Un eroe-antieroe Anton Newcombe,uno con pochi rivali in una fusione totale con la materia psych-rock, una vita a dir poco sacrificata interamente al mestiere e al mito della rockstar.
“I’m here to destroy this f---ed up system!” (Anton Newcombe, 1995)
“We were against the grain from square one. I wanted to show how scummy and fake the music biz is” (Anton Newcombe, 2005)
Questo mese Goodfellas ha distribuito in Italia due ristampe di un gruppo con un nome che pare un act grindcore californiano, i Brian Jonestwon Massacre. È la band di uno personaggio che all’anagrafe fa Anton Newcombe e se non vi dice nulla questo nome è sicuramente perché siete a digiuno di Dig! E se non sapete nemmeno di Dig, beh allora si rende necessaria una piccola e importante premessa perché qui si tratta di un lungometraggio rock che ti lascia un segno dentro, perché più inside di così la storia non poteva essere raccontata. Dig! è un realty di 17000 ore condensato in un’ora e quaranta minuti che racconta, per bocca di Courtney Taylor-Taylor, ben sette anni di vicende legate a due realtà rockiste dentro e fuori il music biz. Una è sicuramente nota, e parliamo dei Dandy Warhols (di cui Courtney è leader) l’altra già la sapete ma probabilmente la conoscete soltanto di nome. Dandys e Brian Jonestown erano i capofila di un movimento stanziato a San Francisco che a inizio Novanta voleva rivoluzionare il mondo facendo saltare il sistema fondamenta.

Ok è la solita storia ma con uno come Anton, sporco, bello e drogato (quando appunto i Taylor e soci erano i buoni, pop e soprattutto su major) le cose sono più serie di quanto si creda e parliamo di musica, di un personaggio che ha fatto una dozzina di dischi in dieci anni e nessuno scartabile. Un eroe/antieroe. Sicuramente l’antiore della vicenda Dig! proprio come è antieroico il nome che l’uomo ha scelto per la band: Brian Jones è il martire degli Stones, la prima mente creativa del combo, quello che venne esiliato e poi finì in piscina riverso. Jones poi, come cognome di Jim, è l’inquietante personaggio del massacro di Jonestown, il predicatore degli anni ’70. Già. I Settanta. Quando il sogno finì, anche grazie a uno come Charles Manson, un altro amato murderer santone fautore di quel qualcosa che è andato storto e che bisogna portare assolutamente indietro. Qui sta il trip: tornare alla genuina psichedelia e alle noccioline come pane quotidiano perché… beh perché avevano ragione gli Spacemen 3, “Avevano capito dove bisognava tornare” dichiara Anton nel 1995 recandosi alla Bomb Records. Da qui s’inizia e al file Newcombe manca tanto. Tutto.
Partiamo dalla fine, dallo sdegno in seguito alla pubblicazione del film della Timoner (Dig!) che nel 2005 si becca pure il Grand Jury Prize al Sundance Film Festival. Segue un amato/odiato successo trainato proprio dal documentario. Un tour sold out. Iggy Pop sua santità che s’esalta con un eloquente “That's a fucking great band!”. Anton rimane sul pezzo, allucinato, tiranno e geniale. Al Primavera Sound, nel 2006, fa uno show con i controcazzi e oramai lo sanno tutti che è un grande, l’ha detto la tv e pure l’ex amico Courtney ma quel che ci preme (che lo spazio è poco), è che tutto il lavoro svolto dagli esordi ad ora, tutto il bello della storia che la Timoner perlopiù spettacolarizza, è frutto di un estenuante lavoro sul campo. Una dedizione e un gusto che fanno del novello Jones uno con pochi rivali in una fusione totale con la materia psych-rock, una vita a dir poco sacrificata interamente al mestiere e al mito della rockstar.
La generosità di tutto questo la si vede fin da Methodrome, il primo album di una band dal nome lungo (da dove credete che venga il nome Black Rebel Motorcycle Club?) che in opposizione ai nomi corti tipo Ride e Lush cavalca l’onda dispiegata dello shoegaze e del feeback pop iniziata - appunto - con gli Spacemen e con i Jesus And Mary Chain (oltre naturalmente ai mitologici My Bloody Valentine e Loop.). Giusto sotto la scorza, il testamento del rock sotto forma di dischi degli Stones, quelli di Brian, la cui testa è appiccicata a mo di eroe dei fumetti sul logo della band (una scritta rotonda tutt’attorno e uno sfondo nero). Quel caschetto biondo che fu man mano escluso dalla coppia Jagger-Richards fino allo sfacelo nervoso e che ora può godersi una imperiosa rivincita per interposta persona. Anton è la classica rockstar figlia di puttana: fintamente comunitario non accetta consigli né intromissioni, in più adora i cliché del rock, i junkies e le bizzarrie. Fin da subito, per dire, si prende uno come Joel Gion, una specie di emulo di Bez degli Happy Mondays, uno che suona le maracas e sostanzialmente non fa nulla. Niente di meglio per alzare la tensione di gruppo, in dieci anni, si alterneranno sessanta persone nei BJM. Alcuni ritorneranno (per convenienza) altri no come caschetto-Lennon Matt Hollywood (chitarra, qualche canzone, voce) che in cinque anni ha sofferto come un cane all’ombra di Anton, neanche Peter Hayes che forma i Black Rebel Motorcycle Club e Rob Campanella fondatore dei Warlocks. Tutta gente che deve molto ai BJM (e si sente), ragazzi che hanno assorbito dal suo carisma ma che soprattutto ne ha subito gli scleri e le botte. La Timoner, figuriamoci, ne ha almeno un poker di pestaggi serissimi: il più mitico è senz’altro quello durante un live che avrebbe sicuro al 100% fatto di lui un artista sotto contratto. Presenti i talent scout che avevano portato i Dandy’s alla Capitol. Naturalmente succede un gran casino: Anton attacca briga con tutta la band colpevole di non suonare come dovrebbe e la domanda sorge spontanea: stress da prova d’esame o sabotaggio? È l’ambivalenza ordigno alla base del cranio di Mr Brian Jonestown, lui che alle interviste è quasi un fanatico monotematico (“la rivoluzione, la musica e la rivoluzione bla bla bla”).

E tutto ciò, dicevamo inizia con Methodrome (Bomp, 1995, 7.5/10) pubblicato per la sanfranciscoana Bomb!, in una città che li odierà piuttosto in fretta per il loro approccio shoegaze sporco e cazzone. Settanta minuti di viaggio confuso, acido e narcotico. Droni a palla, subconscio garantito. Un esordio che qualsiasi fan del genere dovrebbe avere che ha il solo demerito di non averlo inventato. La missione dei BJM – e il concetto è ciclico – sarà, d’ora in poi, quella di riportare le cose sulla retta via, fuori dal business, sulla via di Damasco dei Velvet e degli Stones. La wilde side per eccellenza, quella che corre veloce e Anton a inseguirla.
Registrato l’esordio, quel bastardo ne ha già tre in uscita. Una fame che manco tutta l’Africa. Dieci mesi tre dischi. Il primo è un vero trip, il seguito del famigerato album degli Stones Their Satanic Majestic Request a cui fa risposta un Second Request (Bomp, 1996, 7.5/10) che prendendo spunto dagli stessi calchi psichedelici e orientali, trasforma il methodrone in un affare folk-psych per indiani erranti con iniezioni massicce di sitar e dozzine di strumenti non rockisti quali mellotron, farfisa, didgeridoo, tabla, conga, glockenspiel. Newcombe suona di tutto e fa tutto rigorosamente in proprio (e arriva persino a parlare con l’accento inglese!), Hollywood prova a interferire ma non serve a nulla. Il leader ha il controllo maximo, niente lo separa dalla missione per conto di Jones che ripete a memoria la storia a una velocità che è paragonabile soltanto allo speed. L’album successivo Thank God for Mental Illness (Bomp, 1996, 6.8/10) viene registrato e prodotto in un giorno al costo di 17 dollari. Si tratta di una manciata di sporchi country-blues primi Settanta, veri e sinceri, poi neanche un respiro e arriva Take It from the Man! (Bomp, 1996, 7.3/10) che a buon titolo è il vero standard beat-psych firmato BJM. Il disco sigla una piena padronanza dell’idioma stones periodo Between The Buttons e del garage nuggets dello stesso periodo con brani come Vacuum Boots e un primo anthem intitolato Who? Arrivati sin qui l’unico serio a fargli concorrenza è Nikki Sudden (un altro che gioca con il fuoco sacro del rock), tuttavia l’anno successivo è di rewind e di nuovi equilibri: il drone-sound incontra la ricerca vintage con Give It Back (Bomp, 1997, 7.5/10) un gettone di lusso, noccioline e oriente, Beatles e blues. L’album è come il whiskey, corrode.

Nello stesso anno le vicende prendono una brutta piega. Anton, troppo anti-sistema per avere a che fare con il business, manda Gion – il deficiente delle maracas - a firmare per la TVT Records, ovvero la major league delle indie label americane. Esce Strung Out in Heaven (TVT, 1998, 7.0/10) dopodiché, durante il successivo tour (questa volta nazionale) Matt Hollywood, Dean Taylor, lo stesso uomo maracas se ne vanno sbattendo la porta. Per l’uomo l’eroina diventa una affare pericoloso ma Strung è un album tutt’altro che Exile (giusto per paragonarlo all’album più freak degli Stones), anzi tradisce gli Stones per le chitarre zuccherine dei Byrds, mette in campo l’hammond e una scrittura più matura e sentita. Eppure la parabola umana discendente inesorabile a fine anno dopo aver appena dichiarato un’inaspettata paternità (un figlio avuto dall’attrice, Tricia Vessey quella di Ghost Dog), durante un concerto colpisce con un calcio in testa un ragazzo del pubblico (gli aveva tirato degli ortaggi, bah). Finirà in galera. Ancora.

Questa volta però la corsa rallenta, salvo un mini di country blues di buona Bring It All Back Home Again (Bomp, 1999, 6.5/10), ci vorranno due anni a ripulirlo ma ne varrà la pena: Bravery Repetition and Noise (Bomp, 2001, 7.0/10) sembra una missiva rivolta agli Oasis (Just For Today) come dire, “voi dovreste ascoltarvi Lanegan brutte fighette”. Tanti organi e organetti nel disco, anche archi, soprattutto un buon pop dell’Anton che è diventato cantautore (Stolen) ma che non dimentica il deserto (Open Heart Surgery). Una via battuta due anni più tardi con l’aiuto di Ed Harcourt e Kurt Heasley nel magistrale And This Is Our Music (Tee Pee, 2003, 7.5/10) l’album della piena maturità (When Jockers Attack), nonché l’ultimo a firma BJM se si esclude il mini sulla scia We Are The Radio (Tee Pee, 2005, 6.5/10). Tanto ci sarebbe da dire ancora ma preferiamo concludere con una delle tante missive firmate Anton: “prendi i miei dischi, li riascolti ora e suonano ancora freschi, originali, non c’è tutta quella merda pop che li ha invecchiati subito. The business sucks”. Lo ripete dal ’95 e su questo, non ci piove, aveva ragione.

Ci stavamo quasi preoccupando per la salute (e soprattutto per la chioma) del buon Anton: discograficamente stitico da almeno otto anni, ci aveva lasciato con un album datato 2003 bello come il sole. Si chiamava orgoglioso Questa è la nostra musica, ed era completo come solo i progetti maturi e definitivi possono essere, un classico scherzo del destino, soprattutto per l’Anton r’n’r. La stellina appuntata al petto, meglio, la medaglia al merito conseguita dopo anni di droghe e botte da orbi in quella che – grazie a Dig, il famigerato documentario - assumeva la classica parabola pop americana dove a una caduta corrisponde il sempre necessario riscatto. Titoli di coda (l’eppì We Are The Radio del 2005) e fine.
Ma conclusi i Promessi Sposi che si fa? Newcombe rimette il vinile sul piatto e torna daccapo. All’inizio della storia. Niente vecchiaia country rock per lui ma tanta droga e un altro – irrinunciabile - giro in giostra. E allora vai, ti seguiamo, tra citazionismo e fede, fede che per l’uomo è pagana adorazione, anzi, un uragano che lo rifionda (e ci rifionda) nella confusione di un primo grande amore.
È testardo Anton. E fa qualcosa di speciale con My Bloody Underground, uno zibaldone di shoegaze eroinomane e loop à la Valentine, feedback rock e raga, persino un solo al pianoforte tragicomico intitolato We Are The Niggers Of TheWorld. E c’è tanta, tanta generosità. Toh pure le menti dei Ride Andy Bell e Mark Gardenerad accompagnarlo per quello che non vuole essere altro che un manifesto orgoglioso. L’ennesimo dito medio rivolto al famigerato sistema a cui l’uomo oppugna una casa discografica (figuriamoci… la A come Anarchia, Records) e un rinnovato sogno, forse neppure troppo feticista, ma senz’altro puro come sporche sono le note di quest’album.
Non fermatevi alle lungaggini alla produzione vacillante (quando e se si può chiamare tale), quel che conta è lo spirito. E non la tracklist. Roba sconvolta come Golden-Frost (vocalismi Morrison/Warsaw e arrangiamenti My Bloody Valentine), incursioni nel pallone psych neozelandese via Kranky (Auto-Matic-Faggot For The People) e omaggi al Mr.Jones indiano che non possono mancare (Who's Fucking Pissed In My Well). Il tutto disordinatamente massacre e ci siamo capiti, se i My Bloody Valentine sono ai blocchi di partenza di un’imminente tournée, Anton è già pronto a sfidarli, from the underground ovviamente.
C’è della bellezza in tutto ciò. (7.0/10)