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Brian Eno, David Byrne – My Life In The Bush Of Ghosts (Sire, 1981 / ristampa Virgin, 27 marzo 2006)

di Giancarlo Turra

Nella messe di uscite che, lungo l’ultimo biennio, ha di fatto “storicizzato” l’epopea delle Teste Parlanti, c’era ancora un ritaglio – fondamentale, per di più - che doveva essere inserito. La Virgin ha di recente rimediato, rendendo disponibile nei negozi la ristampa (con bonus tracks di prammatica che, è bene dirlo subito non sono nulla di trascendentale, anzi forse sottraggono unitarietà all’insieme) di My Life In The Bush Of Ghosts, capo d’opera intestato a Brian Eno e David Byrne (più nutrito stuolo di percussionisti e bassisti), che vide originariamente la luce dopo quel Remain In Light che rappresenta uno degli snodi fondamentali dell’evoluzione sonora da che il rock esiste.

Disco dalla travagliata genesi, iniziata nel 1979, cioè dopo Fear Of Music, che alcuni problemi legali -dovuti all’impiego di una registrazione d’origine sacra- sommati ai timori dell’etichetta tennero tuttavia chiuso in un cassetto fino al 1981, cioè un anno dopo il capolavoro dei Talking Heads, di cui può essere considerato il più plausibile tra gli universi paralleli. Un album composto principalmente da basi ritmiche intense e stratificate, su cui Brian e David intessono trame di tastiere ora umane ora glaciali, tenute però, come le del resto rade chitarre, in subordine rispetto all’impatto donato da scansioni di pelli, tamburi e percussioni di provenienza molteplice.

Su tutto, e qui sta la grande importanza odierna di My Life In The Bush Of Ghosts (titolo ricco di suggestioni, preso da un romanzo di Amos Tutuola), si stagliano voci, prelevate dal mondo sommerso delle radio americane (Yankee…Hotel…Foxtrot, già allora) o da registrazioni di dischi sconosciuti, a volte trattate ma più spesso lasciate intatte. Misteriosi ed evocativi, non di rado apocalittici (gli anni ottanta erano al principio, carichi di paure opprimenti) i titoli dei singoli pezzi, e imperscrutabile il fascino di un’opera priva di una collocazione storica che non sia la propria. Nonostante si trattasse di  una tecnica affatto nuova (vi era gia giunto in solitudine e con un decennio abbondante di anticipo il Can Holger Czukay dell’immenso Canaxis), la differenza in retrospettiva determinante risiede nel fatto che il tedesco lavorò su materiali principalmente etnici integrandoli a una musica moderna tinta d’ancestrale (il “futuro preistorico” del gruppo di Colonia, qui omaggiato in Very, Very Hungry e reinventato nella conclusiva Mountain Of Needles, le due tracce solo strumentali). Eno e Byrne, invece, innestano la quotidianità azzerata e pura di conversazioni strappate dall’etere per guardarsi indietro alla tribalità che soffia dentro il nostro spirito più nascosto.

Operazione con differenti punti di partenza, allora, ma dal risultato parimenti ricco di fascino duraturo e dotato di attualità sconvolgente. Il significato profondo di rivelare a orecchie occidentali il canto libanese di Dunya Yusin - in Regiment, inarrestabile marcia di ipnosi fisica orbitante,e nell’abbacinante invenzione senza gravità né tempo The Carrier - o quello egiziano di Samira Tewfik (negli orizzonti lontani di A Secret Life), può probabilmente sfuggire oggi, abituati come siamo a ogni tipo di (a volte davvero disonesto) turismo etnografico: un quarto di secolo fa, con un pianeta più piccolo e arroccato sulle proprie identità, un’azione del genere si ricopriva invece di valenze enormi. L’ignoto è portato in casa, accostato scandalosamente a un sermone della Louisiana (accade nel country da savana Help Me Somebody), a un gruppo gospel del profondo sud (un cajun mutante preso per mano e portato all’alba del mondo in Moonlight In Glory) o alle rabbrividenti esortazioni (o cos’altro mai?) di una Come With Us che costituisce un più che plausibile commento sonoro del distacco dell’astronave madre dalla Terra. Da parte loro, il lamento radiofonico -giostrato su un dancefloor da sciamani- dell’apertura America Is Waiting, il politico incalzato e messo al muro nel rimbalzare frenetico di domande, punteggiato da una cascata di percussioni, della lugubre Mea Culpa, per non dire dell’indicibile esorcismo virato di tensioni da club The Jezebel Spirit, rivelano un’umanità misteriosa, altrimenti perduta nei milioni di risvolti della Storia. Un cosmo sommerso al cui solo pensiero la mente vacilla fino allo stordimento, eppure traboccante di quella paradossale e vigorosa gioia che promana da questi quaranta minuti scarsi. Separati dal loro contesto (quanto vi è di post moderno e situazionista!), discorsi e parole anonime rinascono – quasi fossero un meta testo ante litteram - a una delle dieci, cento, mille possibili esistenze cui erano destinate nel loro vagabondare eterno. Le onde radio si perdono nello spazio, e seduce pensare che qualcuno le riceva per trarne predizioni e considerazioni su quello scherzo secolare che quaggiù chiamiamo “il genere umano”.     

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Brian Eno & David Byrne - My Life In The Bush Of Ghosts
(EG, 1981)

di Stefano Solventi

In certe persone il suono è una specie di impronta genetica. Basta a convincermene l’ascolto di My Life In The Bush Of Ghosts, realizzato da Brian Eno e David Byrne più di vent’anni or sono in mezzo ad autentiche pietre miliari a firma Talking Heads come Fear Of Music e Remain In Light.

Accantonate le pastoie della forma-canzone (veicolo indispensabile per le liriche esagitate dei TH), si misero in testa di rappresentare il fantasma del mondo manipolandone le voci disperse, sottratte all’oblio e riprodotte nel loro stesso disfarsi all’interno della macina del “medium”: il risultato è un autentico cataclisma radente, con i germi di mille esperienze all'assalto di un corpo etno-funky da paura. Ogni traccia sembra colta da una specie di limbo o continuum circolare, come suggerisce la tecnica del fade in entrata e in uscita, perché quello che conta è il manifestarsi del suono, la sua possibilità di imporsi come segno, testimone insieme del bombardamento di valori contraffatti e della vita che resiste, ovunque e malgrado tutto. Il non comodo compito di aprire le danze tocca ad America Is Waiting, e lo fa come un incubo ad altissima definizione: il tessuto sonoro è una schermaglia senza posa di effetti sintetici, graffi di chitarra e convulsioni ritmiche, come un solco brutale nel corpo della modernità, con un inserto parlato (found voices carpito ad una ignota radio californiana) pervaso di patriottico puntiglio.

Il rovesciamento di prospettiva è strepitoso: sbattuta nel bel mezzo della giungla sonora, la voce “occidentale” sembra un oggetto alieno, borbottio distante, espressione di esotica insensatezza. La seguente Mea Culpa (lo spunto è ancora un’estrapolazione radiofonica di marca politica) ricicla stilemi elettronici tipicamente new wave con una padronanza ed un senso del drammatico a dir poco sbalorditivi: il pattern ritmico scabro, filamenti di synth, feedback inesplicabili e percussioni incessanti suggeriscono prospettive più ampie e spaventose (attenti a non eccedere col repeat: l’effetto ipnotico è devastante, si rischia di rimanere incollati allo stereo per ore). Magnifico e misteriosamente caldo è il groove imbastito dal basso-alligatore di Busta Jones in Regiment, in cui la trepida voce della libanese Dunya Yusin duetta con ineffabili esotismi di tastiera, tra schiamazzi di folla in sottofondo e il drumming asciutto di David Van Tieghem, per un pezzo che non sfigurerebbe (anzi, ne sarebbe forse la punta di diamante) in qualsiasi odierna compilazione “club”. Non c’è possibilità di tregua, né tempo di prendere respiro: Help Me Somebody centrifuga un sermone radiofonico tra le maglie di un funky impazzito (bellissimi il pastoso riff di corde argentine e le congas travolgenti di Steve Scales), mentre la successiva The Jezebel Spirit arriva persino a miscelare il field recording di un esorcismo (gli ansiti della posseduta! Le esortazioni del sacerdote!) con le fibrosità aeree del basso e i cinguettii psicotici di chitarra e tastiere, imbastendo così una sorta di scenografia liquida che sembra addirittura vaporizzarsi nel bailamme percussivo del finale. Lo scenario muta e non poco con Very Very Hungry, dove i due geniacci abbozzano una sorta di oscuro archetipo urbano sospeso tra plasticità elettroniche e riff mercuriali, e poi con Moonlight In Glory, con le voci di una rappresentazione teatral-folk rimescolate in un brusio di corpi e pensieri, più ambientale che ritmica nonostante le intriganti diteggiate di basso ed il palpitare secco delle congas. Grazie a The Carrier la voce della Yusin torna a tratteggiare una melodia avvolgente, tra chitarre fumose e spazi indefinibili di synth immersi nel riverbero di basso e batteria (rispettivamente Mingo Lewis e Prairie Prince). Altra voce di donna, stavolta l’egiziana Samira Tewfik, ci inquieta dalle spoglie trame di A Secret Life, con i melismi dispersi in un panorama breve e disincantato, radi ed estenuati lamenti sintetici, una spettrale congerie ritmica e quella sorta di vuoto pneumatico su cui sembrano orribilmente oscillare. E’ come se il febbrile ma in fondo rassicurante battito della prima parte avesse abdicato a vantaggio di una riflessione più profonda, più vicina alle soglie dell’inesprimibile, come lascia intuire la spezzettata trama elettronica di Come With Us, miraggio “faustiano” passato al tritatutto devo-luzionatore dei Pere Ubu e mediato dalla volontà riorganizzatrice dei Kraftwerk. Ultima traccia in programma, Mountain Of Needles dipana in meno di tre minuti respiri antichi e immemori, tra tiepidi precipizi orizzontali di synth e l’eco fragrante di percussioni irreali, finendo così di sgretolare l’ultima fede nella possibilità di un mondo edificabile, voce di un oriente esistenziale che l’anima non sa comprendere, e sul quale si chiude muta.

Dopo queste undici tracce, sparate come shrapnel ad illuminare territori sonici ancora attualissimi, il sodalizio tra i due autori si dissolse, come per la consapevolezza di un compimento insuperabile. Da allora ne hanno combinate così tante che chissà, forse appena si ricorderanno di quel disco che un giorno unì come non mai le loro ingegnose capocce. E che suona ancora oggi come il più lancinante dei vaticini.

My Life In The Bush Of Ghosts
  1. America Is Waiting
  2. Mea Culpa
  3. Regiment
  4. Help Me Somebody
  5. The Jezebel Spirit
  6. Qu'ran
  7. Moonlight in Glory
  8. The Carrier
  9. A Secret life
  10. Come With Us
  11. Mountains Of Needles
Extra tracks 2006
  1. Pitch To Voltage
  2. Two Against Three
  3. Vocal Outtakes
  4. Nee Feet
  5. Defiant
  6. Number 8 Mix
  7. Solo Guitar With Tin Foil
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