
Una storia che sa di tragico. Gemini Forque e Claudine Coule, all’epoca dei fatti docili teenager transalpine, si conoscono a Lourdes durante un pellegrinaggio. Le unisce, appunto, la tragedia, dal momento che durante la permanenza nella cittadina francese ambedue vengono colpite, in raggelante contemporanea, dalle morti delle rispettive madri (male incurabile per la sig. Coule, assassinio per la sig. Forque) nonché il padre Gemini si ritroverà, dopo un incidente d’auto, paralizzato su di una sedia a rotelle.
Oltre ai necrologi amaramente spartiti, le tutt’altro che graziose Gemini e Claudine (di nasini alla francese, tanto per dire, neanche a parlarne…) condivideranno due dischi, Silence And Wisdom del 1982 e Double Happiness del 1983, ascritti alla pleonastica sigla Deux Filles e la sparizione improvvisa nelle terre nordafricane dove, si mormora, Gemini avesse passato i primi anni di vita.
Omicidio per taluni, rapimento per talaltri. Nulla, nessuna notizia dopo la dipartita del 1984. Solo una lettera, dalla penna di Claudine e recapitata in un misterioso dove, che sostiene le due fanciulle in viaggio verso l’India per ritrovarsi spiritualmente. Poi il vuoto.
Una simbiosi, la loro, che dal dramma coglierà la magia per un disco celeste. Silence And Wisdom esce nell’ anno di Garlands dei Cocteau Twins, epoca dove l’ambient music di Eno si teorizzava nei lavori, ancora eccellenti, dei Durutti Column. Non nomi a caso, ma logiche direttive per capire cosa si ha davanti.
Averne di tragedie così (…) se poi ci tocca l’elegia per piano e sinistri synth di Sur La Plage: stupenda, da mozzare il fiato per come coniuga la musica per aeroporti di Eno e certe trovate tra Pink Floyd (mancano solo le voci per sembrare una The Great Gig In The Skin ad uso di melanconici post-wavers) e Wendy/Walter Carlos.
Mica si scherza, date orecchio per esempio alla chitarra pizzicata di L'intrigue e gioite, voi seguaci 4AD; oppure storditevi di immenso, adepti della Factory meno urgente, al cospetto delle trascendenti The Letter e Drinking At A Strema. Le voci, ora salmodianti nel mantra di Her Masters Voice ora surreali nell’incanto post-bossa di Children Of Clay, lasciano spesso il campo alle trame strumentali molto David Sylvian di Oakwood Green, altresì Eno di The City Sleeps e spirituali - retaggio di quel viaggio poi intrapreso – nella title track e la conclusiva Festival.
Un disco che di lì a breve sarà da esempio per un pugno di neo-romantici – i minimalisti The Lost Jockey dell’omonimo disco e la Virginia Astley pastorale di From Gardens Where We Feel Secure su tutti – che da quelle note dolenti ruberanno più di un’intuizione.
Ma tranquilli, non siamo cinici. Di tragedie del genere non ne vogliamo poiché anche quella appena raccontata non esiste. Il tutto è frutto di un sogno ad opera del futuro compositore (leggi alla voce Derek Jarman) Simon Fisher Turner, socio del primissimo Matt Johnson che insieme ad un altro ex complice del poi The The, Colin Lloyd Tucker (dopo con Kate Bush e Go-Betweens tra gli altri), architettò questa fiction situazionista rivelatasi dopo una fase REM alquanto drammaturgica. Nel progetto c’è tutto, dalla foto di copertina che ritrae i Nostri/e come delle drag da cabaret parigino (ecco spiegato, quindi, quei lineamenti rigidi) al celato mistero che ancora oggi avvolge il progetto.
Come il Marvin Pontiac ideato da John Lurie o la famosa storiella dell’agnellino amico di Robert Smith. Come un disco da avere. Il disco da avere.