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David Crosby - If I Could Only Remember My name (Atlantic, 1971)

di Pasquale Boffoli

Anche se sono passati più di 30 anni ricordo bene l’eccitazione che era nell’aria quando, nell’anno di grazia 1971, nel ristretto gruppo hippie che era tutta la mia famiglia si sparse la voce che era imminente l’uscita del primo album solista di David Crosby. Allora funzionava ancora il passaparola non essendoci quella folta stampa rock specializzata che oggi provvede sin troppo zelantemente ad illuminare ogni buco oscuro del business musicale internazionale.
The Byrds erano uno dei gruppi che più avevamo amato nella seconda metà dei ’60:
ero ancora fresco ed inebriato delle loro Rickenbakers, delle vibrazioni mistiche, dei cori metafisici di albums come Mr.Tambourine Man (’65), Turn Turn Turn ! (’65), ma soprattutto Fifth Dimension (’66) e Younger The Yesterday ( ’67), due dischi stracolmi di fosforescenti illuminazioni folk-rock che mi avevano letteralmente spalancato le porte della percezione sensoriale insieme alle primissime opere dei Doors, Jefferson Airplane, Grateful Dead.
La psichedelia eterea, il raga-rock dei Byrds avevano prodotto tra il ’66 ed il ’67 dei brani dall’aroma stordente ed intenso; ma quelli più enigmatici e dilatati non erano firmati da Roger McGuinn o Chris Hillman bensì da David Crosby: What’s Happening?, Everybody’s Been Burned, Mind Gardens, Triad, Dolphin’s Smile profumavano di strazianti rimpianti esistenziali, introspezioni psichedeliche, sperimentavano con nastri alla rovescia, simulacri preziosi di musica nuova !
Tra il ’69 ed il ’70 i due storici albums di Crosby, Stills & Nash (il secondo, Dejà Vu con Neil Young ) confermavano l’enorme talento compositivo di Crosby : Songs come Long Time Gone e Almost Cut My Hair fecero vibrare con il loro ribellismo romantico in tutto il mondo un’intera generazione freak-alternativa, quando tutti questi termini avevano ancora un senso.
In realtà si trattava solo di un lungo preludio a quell’incredibile If I Could Only Remember My Name uscito nel 1971 che è rimasto per Crosby un picco d’ispirazione poetico-musicale mai più eguagliato. Allora si parlò di manifesto etico-musicale della filosofia hippie della West Coast, visto anche l’enorme numero di artisti/amici che si strinsero intorno a colui che ne rappresentava il vero e proprio guru. Qualche nome: Jorma Kaukonen, Grace Slick, David Freiberg, Jerry Garcia, Phil Lesh, Jack Casady, Joni Mitchell .
La filosofia/messaggio del disco è già contenuta per intero nel brano d’apertura:
Music Is Love suona come una nenia minimale: "tutti dicono che la musica è amore/
che la musica è gratis / spogliati dei tuoi vestiti, distenditi al sole / tutti dicono che la musica è divertimento".
Parole apparentemente ingenue e superate, ma a ben guardare straordinariamente attuali se per un attimo provate a considerarle un potenziale antidoto alle sconcertanti vicende contemporanee, ad un mondo straziato come sempre da bellicismi e dalle ipocrisie dei potenti (anzi…del potente ). Poi è musica come diretta emanazione della natura, dei tramonti californiani, del mare, densa di mille delicati cromatismi e sfumature chitarristiche, con la voce di David Crosby appesa ad un filo tenue emozionale, che si doppia (Orleans, Song with no words), che si ripete all’infinito (I’d Swear There Was Somebody Here), intenta ad esplorare le pieghe più riposte della sua anima generosa ed inquieta di uomo ed artista.
Traction in the rain, Tamalpais High, Laughing (con un solo interstellare da brividi di Jerry Garcia) sono il cuore pulsante del disco, songs attraversate da un’unica linea d’orizzonte, quella dell’utopia freak totalizzante, reduce da una stagione irripetibile ma che sta volgendo al termine. In If I Could Only Remember My Name essa sembra toccare la sua estrema sublimazione/splendore prima di disperdersi nei perfidi anni ’70 che conosceranno altre seduzioni musicali ed estetiche: "pensavo di aver visto qualcuno che sembrava finalmente conoscere la verità. / mi ero sbagliato, era solo un bambino che rideva nel sole, nel sole" (Laughing) .
Due perle d’immancabile ribellismo romantico crosbyano rimangono What Are Their Names e la lunga saga immarcescibile di Cowboy Movie.
Quanti casini David ti sono successi dopo questo disco ed abbiamo più volte temuto il peggio, ma mai le meravigliose perle di questo disco hanno abbandonato il nostro immaginario ed il nostro cuore.

di Stefano Solventi

Ma cosa succedeva dalle parti della west coast attorno al 1970? Tutti a fare grande musica, dischi che se li lanciavi disegnavano traiettorie spaziali ad altitudine otto miglia nel cielo, non un assolo che non sapesse di viaggio, non un suono che non sembrasse quel suono.
David Crosby è oggi un quasi sessantenne signore panciuto, ma più di trent’anni fa con i Byrds seppe regalare al rock le ali che tutti aspettavano. Quindi, chiusa quell’avventura, collaborò con la crema della visionarietà californiana, impegno culminato - assieme a Stills, Nash e “cavallo pazzo” Young – con gli epocali Deja Vu (1970) e 4 way street (1971), quest’ultimo uno dei più entusiasmanti live di ogni tempo. Nel bel mezzo dell’avventura CSNY, Crosby trova il tempo e il modo di esordire come solista, ma si fa per dire: in If I could only remember my name, come al solito, è tutt’altro che solo…
Difficile resistere all’ingenuità incontenibile delle utopie, propalata fin dall’iniziale Music is love, affidata alla penna e alle pennate di Young e Nash: euforia aleggiante, la voce di Crosby come un velluto consunto e un’onda increspata, il coro che intreccia straordinarie eco di nobilissima scuola. Segue la lunga cavalcata di Cowboy Movie, torrido blues-rock che incrocia e stempera i fasti ombrosi di Almost cut my hair e Cowgirl in the sand, una di quelle canzoni che puoi mettere in repeat nell’autoradio e guidare invincibile attraverso l’inferno e il paradiso, grazie anche all’ugola del tricheco che dimostra di quanto soul sappia ammantarsi. Se poi andiamo a snocciolare il parterre dei musicisti tocca mettere uno dietro l’altro Jerry Garcia, Phil Lesh, Mickey Hart e Bill Kreutzmann, ovvero i Grateful Dead nientemeno…
La terza traccia è uno strumentale, nel senso che la voce di Crosby si cala nella parte di pseudo tromba jazz e scolpisce delicati e capricciosi intarsi melodici sull’ineffabile struttura di Tamalpais High, e – accidenti - lo fa maledettamente bene. Ma Tamalpais nella mia immaginazione non è che un ponte verso quel capolavoro (dell’album, ma non solo) che è Laughing: nella versione nudarella presente in 4 Way Street è una piccola magia dalla sconvolgente leggerezza, malinconia dolce che palpeggia il cuore fino al limite della sostenibilità. Qui invece l’arrangiamento satura gli spazi, i colleghi-amici-fratelli musicisti si mettono a fare gli straordinari (c’è anche Joni Mithchell ai cori) rischiando l’ingorgo strumentale e azzeccando invece un prodigioso equilibrio, dove tutto suona compiuto, semplice e naturale.
Con What are their names si passa (idealmente) al secondo lato, ed è un’apoteosi di “grandi firme”: agli ormai consueti Young-Garcia-Lesh-Kreutzmann si aggiungono i sedicenti PERRO Chorus, ovvero Crosby, la Mitchell, Paul Kantner, Grace Slick, Garcia, Lesh, David Freiberg e Nash, tutti insieme appassionatamente per una jam rock-blues appena troppo breve, un paio di minuti in più e Garcia ci avrebbe portati davvero nell’estasi del frutteto psichedelico da cui sicuramente coglieva i suoi assoli. (Se non rischiassi di sembrare appena appena smodato, direi che per assistere ad una session così potrei dare via un orecchio o un rene).
Traction è una ballata sospesa su languori folk che rimandano ad un intimismo molto presente a se stesso, mentre Songs with no words ripropone le evoluzioni vocali di Crosby al limite del piacionismo, stupendamente sospese sulle acque appena mosse tra un grande piano jazzy (è Greg Rolie, già con Santana e It’s A Beautiful Day) e chitarre (Garcia e Jorma Kaukonen) in vena di sdilinquimenti elettroacidi. I due brevi commiati su cui il disco va a spegnersi vedono Crosby inopinatamente solo: il traditional Orleans - con i brividi di una performance vocale a più strati che sembra provenire dai segreti di una cappella gotica - e l’onirica I’d swear there was somebody here, un addio alle traiettorie vertiginose ad otto miglia nel cielo, uno sfumare quieto nella pace di un sogno che, da allora in poi, sarà sempre più soltanto un sogno.
Un disco eminentemente inattuale e – in fondo – anche dispensabile, che però quando capita consiglio sempre volentieri, quale impagabile messaggero di desueta utopia, di commovente e ingenua devozione all’idea di musica che si porta dentro, un’idea che per molti, oggi, sarebbe il caso di ripassare: o almeno così direi, se non rischiassi di apparire elegiaco, nostalgico, smodato e polemico. Inutilmente polemico.

01. Music Is Love
02. Cowboy Movie
03. Tamalpais High (At About 3)
04. Laughing
05. What Are Their Names
06. Traction in the Rain
07. Song With No Words (Tree With No Leaves)
08. Orleans
09. I'd Swear There Was Somebody Here
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