
Morte, violenza, distruzione ma la fine non sarà subito
dopo. Ciò sembra predire l’apocalissi metropolitana che nei Factrix di San Francisco ebbe i suoi più naturali (ed inascoltati) cantori. Non
furono certo, ad inizio anni ’80, i soli profeti del caos “dissociato” in
quella parte di mondo. S’aggiunse loro tutta una piccola avanguardia di
sottoesposti performers, sospesi fra sperimentazione e azione, i cui nomi non
diranno forse niente allo stolto ma molto, viceversa, all’inclito: Tana Emmolo-Smith, Monte Cazaza, Mike Pauline, Stefan
Weisser, Bond Bercland,
Cole Palmer e Joseph Jacobs fra i maggiormente notabili. I tre ultimi, in ordine
di citazione, furono rispettivamente radio guitarre (ovvero una sei corde
trattata
elettronicamente a riprodurre le onde radiofoniche lunghe), elettronica e
basso dei nostri Factrix.
Sviluppatasi attorno all’attività della minuscola ed infaticabile
label cittadina Subterranean (lp di Flipper, Wilma, Frightwig e Minimal Man
in catalogo), la breve parabola discografica delineata in vita dal gruppo (2
soli album – Scheintot e California Babylon – fra ’81 e ’82)
determinò davvero le sorti della neonata scena industriale d’oltreoceano.
Che l’assolata e ridente California potesse essere, oltre che risaputo
divertimentificio in puro american style (sole e belle donne), luogo d’indicibili
e atroci delitti consumati sulla devastazione psichica che attanaglia l’everyday
man inurbato e borghese…beh, questo già ce lo avevano detto i vari
Bret Easton Ellis (Less than Zero) e James Ellroy (My Dark Places). Quello che
non potevamo forse intuire (almeno fino all’ellepì Scheintot, seminale
opera d’esordio dei Factrix) era quanto corto fosse il passo fra tali
aberrazioni da atlante criminale ed una loro compiuta interiorizzazione psicotica.
L’individualismo del self made man U.S.A. diviene, coi Factrix, solamente
il rovescio della medaglia d'una azzannante dissociazione psichica individuale
(si studino con attenzione i brandelli di messaggi “testuali”, confusi
nel marasma dei bisbigli subliminali, di Phantom Pain o Snuff Box).
Anche l’unico vero brano cantato del disco, Ballad of Grim Rider, con
i suoi tanti riferimenti all’estetica del decadentismo rock più classico
(Lou Reed, Iggy Pop, Joy Division, Velvet Underground), ce ne mostra un aspetto,
meno inquietante però.
Altrove, invece, è il lascito degradato delle pulsazioni reiterate, rumorose
e minimali della Sister Ray di velvettiana memoria ad emergere. Eriee Lights ne è un esempio perfetto, con quel suo swinging serrato e squadrato.
Quando i suoni si fan più flebili e i legami con le tipiche strutture
ritmico-armoniche del rock s’affievoliscono (avviene in Heavy Breathing)
allora il metodo diviene parodia: slegare i suoni non tanto per far musica
(i Velvet Underground, appunto), quanto per evocarne il senso (questi sono i
Factrix).
Il tormento interiore ingeneratone all’ascolto è Center of
the Doll: battute metronomiche della batteria, interferenze minime d’elettronica
in crescendo e una tensione sonora così densa che pare materializzarsi
fisicamente sotto i nostri occhi increduli.
Nel Factrix-pensiero poco rimane all’uomo se non il mettere costantemente
in dubbio la propria identità sociale per recuperarne d’accatto
una demenzial-paradossale (che alla prima supplisca).
Metafora sonora di quest’ultima sono i subdoli vortici chitarristici al
rallenti di Thin Line o l’apparente stasi “ambientale” di
Anemone Housing. Due estremi che si sfiorano. Legata ad una weltanschauung catastrofica
ma ineluttabile, tragica ma fatale la filosofia dei Factrix prepara al peggio
con la barbara raffinatezza d’un esercizio di self control a ½ fra
Zen e autoflagellazione. L’ansia di conoscenza, e la sua mancanza, pongono
il disco quale equivalente musicale di ciò che in letteratura si definisce “giallo
infinito” (Borges, Eco etc…).