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Damo Suzuki

di Filippo Bordignon
Tra musica, filosofia e religione, fisionomia di uno dei più misteriosi e affascinanti personaggi dell'avanguardia di ieri e di oggi. Damo Suzuki si racconta in un'intervista esclusiva.
Foto: Damo Suzuki fotografato da Jürgen Krusch (2001)

Ritratto di outsider

Il kraut-rock deve molto, moltissimo, alla fiera indipendenza dei Can che, assieme a Faust e Neu!, possono a ben diritto considerarsi il gruppo di rock-sperimentale più importante che la Germania abbia mai generato. Nel 1970, dopo l’improvvisa dipartita del cantante Malcom Mooney (a causa di un devastante esaurimento nervoso), la band si mise alla ricerca di un front-man che avesse peculiarità interpretative diametralmente opposte a quelle di Mooney.

Holger Czucay e Jaki Liebezeit (rispettivamente bassista e batterista dell’ ensemble) trovarono il loro uomo in una strada di Colonia, mentre si esibiva suonando una chitarra acustica (della quale pare conoscesse solo due accordi) e cantando/recitando una serie di poesie automatiche. Era il giovane Kenji Damo Suzuki, nato nel 1950 in Giappone e da poco trasferitosi in Germania, dopo una serie di viaggi in solitaria per l’Europa. Le prime testimonianze del nostro sono rintracciabili in Soundtrack (Spoon, 1970), opera di transizione, forte di quello che può venir considerato il primo “cavallo di battaglia” del gruppo: Mother Sky, pezzo epico e psichedelico, tuttora tra i più noti dell’intero catalogo Can.

Nel triennio 1971/1973 vengono pubblicati tre Lp: Tago Mago (Spoon, 1971), Ege Bamyasi (Spoon, 1972) e Future Days (Spoon, 1973). Attraverso fusioni di musica concreta, elettronica, pop, rock, jazz (e la lista potrebbe continuare) la voce di Suzuki scivola suadente, imbastendo liriche appena comprensibili nel tentativo - diciamo noi - di superare la retorica ampollosità del cantautorato sixties. Con Suzuki la voce torna ad assumere il carattere evocativo tipico dei culti primitivi. Per capire l’importanza di ciò che l’esperienza del nostro ha rappresentato, basti ricordare che il giovane Johnny Rotten s’era candidato a sostituire il Nostro dopo il suo brusco allontanamento.

Sfumata la ghiotta possibilità, l’ex-Rotten - poi John Lydon - mise a frutto anni di ascolto scrupoloso del materiale Can, riversando il meglio delle loro intuizioni nel progetto P.I.L. (si porga orecchio all’impalpabile dramma di Albatross dall’album Metal Box o all’asettico lamento muezzin di Four Enclosed Walls da Flowers Of Romance). Pare che il distacco di Suzuki abbia avuto a che fare con una crisi spirituale, che lo portò ad avvicinarsi alla chiesa dei Testimoni di Geova. Così egli trascorse il resto dei Settanta lontano dalle scene, rielaborando la propria concezione di fama, show business e spettacolo. Successivamente si trovò ad affrontare un cancro (fortunatamente debellato) e, divincolatosi dalle briglie della religione e delle sue disseccanti rigidità, nel 1984 Damo torna alla musica con il progetto Dunkelziffer.

Tre sono gli album (d’ardua reperibilità) che testimoniano la sua militanza in questo progetto di musica improvvisata: In The Night ( Fünfundvierzig, 1984), III ( Fünfundvierzig, 1986) e il superbo Live 1985 (pubblicato su cd dalla Captain Trip solo nel 1991). Nei Novanta avviene la svolta radicale: fonda il free-combo Network, dando vita ad un never-ending tour nel quale band locali - conosciute attraverso la sua fitta rete di amicizie - si esibiscono come supporto in improvvisazioni totali, dagli esiti spesso eccellenti. Ogni suo concerto è una sorpresa assoluta e a bearsene, oltre al pubblico, sono i musicisti di turno, consci di dividere il palco con un uomo che più di una rivista specializzata definisce “leggenda vivente”. Il suo cantato (una litania Jim Morrison-iana colma di metafisica tutta obliqua) non risparmia proprio nulla: reading dalla mente di qualcun altro, cavalcate hardcore, falsetti fiabeschi o blues re-inventati attraverso tentazioni orientali.

Tra gli ospiti di spicco, per gli inconsolabili aficionados, figureranno pure i membri storici dei Can (testimonianze in V.E.R.N.I.S.S.A.G.E., Seattle e JPN ULTDVol. 1 - 2). Il trionfo della libertà d’espressione sonora è però rintracciabile nel monumentale P.R.O.M.I.S.E (DNW, 1998): sette cd di gioioso automatismo, distribuito in 35 brani dilatati fino al parossistico tour de force da 30 minuti It’s Me You’re Thinking Of... Weekend Paradise.

Oggi esiste anche un suggestivo documentario dvd intitolato A Damo Story a testimoniare il fascino del Nostro. Farà piacere constatare che, per una volta, è stata una coppia di cineasti italiani (Matteo Corti e Nicola Quiriconi) a volere e credere in questo progetto; A Damo Story vanta preziosi estratti live e una godibilissima intervista a Suzuki, attraverso un montaggio veloce e coinvolgente. Damo è timido e gentile, umile e disponibile, ma estremamente determinato a preservare il suo status di outsider, al di fuori di qualsiasi strategia capace di distoglierlo dal suo eterno inseguimento della libertà. Perciò le copertine dei suoi album riproducono i disegni dei suoi figli (vedi Metaphisical Transfert, DNW, 2001), i suoi album sono esclusivamente live (no overdubs!) e la loro produzione e distribuzione è gestita dallo stesso Suzuki attraverso il suo Network. Lecito a questo punto citare il motto dell’etichetta ESP Disk: “L’artista soltanto decide cosa finirà su disco”.

Damo Suzuki (foto di Julia Bickert)

Intervista a Damo Suzuki

- Damo, i giovani oggi sembrano costantemente annoiati. Quali credi siano i loro desideri, cosa stanno aspettando?

Sono sovraccaricati di informazioni. È un po’ come il cibo: se ne mangi troppo finisci col sentirti insonnolito e svogliato. I giovani con le idee chiare non si abbuffano; agiscono prontamente senza attendere un tornaconto e senza incappare nella noia. A dire il vero, non credo sia un problema circoscritto ad una particolare fascia d’età: è il problema comune ad un mondo che si trascina schiavo del Sistema che lo appesantisce.

- I più ti chiedono dei tuoi progetti futuri e della tua esperienza con i Can, ma hai realizzato anche 3 album con i Dunkerlziffer, cult-band a capo del movimento underground di Colonia; puoi riassumerci quel progetto?

Mi unii ai Dunkelziffer nel 1984. Cantavo con una formazione che comprendeva due tastieristi, un chitarrista, un bassista, due percussionisti e un sassofonista. Ci esibimmo prettamente in Germania. Eravamo tutti di Colonia. Siamo apparsi in qualche trasmissione televisiva. Devi sapere che dal 1982 alcuni studenti, artisti e punker avevano “occupato” la fabbrica in disuso della Stollwerk (industria produttrice di cioccolato) a sud di Colonia. Inizialmente la polizia tentò di sfollarli, ma alla fine il governo consentì l’utilizzo di quello spazio autogestito. C’era un' enorme sala della capienza di mille persone; tutte le pareti erano coperte di graffiti e c’era spazio per dipingere, suonare… c’era persino un club punk che apriva alle due del mattino. I Dunkerlziffer si esibivano regolarmente. Durò fino all’87. Fu organizzata una maratona musicale e toccò a noi l’ultima esibizione. Durante il concerto tutti i graffitisti cancellarono le loro opere con della vernice bianca. Potevi vedere il pubblico in lacrime. Quella fu, praticamente, la fine della scena underground di Colonia.

- Chi è stato, chi continua ad essere Michael Karoli (chitarrista e membro fondatore dei Can, morto di Cancro nel 2001) per te?

Uno tra i più grandi chitarristi di sempre. Potevi riconoscerne il sound alla prima nota. Fu molto felice di suonare nella mia prima tournée in Giappone. Disse semplicemente: “Sì, accetto senza pensarci su neanche un secondo”. La sua ultima performance la tenne ad un festival all’aperto, in Germania. Il giorno prima era stato ricoverato in ospedale ma, noncurante dei pareri medici, si unì a noi esibendosi con il respiratore. Morì troppo giovane, lasciando moglie e due figlie.

- La maggior parte dei testi rock trattano droga, storie d’amore distruttive, guerra, violenza, ostentazioni “machistiche”. Pare che il Male interessi più del Bene… Lou Reed sostiene che siamo attratti da ciò che ci arreca tribolazioni e sofferenza…

I testi, le lyrics, non significano nulla per me. Li associo tutt'alpiù alla classe politica che parla, parla, promette fino allo stremo e non rispetta nulla di ciò che ha detto. Inoltre, certi atteggiamenti da ”eroe del rock” non fanno presa su di me. Si tende a scadere nell’egoismo più sciovinista e a non far nulla di concreto per il “sociale”. Quel tipo di musica cantautorale, basata fondamentalmente sui testi, non fa parte del mio mondo.

- Esiste un/una cantante in grado di spezzarti il cuore con la bellezza della propria voce?

Se devo farti un nome direi Oumou Sangare, di Mali. Lei non è solo una straordinaria cantante, è anche un lodevole modello comportamentale: mentre la maggior parte degli artisti africani si trasferisce a Londra, Parigi e New York per incrementare il proprio successo, lei resta nella capitale di Mali, a Bamako, dove è attivamente coinvolta nella realizzazione di ospedali per bambini. Ecco, mi piacciono quelli come lei, che aiutano i meno fortunati.

- Artista ci sei nato o lo sei divenuto attraverso l’esperienza? Chiunque può essere un artista?

Non mi considero un artista. Se qualcuno pensa che lo sia per me sta bene. Cerco solamente di essere un buon essere umano, tutto qui.

- Se col dolore nascono i capolavori, allora qual è l’importanza del dolore nell’atto creativo?

Tutto ciò che accade lo vedo in realtà come un processo costante, dal quale è difficile estrapolare un momento in particolare. Sicché il dolore non mi tange. E magari non ho mai confezionato un “capolavoro”…

- Ti fa paura invecchiare?

Beh, è un processo naturale. Perché dovrei temerlo? Le vecchie generazioni hanno il compito di sostenere le nuove. Sono felice d’invecchiare e di potermi confrontare “on stage” con le nuove generazioni. Ho imparato molto dai giovani. Solo quelli che hanno scarse ambizioni temono di invecchiare, e ci vedo una forte ambizione nel volersi esibire davanti ad un pubblico con dei giovani come supporter.

- Mark E. Smith, leader dei Fall, ti ha dedicato una tra le sue canzoni più riuscite ( I Am Damo Suzuki , dall’album This Nation’s Saving Grace ). I più lo descrivono come un personaggio polemico e attaccabrighe. Ha definito Julian Cope “un idiota”, i Joy Division “un’altra band à la Bowie” e i Clash “una merda”. Ma di te canta: “Generoso…”. Come te lo spieghi? L’hai mai incontrato?

L’ho incontrato un paio di volte tanto tempo fa. Abbiamo passato dei bei momenti conversando assieme; ciò che esce dalla sua bocca è ciò che incorre a formare la sua visione del mondo.

- Ma in fondo esistono persone veramente cattive?

Ce ne sono, e molte! Quelli che si contendono il mondo e credono di avere Dio dalla loro parte… Quale Dio può accettare un uomo che bombarda un paese uccidendo dei bambini o che detiene potere sui mass-media e dirige un popolo a bacchetta? Questo genere di autorità è malvagia e repellente, è opera di Satana. Nomi come Bush e Berlusconi… non li accetto. Sciovinismo puro; sono stanco di vedere certi individui, stolti e arroganti al contempo. Mi fa piacere non avere nulla a che fare con loro.

- E dei tuoi figli che mi dici?

Dovresti chiederlo a loro. Il rapporto coi miei figli è meraviglioso, ma non saprei dirti che tipo di padre sono. Parlo con loro come se fossero degli amici. Agiscono secondo la loro coscienza e gli auguro di poter preservare sempre questa libertà.

- A questo punto è d’obbligo chiederti cosa ti commuove…

Mi commuove vedere i sorrisi nelle facce del pubblico quando mi esibisco. Sai, piango solo per la felicità.

- Se la maggioranza del mondo impazzisce, cosa capita ai sani di mente?

Credi che Dio permetterà ancora per molto che sia il Male a controllare il mondo? Siamo dominati da gente che crede di potersi paragonare a Lui, perciò ti dico… questi idioti non dureranno ancora a lungo.

- Quale credi sia stato l’insegnamento del kraut-rock? È possibile definirlo musica pop(olare)?

Non sono interessato a parlarne; è solo una categoria creata dalla gente. Odio le categorie: rimpiccioliscono il mondo e reprimono la libertà dell’atto creativo. Può essere una risposta dura ma per me esistono solo due tipi di musica: quella buona e quella cattiva.

- Qual è la musica cattiva, dunque?

Quella basata sul capitalismo. Non fraintendermi: la musica cattiva può venire anche dall’India… dappertutto. È senza cuore, un semplice prodotto. Per me la musica è un processo. Del rimanente (musica fatta per soldi, ecc…) non mi curo affatto.

- Cosa pensi di quelli la cui vita è cambiata dalla lettura di un libro? Ti è mai capitato?

Mai. Leggere è uno dei modi più divertenti per trascorrere il tempo. Ma a cambiarmi sono state le esperienze derivate dal mio tanto viaggiare e le persone che ho incontrato lungo quei viaggi.

- Cosa ti rende veramente furioso?

La politica imperialista della Gran Bretagna e quella fazione filo-fascista che avete in Italia. Le posizioni di entrambi questi paesi s’equivalgono. Una persona che detiene un certo controllo sui mass media non dovrebbe diventare Presidente del Consiglio. Ma una soluzione giungerà… è il mio augurio per voi. Tornerò in Italia quando la scena politica sarà cambiata. Il vostro paese è meraviglioso: grande cultura, grande storia, cucina deliziosa; avete così tanti elementi affascinanti. Ma questa feccia di politicanti mi fanno una bruttissima impressione. Dovrebbero essere destituiti. Siamo nel ventunesimo secolo ragazzi! Non abbiamo bisogno di uno stile governativo tipo Impero Romano… La Gran Bretagna è uno schifo! Hanno un buffone come Primo Ministro! Non necessito di nessuno sopra di me, tranne Dio. Non mi piace considerare nessuno inferiore a me. Sotto la volta dei cieli tutti dovremmo essere uguali. Vale anche per le religioni: nessuna di esse è veramente messaggera di Dio: ricavano denaro dal suo nome e dove persiste il materialismo, lì Dio non c’è.

- La tua maggiore certezza?

Dio, innanzitutto. E mia madre, che m’ha dato la vita.

- Hai qualche particolare modello comportamentale?

Mi ritengo un anarchico non-violento. Certo, è impossibile tenere unito uno Stato sotto il vessillo dell’anarchia. Il fatto è che il mio corpo è il mio unico Stato. Non appartengo a nessun luogo e al contempo sono di casa dappertutto. Odio ogni forma di violenza: essa genera l’energia negativa che ha fatto ammalare il nostro mondo. Non sono un egoista: vorrei semplicemente vedere tutti con un bel sorriso stampato sulla bocca e senza la repressione spesso esercitata dall’autorità.

- Come ti relazioni col concetto di morte?

Niente più spirito, niente più corpo: ecco cos’è. Assenza. L’unico processo che ci rende tutti uguali; per me è una celebrazione. Tutti su questo pianeta nasciamo, così come moriamo: nudi. Se nasci povero la tua sarà una vita dal futuro incerto; se nasci ricco ti spetta un futuro di lusso. La morte non aggiunge niente a nessuno. Perciò è giusto che esista una situazione di questo genere che alla fine ci rende veramente tutti uguali.

- Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Proseguendo con le mie tournée sonore vedo tante facce nuove, mi esibisco con sconosciuti che poi diventano amici. Ci sono così tante atmosfere positive ed appaganti quando suoniamo! Nel momento in cui creiamo una dimensione spazio-temporale attraverso la musica, è come se dessimo vita ad un paese nuovo di zecca, fondato sulla libertà e la pace.

  • Dove siete stati l’estate scorsa?
  • Un oceano di due mezzelune
  • La città nascosta
  • Il territorio proibito

Damo Suzuki Metak Network & Zu & X. Iriondo – Phonometak Series #4 (Wallace, maggio 2008)

di Stefano Pifferi

In questo quarto volume della collana Phonometak non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio split album come in passato, bensì al delirio di un uomo che ha fatto la storia. Quell’uomo risponde al nome di Damo Suzuki e credo non abbia bisogno né di presentazioni né di introduzioni. Nel 10” in questione divide il palco in due estratti live dapprima col Metak Network, poi nel lato B con gli Zu e l’onnipresente Iriondo.

Nella versione made in SoundMetak del famigerato Network che accompagna ormai da tempo il vocalist nipponico sono della partita, oltre a Iriondo anche Mattia Coletti, Paolo Cantù e Alberto Morelli. Come dire, una grossa fetta dell’avant-rock italiano che accompagna con sfuriate e tempeste di chitarra o con elucubrazioni di oggetti + clarinetto + strumenti autocostruiti i vocalizzi luciferini di Suzuki. Che dal canto suo delira, strilla, pontifica come un santone in un deliquio ascetico rigorosamente in modalità improvvisativa.

Lo stesso dicasi per l’altro lato del vinile, in cui le atmosfere si fanno insolitamente più rilassate, ipnotiche verrebbe da dire se non ci fossero di mezzo i tre di Ostia, capaci di tenere sempre alta la tensione. Qui Suzuki sembra tranquillizzarsi apparendo come un Tom Waits altrettanto rauco, ma molto più perso nel suo viaggio mistico/visionario, fino a quando prendono il sopravvento gli strumenti del trio+1, e allora è un paranoico finale quasi sludge tra percussioni free e barriti di chitarra e sax.

La produzione un po’ troppo compressa penalizza la resa, ma trattandosi di esibizioni live rende perfettamente l’idea della magmatica resa degli ensemble e di quell’istrione che calca i palchi da svariate decadi. (6.6/10)