
Una legge ferrea del rock stabilisce che, nella vita di un artista o una band, a un periodo di tempo coronato dal successo ne segue (quasi inevitabilmente) uno in cui il marketing finisce per diventare più importante della stessa composizione musicale. Per di più, il rock è una musica indissolubilmente legata alle generazioni di giovani che, nell’arco di un lustro o poco più, cambiano direzione, gusti e desideri lasciando il campo a soggetti nuovi, cresciuti in contesti fortemente diversi dai quelli di chi li ha preceduti. Questo cambio di testimone coincide spesso con l’arco vitale delle rock band che, alla soluzione di una fine prematura (ma gloriosa), possono soltanto sostituirne una uguale e contraria: agonizzare nella decadenza, o sopravvivere come souvenir storici.
Esistono alcune eccezioni che confermano la regola, naturalmente, e sono rappresentate da chi ha deciso di continuare a suonare rock fino a quaranta o cinquanta anni con la consapevolezza della necessità di trasformarsi continuamente, di re-inventarsi a seconda dei cambiamenti avvenuti (siano essi interni alla società o a sé stessi). Queste evoluzioni non comportano necessariamente una qualità migliore della musica ma, se efficaci, permettono attraverso la sperimentazione di nuovi linguaggi di continuare a comunicare con il pubblico, con la certezza di essere compresi da tutti. Si potrà contestare che questo processo, nella maggior parte dei casi, è in realtà guidato solo dalla necessità di vendere di un prodotto; ma, per quanto le ragioni commerciali siano estremamente determinanti nel pop più che in qualsiasi altra musica, esistono tuttavia una serie di varianti - non ultima l’età - che determinano i gusti sia dei compositori che dei fruitori.
Esempio vivente di rock band che ha mantenuto per almeno vent’anni una fresca vivacità compositiva (unita a un grande controllo manageriale della macchina da soldi in cui si è trasformata) sono gli U2. Attraverso varie fasi di cambiamento - durate ciascuna più o meno quei famosi cinque anni -, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen hanno attraversato indenni il rock (dagli albori della new wave a oggi) senza avere mai la necessità di cambiare formazione e senza attraversare pesanti crisi, per di più andando incontro ad un successo sempre maggiore. Bisogna eccettuare, certo, i segni di cedimento degli ultimi due album in cui gli U2, accomodatisi sul terreno sicuro della canzone soft, diventano emulazione di sé stessi, una sorta di fotocopia vuota di contenuti dell’U2 pensiero. Ma, almeno fino a Pop (Island, 1997), i quattro irlandesi sono riusciti a inglobare in maniera sempre efficace gli stimoli culturali offerti dalla società durante tutto l’arco della loro carriera.
Sono passati ventidue anni da quel 1983, anno che non segna la data di inizio della loro storia, bensì il principio di qualcosa di grande, di più grande di una semplice rock band.
War non è molto dissimile
dai due precedenti album del gruppo, Boy (Island,
1980) e October (1981), ma osa di più,
mette il tetto a una costruzione che starà in piedi per un po’ di
tempo. Gli arpeggi armonici della chitarra di Edge, le urla della (allora)
potentissima voce di Bono, i testi politici molto mirati ed esibizioni
live intensissime (in pratica l’U2 pensiero) acquisiscono forma
definitiva in uno stile che, nelle sue variabili, rimarrà il segno
distintivo della loro musica.
Due singoli, Sunday bloody Sunday e New year’s
day che, nonostante i testi politicamente accesi e schierati (siamo
ancora lontani dal “politically correct”, soprattutto in Irlanda)
sono destinati a raggiungere nel tempo la dimensione di “classici” del
pop-rock; un tour mondiale che sarà poi, anche se in forma molto
ridotta, documentato nel live Under a blood red sky (Island,
1983, una sorta di riassunto della loro prima fase compositiva); la
partecipazione a numerosi festival, che li condurrà pian piano
nell’alveo
dei grandi gruppi “internazionali”. Questi, in sunto, i primi
passi della macchina U2 verso l’uscita definitiva dal mondo dell’underground,
che con le raffinatezze della produzione Eno-iana di The
unforgettable fire (Island,
1984), sarà finalmente compiuta. Si
aprirà a loro tutto un
mondo, sonoro e commerciale (mercato statunitense compreso), che cambierà definitivamente
il loro percorso musicale.
Tornando a War, in quest’album l’asprezza
di Boy e
l’introspezione “autunnale” di October lasciano
il posto a un suono più compatto, dall’energia disperata
di Like a song allo pseudo-funky di Surrender e Red
Light, fino ad arrivare ai sussurri di 40 che, fino
all’apoteosi del successo, chiuderà tutti i concerti della
band in un lungo e trascinante finale. In Seconds The
Edge dà
sfoggio della sua poco sfruttata, ma intrigante vena compositiva e
dà prova di essere un necessario supporto di Bono. Drowning
Man è una
ballad atipica, in crescendo e senza ritornello, un'altra caratteristica
che contraddistinguerà gli U2 per il loro particolare modo di approcciare
alla forma-canzone (Mother Of The Disappeared, Love
Is Blindness, per fare due esempi a caso). Per quanto riguarda
i due singoli più importanti, si potrebbe scrivere una recensione
a parte, tanta è la storia che gli U2 hanno percorso e le trasformazioni
che hanno subito nella percezione del pubblico.
Ci limitiamo a ricordare l’immagine di un giovane Bono che, imitando il passo militare, alza un'enorme bandiera bianca cantando Sunday Bloody Sunday e grida al mondo il suo disprezzo per la guerra fratricida che ancora sconvolge l’Irlanda. Oggi questa energia sembra definitivamente esaurita nello spirito come nella musica di Bono e compagni. Ai processi biologici non si comanda. Beati 20 anni…