
La storia di Pet Sounds ebbe inizio quando i Beatles,
vera ossessione per Brian Wilson, pubblicarono il loro primo
album dai leggeri vagiti psichedelici Rubber Soul. Fu un
quel preciso istante che il beach boy Brian dichiarò aperta la sua
personale guerra contro Lennon e McCartney, con l’unico
scopo di superare il genio della coppia di Liverpool.
Il 1965, epoca di Rubber Soul, fu un anno di profondi cambiamenti per il più
grande dei fratelli Wilson. Il Vietnam era dietro l’angolo, e le droghe
divennero il vizio preferito per un Brian che decise una radicale sterzata
per i suoi Beach Boys: le tavole da surf vennero appese al chiodo, il sole
e le spiagge messe in un angolino per affrontare temi ben più realistici,
personali, intimi. Il travaglio di Pet Sounds durò
quasi un anno (cosa alquanto strana se si considera che in tre anni i Beach
Boys licenziarono almeno una dozzina di titoli), un alternarsi infinito
di musicisti (si parla di almeno cinquanta individui) per ben tre diversi
studi di registrazione, una gamma di strumenti che andavano dal piano alle
percussioni, clavicembalo e vibrafoni, senza dimenticare la comparsa di un
theremin allora estraneo in qualsiasi disco pop. Le cronache parlano di Pet
Sounds come un vezzo personale di Brian, con i restanti membri del gruppo
poco inclini alla nuova politica del leader, quest’ultimo talmente preso
dalla ricerca del suono perfetto (per perfezionarsi in studio lasciò
anche la vita da palco) che trovo in Tony Asher (uno sconosciuto
autore di jingle pubblicitari) il perfetto alter ego per tramutare i suoi
pensieri in parole, e quindi libero di sperimentare su manopole e suono.
Tra i primi esempi di concept album (si parla delle vicissitudini che un individuo
si trova ad affrontare al passaggio dall’adolescenza all’età
adulta), Pet Sounds fu l’album che, almeno inizialmente,
spiazzo gli americani, ma che esaltò l’Inghilterra tutta (arrivo
al secondo posto), e proprio nell’Inghilterra dei baronetti i Beach
Boys vennero eletti band dell’anno. Un riconoscimento che ci
stava tutto: le dodici pepite contenute nello scrigno Pet Sounds erano quanto
di meglio il pop aveva prodotto in quel periodo. Basterebbe l’ode all’amore
di God Only Knows, eletta da Paul McCartney come
la più bella sinfonia di parole e musica, a fare di quest’album
un oggetto immancabile in qualsiasi discografia che si possa definire tale,
ma dei tanti picchi, in questi “suoni domestici”, quello non era
l’unico. La ripresa del traditional Sloop John B fu il singolo
di maggior successo dell’album (raggiunse il terzo posto di Billboard
rimanendoci per undici settimane). La voglia di “surfare” era
ancora evidente in Wouldn't It Be Nice, ma ad emergere è la
dichiarata voglia di amore che Brian esplicita sia nella citata e commovente
God Only Knows (“I may not always love you, But long as there
are stars above you, You never need to doubt it, I'll make you so sure about
it, God only knows what I'd be without you”), che nella toccante Don't
Talk- Put Your Head On My Shoulder (“I can hear so much in your
sighs And I can see so much in your eyes There are words we both could say
But don't talk, put your head on my shoulder”), tutto immerso in un
tripudioso wall of sound memore della lezione di Phil Spector.
Dopo Pet Sounds ci doveva essere la completa consacrazione di Smile,
l’album interrotto e mai più ripreso, l’album più
popedelico del gruppo, l’album dalle cui session naque l’ultima
grande sinfonia pop del signor Wilson, era l’album di Good Vibrations……