
Brian Eno il non-musicista, il genio incompetente, il manipolatore imponderabile,
già febbrile teorico della Musica Per Non Musicisti, fautore
di sconcertanti rivoluzioni metodologiche (lerrore creativo) e sincretismi
sonori rutilanti ma (e quindi) inconfondibili: ovvero, quello che il rock
stava aspettando per diventare qualcosa di completamente diverso.
Era il 1969 quando laureato in belle arti, tecnico del suono dilettante
autodidatta - venne reclutato nel progetto Roxy Music in virtù di
certe brillanti elucubrazioni circa le istanze soniche più avant del
periodo (musica elettronica, concreta, aleatoria, minimale
). Nel giro
di due album (Roxy Music del 1970 e For Your Pleasure del
1972) sbaragliò molte certezze plasmando assieme ad un ispirato Bryan
Ferry inusitati impasti progressive/glam, suggerendo due o tre cose alladdivenente
new wave. Platea in piedi, allibita.
Ma lavventura di Eno nei Roxy Music era destinata a terminare di lì a
poco, in coincidenza di uno zenit creativo cui il gruppo riuscirà in
futuro solo ad avvicinarsi, mai più ad eguagliare. Tutta colpa, pare,
del perenne scozzo di personalità con Ferry, questultimo deciso
a farla finita con la sperimentazione per sposare in toto la causa di un soul
problematico e lascivo, acido e decadente: insomma, voleva che i Roxy fossero
il suo gruppo, e così fu.
Una volta solo, Eno strinse sodalizio con il sacerdote della chitarra prog Robert
Fripp, e mentre con una mano ne incanalava la cosmica scabrezza lungo traiettorie
frammentarie e inafferrabili (No Pussyfooting, 1973) con laltra
cuciva i pezzi del proprio album di debutto in solitario, il fenomenale Here
Comes The Warm Jets.
Una certa continuità con il Roxy sound è garantita fin dai primi
istanti di Needles In The Camels Eye, non tanto perché a
dare fuoco alle corde pensa quel tornitore di corde che risponde al nome di Phil
Manzanera (anche co-autore del pezzo), quanto per la china decisamente
languida della melodia, cantata col piglio glam di un David Bowie sullorlo
di (s)venire.
Eccola, la prima sorpresa: la voce di Mr. Eno non è limpida né potente,
ma è un nastro di tungsteno, una pioggia a coltello, unespettorazione
secca, un congregato di emozioni dissimulate. Che si ammanta di beffarda teatralità nella
successiva The Paw Paw Negro Blowtorch, debitrice nella forma dei coevi
viziosi quadretti loureediani ma portatrice (insana) di una autentica follia
tastieristica (un pupazzo squittente nelle mani di uno psicopatico) e un mulinare
di corde (?) a pala delicottero che raggela il cuore non prima di aver
sbaragliato i pensieri.
Seconda sorpresa: il suono, la sua obsolescenza ultramoderna, lo stratificarsi
disequilibrato e ubriacante di espedienti sintetici, il ronzio delle idee a
caccia dinaudito. La perfida Babys On Fire, in cui fa la
sua comparsa Fripp (sembra mutuato dal free jazz quel fibrillante, infinito
assolo di chitarra), spinge ancora più a fondo la lama allestendo un
pattern ritmico sia percussivo che digitale (motore kraut impalpabile e dissonante,
minaccioso come unombra in agguato).
Per questo la successiva Cindy Tells Me un po stordisce e un po fa
tirare il fiato con la sua malizia da bubble-gum ballad anni cinquanta appena
ammantata di sordidezza velvet, capace di concedersi un aggraziato ritornello
prima di massacrare la relativa tranquillità con autentiche sciabolate
di chitarre (chitarre?) effettate (una follia sventagliante, un massacro di
sinapsi, un indescrivibile ischemia sonica che si può solo ascoltare
e non dormirci per una settimana) su cui presumo avranno non poco meditato
tiretti come Jesus & Mary Chain e Sonic Youth.
Difficile a questo punto tenere in piedi gli steccati: sia Driving Me Backwards (i Beatles più onirici
passati al tritatutto con distorsori valvolari e pastrocchi chimici inconfessabili,
mentre il buon Brian addita al futuro Johnny Rotten i segreti di un
canto folle e viscerale) che On Some Faraway Beach (glam disidratato
e lasciato germogliare in assenza di gravità con molecole prog dissidenti,
quasi dei Grandaddy con un quarto di secolo in anticipo bello
il lavoro di Andy McKay alle tastiere) sono difficilmente ascrivibili
a questa o quella categoria, senza contare che Blank Frank sembra il
fantasma cibernetico di Nick Cave piovuto dalle nebbie del futuro a
sputare bile & sarcasmo ad alzo zero, spalleggiato da motorik Neu! e
inesplicabili allucinazioni garage e folk (ancora chapeau per il grande Fripp).
Detto che Dead Finks Dont Talk è quello che avrebbero potuto
i Beatles (ancora loro) più folli se ben pasturati a King Crimson (ancora
oggi, dopo non so quanti ascolti, non so se ridere o sbalordire ascoltando
i ragli del coro), ci inchiniamo alla solennità eterea di Some Of
Them Are Old, pastorale ammantato di tastiere fosche e sax ozioso (entrambi
a cura di McKay) che dun tratto accoglie la snake guitar sgusciante di
Eno in febbrile escursione country, e da lì tutto un lievitare di vibrazioni
cardaniche, raggiungendo quella tipica eterogeneità compositiva degna
di un Brian Wilson sotto mescalina e così cara al Jim ORourke solista.
Chiude la title track, una festa per corde corpose sottoposte a riff garrulo
ed elementi di disturbo in fase di decollo, fino ad un doppio compimento (ritmico
e corale) che chiama il sipario sul disperdersi dei vapori, sui residui del
carburante bruciato, sulle prospettive sterminate di un progetto eternamente
in progress. Nel quale si può scorgere la fisionomia stessa di unepoca
prodigiosa, a cui non a caso il presente continua a guardare e rifarsi. Come
a cercarsi dentro (dietro) il miracolo di prospettive sconosciute.