
#1 Record (1972) e Radio City (1973) sono buoni
esercizi di pop-rock più o meno power, abbastanza facinoroso
e problematico da stuzzicare il sempre affamato nervolino dellintrigo.
Eppure, nonostante alcune belle intuizioni melodiche (come la splendida Thirteen,
o la palpitante September Gurl cui si rifaranno gli Hüsker
Dü più melodici
), lo shobiz li masticò, digerì e
scordò in un battibaleno.
Certo, politiche di marketing a dir poco fallimentari ebbero il loro peso,
ma un ruolo decisivo lo giocarono senzaltro i vestiti già usaticci,
spiegazzati, esausti con cui queste sonorità vennero alla luce. Ovvero
senza una cifra propria, in cerca di equidistanza anziché sintesi tra
benedetti cliché Kinks, T. Rex e Byrds, finendo
col girare intorno ad un vuoto che nessuno sembra davvero preoccuparsi di colmare.
Figurarsi a che punto le avvertiamo logore e spolpate oggi, dopo la vivisezione & declinazione
operata negli anni da R.E.M., Replacements e Teenage Fanclub fra
gli altri. Tutti fans dichiarati dei Big Star, naturalmente.
Riguardo a Third - o Sister Lovers come viene alternativamente
spacciato - il discorso subisce una deviazione significativa. Anzi: clamorosa.
Uno scarto di lato verso lindefinibile, lo scomodo, il doloroso. Sul
margine infiammato di una ferita nascosta magari nellanima.
Ascoltandolo oggi da una certa distanza, appare avvolto in una penombra di
madreperla che affascina e inquieta: nel coprifuoco emozionale gli interruttori
sono quasi del tutto spenti, e il risultato è una coltre densa che disturba,
stordisce, invischia. In effetti, dopo labbandono del chitarrista Chris
Bell al leader Alex Chilton venne in mente unidea meravigliosa: sostituirne
i fraseggi aspri e sferzanti con la loro quasi totale assenza. Geniale, no?
Certo, qualcosa viene pur concesso ai watt, ma è scorribanda in territori
boogie/RnB mai limpidi, sempre screziati di malanimo, come una rabbia pastosa
che cova al confine della salute mentale: vedi liniziale Kizza Me,
con quegli archi sottesi ad una frenesia sudaticcia, o lo sbocco stonesiano
di You Cant Have Me (attenzione al rovello dellorgano, alla
dislessia del sax, allinconsulto lavoro elettronico, allecatombe
percussionistica finale), oppure lallegra O,Dana, capriccio fifties
punteggiato da sospensioni allibenti e un diffuso, inebriante senso di spossatezza.
Altrove, il siparietto vaudeville che introduce Jesus Christ getta luce
incerta su un rigurgito country rock di stampo Byrds, sorta di cortina fumogena
che è poi lo stessa che sinterpone tra noi e Take Care ,
valzer cameristico ammorbato di country malfermo di cui hanno reso palpitante
versione gli ultimi Yo La Tengo. Del pop-rock, insomma, il lato oscuro,
la fisiologica capacità di farsi portatore (in)sano di particelle dangoscia,
anche quando si mette labito più accattivante e innocuo.
Vedi il RnB smanioso di Stroke It Noel o la gradevole fattura folk di Blue
Moon, non a caso ricollegabili al sottile malanimo di certi Belle And
Sebastian. A proposito di influenze e riverenze, ecco la singhiozzante
rilettura di Femme Fatale a rendere manifesta la lezione Velvet Underground (o
sarebbe meglio dire Lou Reed?) del resto già palpabile in Thank
You Friends (irrorata di malsani capricci glam, uggiolii di steel guitar,
violini e cori in acido sberleffo) nonché trasfigurata nella successiva Big
Black Car (il piano sprofondato nello sfondo fumoso, chitarra elettrica
e acustica in virulento riverbero, lo spampanarsi tiepido della voce di Chilton,
melodia in apnea come un presagio di certe mestizie alla Tom McRae o Clientele).
Ma cè dellaltro, ancora più nascosto, defilato ai
margini dellinquadratura. Si manifesta dun tratto spietato, ed è il
cuore del disco: Holocaust, una madreperla di piano, una poltiglia cupa
di contrabbasso, intarsi spinosi di corde, lo spasimo sordo e trattenuto della
voce, il mellotron che spennella dangoscia irrisolta i pensieri; e poi Kangaroo,
collasso folk perturbato di watt sfrigolanti, percussionismo balzano, evanescenti
decolli di synth, garze oblique dangoscia sonica stratificata a rivestire
una melodia in bozzolo, troppo fragile per dirsi compiuta e proprio per questo
vibrante, dolorosa, implacabile (Jeff Buckley sensibilità decisamente
sintonizzata su frequenze simili - ne fornirà assidue e accorate versioni
live).
Ho tenuto per ultime due autentiche prelibatezze: Nightime - omeopatia
psych-folk cosparsa di straordinarie folgorazioni cinematiche,
come archi in planata, synth dissonanti, un flauto bucolico e baluginii di
steel guitar - e lincantevole cartiglio Left Banke di For You,
con quel ritornello in cui precipita e si strugge il pur rigoglioso afflato
pop, antesignano in qualche strano modo di certe strategie epiche e annichilenti
targate Sigur Ros (confrontatelo con gli strazianti sfarfallii orchestrali
di Agaetis Byrjun, poi mi direte).
Per tutto ciò, e per altro che non riesco bene a capire (è il
suo bello), esco sempre un po stranito dallascolto di queste quattordici
tracce. Sarà che non so abituarmi alla loro mestizia travestita, come
quando scopri in un piatto lamaro retrogusto di chi ha cucinato con malinconia,
come lamore fatto col lutto in testa, come langoscia annidata nei
colori di un quadro. Questo le rende più ostiche, difficilmente apprezzabili?
E sia: del resto, quando nel DNA si hanno i geni di talento e sconfitta inestricabilmente
intrecciati, buona stella o no (!) il meglio che ti può capitare è una
grandezza postuma. Ma ingrata e avara, in compenso.