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Boredoms

di Daniele Follero e Gaspare Caliri

Boredoms

 

  • Seadrum
  • House Of The Sun

Seadrum/House Of The Sun (Warner Japan, 2004)

di Daniele Follero

Nella loro più che decennale carriera, i Boredoms sono diventati un’icona non solo della musica sperimentale giapponese, ma mondiale. Nata dal cosiddetto japa-noise e con un’attitudine decisamente punk, la creatura di Yamatsuka Eye ha oltrepassato nel tempo varie fasi, dal (r)umorismo distruttivista degli esordi a una dimensione che concedesse largo spazio all’improvvisazione; tutto ciò senza mai perdere la voglia di sperimentare, in particolare con la voce.

Nonostante un solo album, Vision Creation Newsun del 2000, abbia avuto una distribuzione americana e dunque una maggiore accessibilità in occidente, i Boredoms hanno raggiunto grandi consensi da noi, anche grazie ai progetti solisti di Yoshimi P-We (OOIOO) , Seiichi Yamamoto e dello stesso Eye, già famoso per la sua collaborazione nel progetto Naked City di John Zorn nei già lontani anni 90. Alla fine del già archiviato 2004, Seadrum/House Of the Sun arriva come un bel dono (pre) natalizio e subito si infila di prepotenza tra le cose migliori uscite quell’anno. Due sole tracce, due metodi compositivi completamente diversi. Seadrum è un pezzo in continua evoluzione, che si sviluppa attraverso un incrocio progressivo di strumenti che, sotto la spinta di un crescendo ipnotico di percussioni, si trasforma in immagini di grande forza visionaria. Il pianoforte fa da sfondo e si stende come un velo a coprire il tessuto sonoro costituito dalla voce e dalle percussioni. Il paragone con il mondo intergalattico dell’Arkestra di Sun Ra sembra appropriato e rende l’idea anche dal punto di vista musicale: sonorità più vicine al jazz che al punk e una percussività molto africana nelle sue sovrapposizioni ritmiche; un suono che Eye ama definire soul e che, personalmente, mi richiama l’immagine di Chris Cutler che suona la batteria negli Osybisa.
House of the sun è un pezzo diversissimo dal precedente, statico e minimalista, con un tappeto di sitar su cui vengono disegnati fraseggi di chitarra elettrica quasi floydiani. Terry Riley, la pattern music delle micro trasformazioni, i raga indiani e il rock si mescolano in una sorta di fermo immagine in cui si muovono solo alcune parti, mentre il resto rimane un esile sfondo. L’idea, seppure interessante, non arriva tuttavia a esprimersi con quell’intensità emotiva che caratterizza Seadrum e probabilmente non giustifica pienamente i 23 minuti di lunghezza.

Se presi singolarmente, i due episodi di Seadrum/House Of The Sun mettono in evidenza il loro divario estetico: è proprio nella loro contrapposizione che il mare e il sole trovano il loro senso e si completano, in un piacevole gioco visionario con intenzioni quasi pittoriche. L’inesorabile staticità del sole e il continuo fluire del mare vengono disegnati con i colori del movimento e si ritrovano nelle loro differenze quasi in un gioco di specchi. Considerati i passati trascorsi, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più estremo dal vecchio Eye, ma fa solo piacere avere la conferma che dietro quella violenza sonica non c’è il vuoto ma idee e progetti più ampi ed eterogenei. (7.5/10)

  • POP KISS
  • Budôkan Tape Try (500 Tapes High)
  • Finger Action No’5
  • CHOCOLATE OUT
  • Pitch At Bunch On Itch
  • Machine 3
  • Monster Rex & Sound ‘A’ Roundus
  • NUTS ROOM
  • EAR? WIG? WEB?
  • 96 Teenage Bondage
  • senza titolo
  • Super Frake 009
  • senza titoloUSED CD

Super Roots 1-3-5 (Warner Japan, ’93-’95 - Cargo / Goodfellas, 2007)

di Gaspare Caliri

Per la gioia occidentale dei premurosi “japa-noisers”, l’inglese Cargo Records ristampa le prime tre uscite (volumi 1, 3 e 5) del ciclo Super Roots dei Boredoms, a distanza di più di due lustri dalla originaria pubblicazione su Warner Japan. Pure se a quanto pare seguirà presto la ristampa della restante parte del malloppo (i volumi 2, 6 e 7, che arrivavano al 1999), noi non vogliamo perdere l’occasione di spendere qualche parola sin da adesso. Già allora il gruppo di Osaka (formato dal cantante Yamatsuka Eye, il chitarrista Seiichi Yamamoto e la batterista Yoshimi P-We) aveva una decina d’anni di carriera alle spalle, e ben due fasi avvalorate - quella pseudo-punk iniziale, quella più dadaista verso i metà Novanta. Queste tre uscite, forse a causa della loro natura di improvvisazione live in presa diretta, furono relegate al ruolo di semplice divertissement, con l’unica responsabilità logistica di fungere da ponte, da viatico verso la definitiva svolta, più misticheggiante, che culminerà nel capolavoro Vision Creation Newsom (2000). I Super Roots venivano dopo la follia di Chocolate Synthetizers, e fecero emergere i Boredoms con il lavoro che forse più è loro riuscito. Ecco che allora in questi album, riscoperti dal pubblico d’Occidente, potremmo ritrovare la chiave del passaggio.

Super Roots 1 (o semplicemente Super Roots) inaugurò la serie nel 1993, non facendo altro che proseguire il lavoro di Chocolate Synthetizers, tra trovate “assurdiste”, urla, nonsense e repentine esplosioni di senso corporale. Si inizia con dei baci (POP KISS); si finisce con una gara di rutti e urina (USED CD). La peculiarità, in confronto alle occasioni precedenti, è però la strettissima relazione di ritmo, timbri e versi vocali che un brano come Budôkan Tape Try (500 Tapes High) riesce a intrattenere con le tracce di Meet The Residents (e di una sua versione hard-core in Machine 3), a ribadirne la parentela – e la paternità – con qualsivoglia soluzione musicale delle idee  patafisiche. (6.0/10)

  • Hard Trance Away (Karaoke Of Cosmos)

Solo un anno dopo era occorsa una piccola svolta. Se il mondo è patafisico, l’ultramondo è un caos solenne e sublime. In Super Roots 3(del 1994) i Boredoms tentarono un primo decollo rumorista, una cavalcata cosmic-core, o hard-trance, se si preferisce, come recita il titolo dell’unica traccia contenuta (Hard Trance Away (Karaoke Of Cosmos)). Il brano era composto di pochi elementi, ma non di certo lo si poteva dire minimalista; il suo sviluppo constava di una ripetizione anfetaminica dello stesso riff (e di qualche sua variante) sopra una struttura ritmica hard-core inossidabile e immutabile per più di mezz’ora; pennate simili a quelle dei Bad Brains (amati da Eye), o dei Dead Kennedys, propri di una canzone punk, tutt’al più proto-heavy-metal; elementi di nessuna peculiarità armonica, ma capaci, così dilatati nel tour de force, di provocare una vera e propria trance e di rendere imprevedibili i pur minimi cambi della bi-corde. Sfolgorante la prova fisica della batterista Yoshimi (prima di buttare energie anche nel progetto OOIOO), che ci fa venire in mente il precedente illustre di Maureen Tucker in Sister Ray - non troppo lontana da queste vestimenta hard-core di una dilatazione; e il pensiero corre anche a stazionarsi a metà tra la stoica, trascinata e irregolare Reoccurring Dreams di Zen Arcade e This Dust Makes That Mud, l’esercizio minimale del primo disco dei Liars. (6.9/10)

  • Go!!!!!

E fu così che, una volta decollati nello spazio, nei sogni (e negli incubi) dei Boredoms comparve Sun Ra. Super Roots 5 (1995) – anch’esso composto di una sola traccia (questa volta di un’ora e passa), Go!!!!! – approdò al suo mistico pan-spazialismo, precedendo il soul psichedelico più tardi ricercato da Eye e soci (o forse dal solo Eye) con un rumorismo ancestrale non lontano dal “giardino” tedesco dei Popol Vuh. Dopo la quiete iniziale, Go!!!!! esplode in fragore cosmico, poi modulato lentamente, in seguito riesplode, secondo lo sprone di Eye che dà il titolo al brano, come se il gruppo avesse seguito la teoria dell’origine “a bolle” dell’universo, fatta di tanti big bang successivi; una cacofonia mistica, che una volta per tutte chiude le porte al punk, dopo il conguaglio del volume 3, per aprirle agli Hawkwind – perdendo, insieme alla spregiudicatezza del punk, l’ironia krauta dei Faust e dei Residents, guadagnando la “radiazione di fondo” data dal suono delle stelle, dallo stridore del loro passaggio nell’atmosfera, dall’eco dei big bang (7.0/10).

Ci accorgiamo, col senno di oggi, che le decisioni prese nei Super Roots risultarono poi irreversibili. Forse allora non si trattava di improvvisazioni di poco conto.

Live: Boredoms – Interzona, Verona (5 maggio 2007)

di Alarico Mantovani

Al centro dell’ampio salone della nuova sede di Interzona vi sono tre batterie più la postazione di Yamatsuka Eye: il tutto disposto in circolo, con i Nostri l’uno di fronte all’altro. Abolito il palco, gli astanti possono cingere liberamente da ogni lato i propri beniamini. Da quanto riferiscono i resoconti, la band porta grosso modo in tour lo show che la vide, fra l'altro, tra i protagonisti del Primavera Sound la scorsa estate. Nell’arco di un’ora e mezza di concerto i Boredoms - più di vent’anni di scorribande alle spalle e status oramai semileggendario - si lanciano in una serie di serrate suite percussive cui gli interventi mezzo voce, synth, sampler del leader carismatico donano un sapore sostanzialmente psichedelico e kraut: l’effetto complessivo è una sorta di tribalismo trance che pare sperimentare sulle “super roots” della tradizione ritmica nipponica, ricollocandole in un contesto alieno dall’afflato “cosmico”.

Una sorta di rituale collettivo catartico che manda in estasi soprattutto le giovani leve, alcune delle quali, in mezzo al fragore, azzardano guardacaso movenze da rave persino prima che Yamatsuka Eye, nel ruolo di sciamano, dia effettivamente il la ad un intermezzo techno. Si ha la certezza di prendere parte ad un live act tanto spettacolare quanto non convenzionale. In mezzo allo stordimento generale fisso lo sguardo sui volti trasognati e assorti, sui visi imberbi di ragazzini sorridenti che rimbalzano su e giù senza sosta, increduli. Una volta a casa, prima di accingermi a scrivere il pezzo, do una rispolverata ai dischi dei Can: cerco appigli. In fondo, nonostante tutto, non avevo mai sentito nulla di simile in vita mia.

  • LIVWE!

Boredoms – Super Roots 9 (Thrill Jockey, aprile 2008)

di Gaspare Caliri

Ciò di cui verosimilmente nessuno si lamenta dei Boredoms sono le loro apparizioni dal vivo. Saranno le idee estreme, forse - come nel live Boadrum77 dell’anno scorso; o, più probabile, è l’imprendibile dedizione con cui Eye e compari veicolano il rumore sulla misticità (e viceversa), rendono abbacinante il fastidio, comunicano la profondità del loro universo assordando il fruitore soddisfatto.

Insomma, se anche qualcuno ormai non crede più nel valore di novità delle nuove uscite dei Boredoms, nessuno si farebbe scappare un loro concerto. Ciononostante il trio japanoise non si era ancora approfittato della nomea, pubblicando prima d’ora solo un live. All’inizio del 2007 a fare il paio ha visto la luce negli scaffali del solo Giappone (a opera della Commons) un concerto di Natale (del 2004), con un’unica traccia di 40 minuti - LIVWE! – che i Boredoms hanno deciso di associare alla serie Super Roots, precisamente al nono capitolo – dopo l’ottavo del ’99. E, fine della ministoria, la diffusione mondiale arriva oggi grazie alla Thrill Jockey – fra l’altro con un libretto dove appaiono delle splendide notazioni musicali con l’occhio del sole a sostituire le note.

Facendo due più due, si può ipotizzare che questa uscita avrà tanto della autofilologia delle “super radici” quanto la veemenza stellare del concerto, ed è facile immaginare un’opinione positiva; non la smentiamo, ma quanto meno la specifichiamo, ridimensionandola. LIVWE! è infatti una cavalcata percussiva reiterata che scaturisce da un iniziale coro di venti persone – che in quell’occasione accompagnava il gruppo; cosa che forse più incuriosisce della registrazione, anche perché successivamente quelle voci umane fungono quasi da armonium che crea una serie fissa di accordi su cui lasciar sbizzarrire la batteria.

E proprio qui sta la questione; in definitiva, il tutto piace ma non decolla, e rimane la certezza che essere presenti in quella fine 2004 sarebbe stato diverso, di fatto corroborando l’opinione da cui siamo partiti. Non essendolo stati, riascolteremo forse poche volte questo Super Roots 9. (6.0/10)