
L’anti power trio per eccellenza. Ecco ciò che rappresentarono
Damon Krukowski, Dean Wareham e Naomi Yang, ovverosia i Galaxie 500, nella
scena musicale bostoniana al volgere di quegli otto lunghi anni consecutivi
(’80-’88) di presidenza raeganiana che ridussero gli States al
disastro tutt’oggi sotto gli occhi.
Boston , Massachussetts, fu all’epoca
epicentro e punta di diamante d’una scena regionale variegata nella
proposta ma basilarmente costituita da gruppi “pop” (molto trascendenti,
sognanti, languidi e al contempo corrosivi). Ne facevano parte artisti
che ai giorni nostri incutono riverenza, essendo divenuti piccoli classici
nonché modelli
per l’allora entrante “slake generation”: Sebadoh,
Dinosaur Jr, Throwing Muses, Pixies, Dambuilders certamente
i più mediaticamente
esposti e coccolati dalla stampa musicale coeva.
I Galaxie 500 iniziarono, invece, alquanto in sordina. Tutto principiò nel lontano 1981 quando a New York – dove tre spiantati giovincelli vivevano, studiando all’High School (ad onor del vero, Wareham non era propriamente oriundo essendosi trasferito dalla lontana Nuova Zelanda) – l’attività del celebre CBGB’S si ridimensionava, mentre il Max’s Kansas City chiudeva definitivamente i battenti e i nuovi cantori della nevrosi urbana erano i “frenetici” Feelies e non più i vari Television, Patti Smith Group, Heartbreakers o Voidoids.
Nasce embrionalmente il progetto d’un gruppo, senza nome o precisa collocazione stilistica. Il repertorio, nelle prime risicate prove serali, è di sole covers, persino pezzi punk (stupisce, collo sguardo di poi, tanto “estremismo” in personaggi dai gusti musicali oggi piuttosto schivi). Si comincia, però, a far sul serio solo colla maggior età. Nell’anno scolastico 1981-’82 Damon, Naomi e Dean ottengono l’agognato diploma e vengono accettati in blocco all’Harvar College di Cambridge (sempre in Massachussetts). Tanto studio e tanta musica, per loro, in quegli anni beati. Una comune smisurata passione per Modern Lovers e Velvet Underground rinsalda l’amicizia (piuttosto fragile, in verit à).
Nell’estate dell’87 la svolta: registrati alcuni demo a NY, incontrano “fatalmente” un ancor giovane Mark Kramer. Neo fondatore dell’ammirata etichetta avant-rock Shimmy Disc nonché (con Ann Magnuson) leader dei “dada-psichedelici” Bongwater, Kramer, allora trentenne, vantava già un curriculum vitae lungo un chilometro: era stato (fra il ’79 e l’80) coi Gong in vena d’escapismo extracontinentale (dalla natia Inghilterra, poi a Parigi lo sventato Daevid Allen giungeva infine nella Grande Mela), dopo (per un breve tratto) al basso nei folli texani Butthole Surfers e ancora di complemento negli Shockabilly (con lo svitato Eugene Chadbourne alla chitarra) come negli intellettuali acid rockers B.A.L.L. (al fianco di Don Fleming, stavolta). Mark è felicemente colpito dalla posata mistura di folk rock e progressioni ritmiche “velvettiane” (altezza terzo album) del terzetto. Produce quindi il 7” d’esordio, quella Tugboat poi anche inclusa nel loro primo vinile a 33 giri.
Il brano è contemporaneamente in sintonia ed in anticipo sui tempi: 3 parti di jingle jungle dimesso, apatico ed una di florilegi vocali spiraliformi (ma con nerbo) son la ricetta dell’elegante beveraggio; implicitamente, lo specchio di tutto il rock “narcotico” di lì a seguire (Codeine, Mazzy Star e chissà quanti altri possono ritenere, non a torto, i bostoniani quali padri putativi). E siccome messo avanti il piede non resta che fare il passo, si giunse così all’atteso debutto (“Today”, pubblicato per la label locale Aurora nel 1988).
Nonostante i 15 anni trascorsi non una stilla della sua fresca essenza è andata evaporata. Stupisce ancora (eccome!) l’operazione di maquillage perfetto subita da Don’t let our Youth go to waste (brano minore nel repertorio di Johnatan Richman) trasformata in un dolce-amaro deliquio strumentale a ½ fra i Velvet Underground maggiormente rilassati e le catatonie abulimiche degli Human Switchboard di Refrigeretor Door. Notevoli ancora Flowers (i versi: “I can never call you down, i can never turn you around, i can never bring you flowers, i can leave when you’re sleeping, i can live inside your dreams” segnano una nuova maniera, che procede per accumulazioni, d'analizzare “quantitativamente” i sintomi d’alienazione personale ed urbana), Oblivious (la bella armonica a sottolineare le delicatezze “folky” della canzone), “Instrumental” (affine nelle serrate chiusure strumentali ai succitati Feelies), Parking Lot (un che di primaverile nei suoi polmoni) e, soprattutto, i 5 intensissimi minuti della corale e lievemente dissonante psichedelia di Temperature’s Rising (stessa intensità emotiva della “New Age” – bootlegata in alcuni live postumi – di velvettiana memoria).
Tutti i pezzi che ascolterete in tal formidabile lavoro tendono a “sprecare” in melodie apparentemente scipite un potenziale narrativo liricamente elevatissimo. Raga rock, tintinnii cosmici, rumori e brusii di sottofondo ne amplificano, risucchiandone l’emotività riposta, la troppa introspettività (tanto delle musiche quanto delle liriche). Pochi allora, e ancor meno oggi, seppero lavorare sul corpo inerte della psichedelia sixties scarnificandola, come loro fecero, per ricavarne l’essenza d’un suono eternamente attuale.