
Tutto inizia con un imponente crescendo di feedback mescolato a rigurgiti confusi di sintetizzatore.
Al pari di un rullo compressore senza controllo il suono avanza, frigge, fuma, esplode, frantuma i timpani del malcapitato ascoltatore, sommerge brandelli di Satisfaction e briciole di All You Need Is Love, quasi fossero naufraghi in procinto di annegare tra flutti sonici.
Col suo rombo terrificante questa creatura informe ricopre d’oscurità le dichiarazioni d’amore del quartetto di Liverpool, fa apparire l’irriverenza jaggeriana il pianto di un lattante, satura e occlude ogni possibile via di fuga auto-celebrandosi quale unica fonte di rumore bianco. Quasi a dire la melodia del passato è lontana, il pop è solo un’opinione, la love generation è morta e sono stato proprio io ad ucciderla.
Faust è l’appellativo a cui si affidano Uwe Nettelbeck, Hans Joachim Irmler, Zappi Diermaier, Arnulf Meifert, Jean Hervè-Peròn, Gunther Wüstoff e Rudolf Sossna per dare un’identità al suono in questione, nome che richiama miti sinistri e fantasmi dall’aldilà, ma che in realtà – come il buon Julian Cope fa notare nel suo Krautrocksampler - in tedesco significa “pugno”. Una scelta linguistica poco accondiscendente esaltata in primis dall’eloquente copertina del disco d'esordio - in cui è ritratta la radiografia di una mano serrata - ma anche da un sentire che non ha rivali quando si tratta di massacrare con irrispettosa violenza dieci anni di canonica supremazia anglosassone in ambito rock.
Il contesto in cui operano i Faust è la Germania di inizio anni Settanta, una diga in procinto di sfaldarsi sotto il peso delle tensioni sociali post-belliche e di input culturali importati ai tempi del conflitto. Negli ambienti musicali alternativi prende piede una mescolanza creativa di razionalismo tedesco e rock’n’roll, psichedelia hippie e avanguardia, preparazione classica e intellettualismi filosofico-esistenziali che in breve dà il via a schiere di terroristi sonori e viaggiatori cosmici pronti a sperimentare ogni sorta di diavoleria elettronica. I protagonisti del periodo hanno il nome di Amon Düül, Ash-ra Tempel, Can, Kraftwerk, Cluster, Neu!, Popol Vuh e naturalmente Faust, portabandiera di un linguaggio inedito quanto rivoluzionario che si dimostrerà non solo un atto di coraggio espressivo lodevole ma anche una formula musicale capace di conquistare “l’ultranazionalista” mercato inglese.
Descrivendo nei particolari questo Faust, con Why Don’t You Eat Carrots ci si trova di fronte a strutture dilatate fino all’inverosimile, taglia e cuci selvaggi, valzer scoordinati, registrazioni invertite, ottoni invasati da passioni free-jazz, cori da bar, fuzz di chitarra, musica visionaria solcata da dialoghi in tedesco: una koinè dalle mire dadaiste e i sofismi concettuali che diventa un po’ il manifesto del gruppo. La trinità trova poi compimento nei toni inquietanti, l’alternanza recitativa delle voci e il rock acido di Meadow Meal per terminare dopo trentaquattro minuti di totale deragliamento sonoro con il wah-wah disturbante, i feedback corposi, il cantato sgraziato e l’elettronica cinguettante di Miss Fortune.
Del tutto superflui i commenti, impossibili i paragoni immediati, dal momento che nulla del genere si era sentito prima e nulla di così "pericoloso" e al tempo stesso virtuoso si ascolterà dopo. Solo i diretti interessati riusciranno a replicarsi con risultati soddisfacenti nel successivo So Far, opera ricca di intuizioni felici (il Nick Cave di From Her To Eternity deve più di qualche cosa alla It’s A Rainy Day, Sunshine Girl lì raccolta), anche se più convenzionale nell'approccio.