-filtrato attraverso cervellotiche esigenze delle new-wave e no-wave più oltranziste. Nenie stonate rese imperdibili da qualche sprazzo di elettronica agghiacciante. Tempi impossibili o semplicemente imballabili su accordi e arpeggi tanto vicini al free-jazz quanto all’inganno della cacofonia fin de siècle. Poi la pausa per progetti solisti.
Cinque anni più tardi si ripristina la leggenda Pere Ubu dopo nuovi cambi di formazione e di etichetta (ora Fontana). Ma qualcosa si è come spezzato, e il recupero delle matrici rock mal si sposa con la voce sempre più biascicante e offesa del buon Thomas. The Tenement Year (’88) fa ben sperare ma con gli album rimanenti le proposte sonore vanno via via impoverendosi fino a toccare il fondo della discografia ubuiana con il debole concept Story Of My Life (’93). Già due anni più in là qualcosa pare smuoversi (la creatività - soprattutto dei grandi - sa essere ciclica) e Rain Gun Suitcase (Cooking Vinyl ’95) trova un compromesso convincente tra l’acquietamento sperimentale dell’ultimo periodo (determinato, chissà, magari da scoraggianti bilanci economici) e una svagata attitudine indie ben documentata dalle ispirate Turquoise Fins e My Friend Is A Stooge For The Media Priests. Copertina e note di copertina rivelano al solito immagini urbane ed enigmi nonsense. Su tutto troneggia un breve comunicato dal quale val la pena estrarre questo stralcio: “Pubblicammo i testi sul retro di Song Of The Bailing Man poiché non sapevamo come riempire lo spazio restante. (…) Pubblicare i testi è un brutto affare”.

A concludere il pacchetto il fresco di rimasterizzazione Pennsylvania (Cooking Vinyl, ’98) e l’ottimo St. Arkansas (Glitterhouse, 2004). Altre pubblicazioni degne di nota sono il concerto del ’91 documentato in Apocalypse Now (Thirsty Ear, 1999) e il discutibile cofanetto Datapanik In The Year Zero (Geffen, ’96) che riassume gli Ubu dal ’75 all’82 riallineando le canzoni in ordine cronologico, togliendo qualche pezzo presente negli LP originali e aggiungendo qua e là registrazioni inedite (d’indubbio valore storico ma spesso di scarsa qualità sonora).
Ed il Thomas solista? Per semplificare le cose diremo che la mole più consistente delle vicissitudini a suo nome è stata raccolta in un secondo cofanetto dal titolo Monster, pubblicato per la prima volta nel ’97 dalla Cooking Vinyl, rimasterizzato e ripubblicato dalla stessa etichetta nel 2004. Gli album contenuti sono The Sound Of Sand, Variations On A Theme (con remix diverso rispetto all’LP originale), More Places Forever (con remix diverso rispetto all’LP originale), Monster Walks The Winter Lake E Blame The Messenger.
I fan oltranzisti avranno notato che nella riedizione del 2004 è stato omesso il live Meadville, con i Two Pale Boys. Bizze inspiegabili. Così come l’altro live Winter Comes Home dell’83, ha annunciato lo stesso Thomas, non sarà mai più pubblicato al fine di preservarne (si presume) l’esclusività per gli acquirenti della prima ora. È un peccato bello e buono, poiché quest’omaccione dalla voce a forma di parodia ha sempre ottenuto apprezzabili risultati nello scriteriato tentativo di superare sé stesso.
In The Sound… ogni traccia è il pretesto per sperimentare con un genere musicale differente e tra i compagni di viaggio torna a far capolino Mayo Thompson, il geniale leader dei Red Krayola (che già aveva collaborato con gli Ubu nell’81). La jam-session strumentale Crickets In The Flats, il ritorno alle roots patafisiche di Big Dreams e l’approccio iper-jazzy e disperante del traditional Sloop John B sono solo tre esempi per tracciare i contorni di un album che ancor oggi suona eclettico e innovativo. Variations… recupera qua e là linearità e compostezza ma episodi come The Egg & I continuano a stupire. More Places… è il succulento pretesto per tentare approci free con fiati, pianoforte e un’ottima sezione percussiva. In Monster Walks… il melodeon (organetto con una sola fila di tasti) appiattisce in soporiferi valzerini un discorso sonoro spastico al punto giusto solo nella sgradevole e sublime My Town e nell’impalpabile follia di Coffee Train. Blame… vanta imprevedibili cambi di tempo, elettronica naïf e un’insostenibile atmosfera claustrofobia senza che nessuno di questi elementi sia spinto oltre il confine delle naturalezza.
Buone pure le esperienze Bad City (attribuito a David Thomas And Foreigners, Thirsty Ear, 2000) e l’assurda piece teatrale Mirror Man con la Pale Orchestra (comprendente, tra gli altri, Linda Thompson alla voce e Peter Hammill alle tastiere e chitarra!) pubblicata dalla solita Cooking Vinyl nel ’99.
Con i Two Pale Boys (Andy Diagram alla tromba e Keith Moliné alla chitarra) sono prodotti il capolavoro Erewhon (ispirato al romanzo omonimo di Samuel Butler), la cui versione cd funge pure da rom disc e contiene materiale audio/video interattivo e deliziosamente insensato, Surf’s Up (Thirsty Ear, 2001) e il distorto, diabolico 18 Monkeys On A Dead Man's Chest (Glitterhouse, 2004). L’unica cedevolezza nel discorso coi due ragazzi pallidi è quella di tergiversare più del dovuto su una forma-canzone onirica e dilatata, rischiando a volte di tediare un po’. Le soluzioni del trio a ogni modo si ritagliano un altro spazio fondamentale nella complessa discografia di Thomas. Egli non ci tiene a lasciar trasparire molto altro di sé. Non si hanno notizie specifiche riguardo la sua privatissima vita privata. Si sa che i genitori lo crebbero secondo i dettami della Chiesa dei Testimoni di Geova e che, per un breve periodo, fu critico rock per un giornale di Cleveland con lo pseudonimo di Crocus Behemoth. Unico cruccio per questa intervista, non essere riuscito a scucirgli una risposta in merito a quella che è forse la domanda più ghiotta di tutte: “Sei mai riuscito ad esprimere il tuo concetto di religiosità in una canzone?”

Credo che il “genio” sia uno che quando arriva sulla scena sembra giunto da un altro pianeta, senza (naturalmente) essere mai stato preceduto da qualcuno di simile a lui e che, al di fuori dal contesto comune, si rivolge al pubblico attraverso un linguaggio completamente nuovo. Mi fa piacere che i miei estimatori nutrano questa specie di rispetto per me. Non sono una persona modesta: so di avere un talento speciale. E so anche individuare i lati fallimentari nella mia opera. Sei libero di dissentire con quel che ti sto dicendo, ma vedo esattamente tutti i passi falsi che ho compiuto finora. Vedo certi passaggi che suonano slegati tra loro, certe soluzioni buttate lì o magari soluzioni in cui, per cavarmela, ho usato qualche trucchetto piuttosto convenzionale. E dato che sono per le collaborazioni, dipendo anche dal talento di chi suona con me. Dipendo dal loro supporto e dalla loro abilità nel comprendere ciò che cerco di comunicargli. Quando tutto funziona a dovere, posso intrecciare le loro abilità creando un ordito assai speciale. Ecco qual è il mio vero talento ed ecco perché ho bisogno di lavorare con un gruppo di persone in cui regni la coesione. Inoltre l’intero operato di un genio non può che essere giudicato alla sua morte, e io non ho ancora trascorso la mia vita per tutta la sua interezza. Aspetta che muoia. Aspetta che abbia realizzato l’album per il quale sarò completamente soddisfatto.
Sono stufo di parlare di Cleveland. Non voglio sembrare astioso, ma semplicemente non mi va di tornare sull’argomento. L’ho lasciata vent’anni fa. La città che ha visto i miei primi natali non c’è più e da tempo. Non conosco più nessuno da quelle parti e quando me ne vado in America vedo, al massimo, l’aeroporto e la casa di Jim Jones.
Intelligente. Accademico. I miei mi chiamavano “Fessy” (abbreviazione vezzeggiativa di professor). Credo di essere stato anche piuttosto autoritario e testardo.
Posso essere burbero. Posso essere loquace e affascinante. Non sono a mio agio con degli sconosciuti e non piace rispondere alle domande. Le domande sono un fardello per gli altri. E le risposte una gabbia, qualcosa di limitante per chi le deve rilasciare. Le interviste poi le vedo come una sorta di performance; mi sono stancato di questo genere di esibizioni, di interrogazioni. Ho una certa quantità di energia e la voglio dedicare al mio lavoro. Non mi va di disperderla rispondendo a domande ed esibendomi per i giornalisti. A volte mi mancano semplicemente le forze per calarmi in quell’arena. E a volte i giornalisti non conoscono la mia opera e mancano dell’abilità per carpire quel che gli sto comunicando (o quello che tento di comunicargli). In quel contesto rispondere a delle domande è frustrante.
Realizzare uno show di valore, essere apprezzato da uomini intelligenti, circondato da belle donne e da musicisti soddisfatti. Farmi qualche bevanda gratis, ricevere un pasto appetitoso da portare nella mia camera d’albergo e lì guardarmi un bel film di fantascienza o qualche emittente in lingua inglese. Vedi? Non sono proprio un genio dopo tutto; solo l’ennesimo sciattone di una rock’n’roll band.

Lavoro utilizzando ogni tecnica immaginabile. Preferisco iniziare con uno stralcio musicale. A volte i musicisti che collaborano con me portano in studio un pezzo già bello e pronto. A volte lavoriamo assieme. Altre volte utilizziamo una serie di idee musicali e lavoriamo come equipe tentando di dar forma a qualcosa che abbia a che fare con ciò che voglio ottenere. Poi ci sono le volte in cui parto da una melodia suonata al melodeon (un organetto con una sola fila di tasti). È raro che il tutto abbia inizio con dei testi già scritti. Con i Two Pale Boys, Keith e Andy lavorano insieme per presentarmi dei brani tra i quali scelgo quelli che preferisco. Mi capita anche di chiedere improvvisazioni che penso possano portare a estrarne qualcosa. Con i Pere Ubu a volte si improvvisava in questa maniera. Qualcuno propone un’idea utilizzata come punto di partenza.
In ogni album cerco di iniziare da un concetto di base col quale le storie narrate si devono approcciare e poi elaboro una struttura generale, riguardante le cose che voglio utilizzare in studio in termini di metodologia e suono. Una volta che il pezzo resta in piedi dall’inizio alla fine, mi concentro sulle parole. Preferisco usare questo approccio, perché voglio che il sound e la musica siano quanto più possibile veicolo delle mie espressioni. Quanto più ci riesce di coniugare suono e musica a supporto della prospettiva e della struttura del brano, tanto più ne esce qualcosa di interessante con le parole e la voce.
Non ne ho idea. Non penso mai agli altri cantanti. A dire il vero ho scritto una canzone per un’altra persona: s’intitola Fly’s Eye, nel disco Pennsylvania, ed è stata scritta per Kylie Minogue. Perciò vedi quanto sono bravo a scrivere brani per gli altri o a immaginare cosa potrebbero fare gli altri con le mie intuizioni…
Quelle di Jackie Leven, Linda Thompson e Mark Mulcahy.
Dire le cose come stanno e prendersi la responsabilità delle proprie azioni.
Brunswick Parking Lot ( da “18 Monkeys On A Dead Man’s Ches”t di DT & the Two Pale Boys ).
È un’assurdità pronunciata da una persona sostanzialmente paurosa. Non credo sia giusto porre dei limiti a riguardo. E se qualcuno lo venisse a dire a me, uscirei dal seminato pur di dimostragli quanto sia in errore. Non mi va di fare nulla che sia semplice da realizzare.
Trattare il lato oscuro è più facile, lo ammetto. Molto è comunque determinato da ciò in cui crede l’artista.
Rabbia, frustrazione, e la determinazione di andare oltre.

A questo punto esistono ormai ventisei versioni diverse di quella band… Credo ti riferisca agli album pubblicati per l’etichetta Fontana, prima dei quali si erano verificati già otto assestamenti nell’organico del gruppo. A ogni modo mi piace il lavoro che abbiamo fatto per la Fontana. Mi piacque il fatto di riuscire a lavorare per una grande compagnia discografica e imparai un sacco di cose che diedero vita al mio lavoro di allora. Registrammo dei buoni album impiegando le metodologie più disparate. L’unica cosa che divide una grande etichetta da una indipendente sono i soldi. L’unico fattore significativo in relazione a quanto detto riguardo a Story Of My Life è che, a quel punto, eravamo una band di quattro elementi in un periodo di transizione.
Quella fu un’improvvisazione. Ci piaceva così come era uscita la prima volta perciò chiedemmo a Steve Mehlman (batterista del gruppo) di annotare ogni variazione del diagramma sonoro prodotto dalla nostra impro e imparammo, pazientemente, a riprodurre ogni anomalia e ogni imprecisione dell’impro perché suonasse tale e quale anche dal vivo. Scrissi il testo percorrendo la interstate che collega Nashville a Memphis, un tardo pomeriggio mentre mi recavo a Toledo. È un idea che volevo sfruttare da tempo ed è stata fondamentale per la costruzione dell’album. È così che mi piace scrivere i testi delle canzoni: salire in auto e attraversare l’America per le settimane necessarie a comporre tutte le lyrics di un album. In alcuni lavori coi Pere Ubu o con i Two Pale Boys, conoscendo la geografia dei luoghi, puoi probabilmente stilare il tragitto che ho percorso intorno all’America.
Le improvvisazioni che creiamo sono esilaranti… oltre a ciò Andy e Keith sono anche due persone interessanti e buone. È la band nella quale ho militato più a lungo per due buone ragioni: insieme facciamo un buon lavoro e musicalmente non ci ‘areniamo’ mai.
Vengo a conoscenza della maggior parte degli avvenimenti di attualità attraverso selezionati siti internet. Generalmente non leggo giornali. E non guardo telegiornali a meno che non si tratti di quello della Fox americana che il più delle volte trovo soddisfacente.
Amo la tecnologia. Uno strumento acquisisce valore a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Non credo nello spauracchio della ‘cattiva tecnologia’. Sono certo che esisteranno delle eccezioni negative ma nel mio mondo non ne vedo molte. Esistono tecnologie che incoraggiano un certo impoverimento mentale e impigriscono, questo sì, ma la colpa non è mai dello strumento ma di chi ne usufruisce. Una pistola è uno strumento con un suo perché. Dipende dall’uso che ne viene fatto.
Mi annoio solo affrontando le cose attraverso gli stessi sistemi altrimenti no, mi piace anche quella parte. Anzi detesto quando sono in dirittura d’arrivo. Non vorrei mai dover terminare un album fino a quando non sono completamente soddisfatto del risultato. E non posso fermarmi mai perché non sono mai completamente soddisfatto. Il giorno che comporrò un album di cui potrò dirmi pienamente felice sarà il giorno in cui deciderò di fermarmi.
È ciò che si fa per comunicare quello che esce dal confine delle chiacchiere di tutti i giorni. È ciò che fai per esprime qualcosa di altrimenti inesprimibile ‘a parole’ o attraverso il linguaggio comune. Anche un romanzo, che trova ovviamente una collocazione nel regno delle parole, visto come ‘opera d’arte’ dovrebbe esprimere qualcosa che sta al di là della somma di conoscenza dei vocaboli, grammatica, sintassi e destrezza narrativa.

Semplice: non guardo mai MTV. Tutti dovrebbero avere ciò che desiderano. Non voglio imporre agli altri cosa devono o non devono ascoltare. Sono felice di poter esprimere il mio parere a proposito di quel fenomeno ma non vedo ragioni per uscire dal percorso che mi sono scelto e rischiare di annoiarmi perdendoci del tempo. Tutti gli uomini sono uguali e a loro il Creatore consegnò certi diritti inalienabili come la libertà ed il diritto alla ricerca della felicità.
Non conosco limiti; quando mi trovo davanti un ostacolo cerco sempre di superarlo. Quando incappo in un limite cerco la maniera per raggirarlo. Quando sono davanti ad un problema voglio risolverlo. Penso che essere un cantante senza una predisposizione naturale al canto e parzialmente stonato sia solo in parte un limite. Ho cercato di risolvere questo problema e ci sono riuscito in una maniera tanto convincente che molti oggi mi reputano un grande cantante, un interprete eccellente. Ora che mi conosco so di poter fare delle cose con la voce che altri cantanti più dotati non si sognano neppure. E ciò grazie alla forza di volontà.
Smile NON è mai uscito. Quello che trovi oggi nei negozi a nome Smile contiene alcune delle canzoni scritte durante quelle session. Ma NON è la stessa cosa.
La mia definizione di fama corrisponde al fatto di voler diventare il più grande cantante mai esistito.
Ascolto tutti i generi possibili; sono un estimatore dell’i-pode nel quale tengo sempre impostata la funzione shuffle per ascoltare i brani in ordine casuale. Ascolto ancora Trout Mask Replica con una certa frequenza. Mi piace parecchio anche David Wrench.
Beck è a posto ma non sono un suo appassionato.
Ripeto: realizzare uno show di valore, essere apprezzato da uomini intelligenti, circondato da belle donne e da musicisti soddisfatti. Farmi qualche bevanda gratis, ricevere un pasto appetitoso da portare nella mia camera d’albergo e lì guardarmi un bel film di fantascienza o qualche emittente in lingua inglese.

Considerando Ray Gun Suitcase come il prologo della rinascita, regolari sono state le scadenze che hanno caratterizzato i Pere Ubu mark III. Quattro anni fa usciva il buon – ma difficile – St. Arkansas, altrettanti prima il discreto Pennsylvania e ora Why I Hate Women, probabilmente il secondo capitolo di una saga a tema, e senz’altro il next-step di una rinascita avant rock di grande intelligenza e onestà.
A parte il solo Keith Moliné alla chitarra, la formazione è praticamente identica (Robert Wheeler, Michele Temple e Steve Mehlman), a cambiare piuttosto è la narrazione che vede un’incompiuta novella pulp sostituirsi alla road story di St. Arkansas. Ciò che cambia qui – ed è qualcosa di significativo - è il corpo del sound.
Dalle crude novelle e dai sofismi dello sforzo precedente, gli Ubu, forti di una produzione più tonda e diretta suonano wave-rock e punk senza troppi fronzoli. Anzi, suonano dannatamente (avant)rock in più riprese (e la forza sta proprio nelle parentesi!).
Non te l’aspetti, Caroleen: voce scorticata, grammatica metal, theremin impazzito e assolo garage finale. E’ un esempio di come Why I Hate Women conservi un giusto mix tra asperità urbane e spazi narrativi senza negarsi l’affondo pesante. Inevitabilmente troviamo gli Ubu a reinterpretare il wave rock d’oggi con una Flames Over Nebraska dallo scheletro Libertines (giuro!) ma con dentro tanto di quel theremin da far saltare Albion intera. E un Mona - l’inimitabile lezione ubu-esca – tra dada e rock angolare.
Pure sul versante “declamatorio” qualcosa cambia: Babylonian Warehouses è un reliquario Joy Division dei più convincenti (ma in verità territorio dei primissimi Ubu al 100%), un aplomb che è quello di Twenty Seconds Over Tokyo per intenderci (ma ricorda dannatamente Candidate); Stolen Cadillac gli fa il paio e forse lo surclassa in climax e crescendo.
L’obliquità cede il passo al motore dunque, e i pistoni si chiamano Wheeler-Thomas: il primo suona il theremin come un Satriani, il secondo scandaglia i consueti versi dell’ossessione con sorprendente concisione. Ne sono due begli esempi Blue Velvet dove c’è tutta la sublime stazza del late night crooner, e My Boyfriend's Back, una breve missiva diretta a uso e consumo dei Liars.
Texas Overture conclude il trionfo dei nostri. E’ un blues-rock in bitume radioattivo sporco e spocchioso. A cantarla è il miglior Thomas da sfottò. A suonarla una band che prende e molla il canovaccio come e quando vuole. Improvvisa e si ricompone, si scorda i riff e li riprende. Per il fan di lunga sarà una manna. Per i kids cresciuti a wave rock, lo stargate per l’avant music.
Una bomba. (7.5/10)
La definizione di “gigante della musica” non potrebbe essere più calzante per David Thomas: con la sua mastodontica corporatura (in totale contrasto con la voce acuta e “paperesca”) impersona alla perfezione la creatura di Alfred Jarry, e s’impone su tutta la scena nonostante il suo atteggiamento riservato ed imperturbabile. Al di là della stazza, la definizione gli sta a pennello soprattutto per quella manciata di album che hanno cambiato la storia del rock. Di quei mitici Pere Ubu originari è rimasto solo lui, dopo le innumerevoli incarnazioni che si sono succedute da trent’anni a questa parte. La formazione che lo accompagna è comunque di tutto rispetto: il chitarrista Keith Molina collabora con Thomas anche nei Two Pale Boys, l’instancabile motore ritmico di Michele Temple e Steve Mehlman è solido e possente, mentre Robert Wheeler è il “disturbatore” del gruppo.
Il blues di Slow Walking Daddy è l’introduzione perfetta per il concerto, unica eccezione tra l’altro all’ordine alfabetico della scaletta. La maggior parte dei pezzi successivi è presa dall’ultimo Why I Hate Women e dagli album degli ultimi dieci anni, con pochi ma significativi balzi nel passato. L’esibizione è quantomeno avvincente: il gruppo riesce a coniugare frenesia punk (esemplare Caroleen a questo proposito, davvero irresistibile), allo sperimentalismo onomatopeico dei brani più rarefatti e rallentati. I pezzi sono tutti abbastanza fedeli alle versioni in studio, per quanto Wheeler manipoli imprevedibilmente il suo theremin artigianale (unico strumento rimastogli, avendo perduto i sintetizzatori in viaggio), instaurando una presenza incessante ed ossessiva che permane dall’inizio alla fine. David Thomas è assolutamente irreprensibile: la sua voce camaleontica balza da un brano all’altro con un’energia che non si affievolisce mai, una furia sonora che si fatica a credere che esca da quel viso statico e quasi restio a cantare. Il gruppo è così ben affiatato che gli unici momenti deboli del concerto, se proprio li vogliamo cercare, sono forse quelli dei classici (The Modern Dance, Street Waves e l’inno Final Solution), mentre la nuova produzione, da Wheelhouse a Flames Over Nebraska, brilla di luce propria tra l’impeccabile esecuzione e la quantità di energia profusa.
L’unico rammarico della serata è che i Pere Ubu sono paradossalmente il gruppo di apertura (l’headliner è Mick Harvey dei Birthday Party), per cui possono elargire solo un’ora, bis inclusi, della loro musica, lasciando il pubblico appagato da indovinate leccornie, ma non del tutto sazio.