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Roy Harper – Stormcock (Harvest, 1971)

di Stefano Solventi

Pochi dischi mi hanno sconvolto come Stormcock. Il primo ascolto fu un cataclisma, un incanto, uno shock che si ripercuote ancora oggi. E' un oggetto scuro la cui profondità va scandagliata ad ogni passaggio, la cui leggerezza fluttuante illumina segreti dolci e selvatici, il cui titolo è il nome di un uccello che canta nella bufera. Malgrado la bufera. Attraverso la bufera.

Chi era Roy Harper? Colui che strappò una dedica immortale ai Led Zeppelin, certo. Meglio però fare qualche passo indietro, alla Manchester dei cinquanta, a quella trama di grigiore e duro lavoro. La madre morta pochi giorni dopo il parto. La povertà incallita e senza uscita. L’infanzia di Roy non fu felicissima.
Intanto il folk, il blues, il jazz e lo skiffle lo attiravano come il miele le api, ma più forte fu la repulsione per la vischiosa amorevolezza del cristianesimo, da cui scampò arruolandosi giovanissimo nella RAF. Non fu una buona idea: l’insofferenza per ogni tipo di costrizione lo portò ben presto oltre la soglia dell’esaurimento nervoso, in virtù del quale il club degli “elettroschockati” del rock può includere tra i propri membri – accanto a gente come Lou Reed e Peter Green – anche il buon Harper, che pensò bene di non ripetere l’esperienza fuggendo dalla prima finestra disponibile del Lancaster Moor Mental Institute. Dopodiché, il richiamo di Londra.

Londra, le mille possibilità. Londra, la ribellione. Londra, la galera: conseguenza di follie e scelleratezze tra cui la più epica fu senz’altro il tentativo di scalare la torre dell’orologio della St. Pancrace Station (!). Fatta indigestione di libri grazie alla biblioteca carceraria, Roy investì la riacquisita libertà battendo il Nord Africa e l’Europa, per poi tornare nella City ormai culla di una lunare, intensa, eterea rivoluzione copernicana: Al Stewart, The Incredible String Band, John Martyn, Bert Jansch e Donovan sono solo alcuni dei nomi con cui il Nostro si ritrovò gomito a gomito ad incrociare corde e versi, come un animale finalmente vivo. Venne il primo avventuroso album, The Sophisticated Beggar (1966), e venne l’attenzione della Columbia per la quale stampò Come Out Fighting Ghengis Smith (1968). Seguirono Folkjokeopus (1969) e Flat Baroque and Berserk (1970), quest’ultimo per la EMI, ma più che dal pubblico Roy veniva guardato con ammirazione dagli stessi musicisti, come dimostrerà l’ormai famoso tributo zeppeliniano. Del resto Jimmi Page era un amico di vecchia data, al punto da comparire sotto pseudonimo (Flavius Mercurius) nello straordinario Stormcock del 1971.

Scritto in una cadente catapecchia della leggendaria Big Sur durante una pausa del tour americano, l’album si compone di quattro brani per complessivi quaranta minuti (circa). Harper suona chitarre a sei e dodici corde, e canta ora tarantolato e ora in estasi. Di più: canta come se fosse un dono, un alito di vita.

Le forme del folk elettrificato sono solo una piattaforma di lancio: un galleggìo indecifrabile di campanellini, quel giustapporsi etereo e minaccioso di cori, il baluginare cupo dell’organo e l’agro calligrafismo dell’elettrica provocano un senso di mistero e vastità che prima in Hors D’Oeuvres e poi in The Same Old Rock – dove la presenza di Page è evidente come un liquore nella trachea – raggiunge livelli di irresistibile disequilibrio, con quel precipitare da un quasi garrulo estro psych all’ombrosità ad angolo acuto - notturna e furtiva - dell’inciso, dove il dialogo delle corde è ubriacante e prezioso, profumato d’oriente e di profondo, e le voci sembrano corpi brancolanti nella nebbia, fisionomie malferme, frenetiche collisioni sentimentali.

Le altre due tracce portano il discorso ad un compimento irreversibile, un reticolo di suggestioni da cui è impossibile districare le umorali istanze del blues dall’abbandono crudo del folk, così come la primitività selvaggia del rock dai bruschi, folgoranti intarsi jazz. Questo ci dicono l’improvvisa apparizione di un piano, l’arabesco strinato delle corde, il grido meticcio e corrosivo del ritornello in Old Man Rock And Roll Band.

Ed è lo stesso per il repentino spalancarsi di vertiginose discontinuità nella struttura di Me And My Woman, autentica suite impreziosita da un ampio respiro d’archi e fiati (arrangia David Bedford) e vaghi ma sbalorditivi effetti (chitarre in reverse, voce filtrata), in cui tutto sembra altresì girare intorno e condurre alla dissolvenza lacerante del chorus, autodafè spirituale e rabbioso, irredimibili recessi di memoria.

A dispetto di tanta meraviglia, ribadita dai lavori successivi, a tutt’oggi Roy Harper è conosciuto al più per aver cantato Have A Cigar nel floydiano Wish You Were Here… Un perdente genetico, non c’è altra spiegazione: difficile “raggiungerlo” a meno di un minimo sforzo, un piccolo surplus d’attenzione che nell’epoca dell’information overload – guarda un po’ - sembra il più arduo dei gesti.

01. Hors d'Oeuvres
02. The Same Old Rock
03. One Man Rock and Roll Band
04. Me and My Woman