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Leonard Cohen - Songs of Leonard Cohen (Columbia, 1967)

di ©2004 Fabrizio Zampighi

Mentre i Beatles davano alle stampe Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band definendo una volta per tutte le linee guida del movimento psichedelico inglese, mentre i Grateful Dead sottoscrivevano, con l’album d’esordio, la propria appartenenza a quell’ acid rock che di lì a breve avrebbe generato schiere di “viaggiatori”, mentre i Doors fondevano, nell’opera omonima, blues ed accenti lisergici col fine di espandere le “huxeliane” porte della percezione, usciva, in sordina, anche il primo disco del canadese Leonard Cohen.

Originario di Montreal ed artista atipico per il periodo – nessun legame evidente con la cultura hippy -, prima di approdare alla musica Cohen si era dimostrato scrittore ispirato ed apprezzato a livello internazionale, grazie ad opere quali The Favourite Game, Flowers Of Hitler e soprattutto Beautiful Losers. Poeta e romanziere in possesso di uno stile vivacemente influenzato da riferimenti religiosi e al tempo stesso in grado di scuotere gli animi ed affascinare grazie a raffinate strutture linguistico - metaforiche, Cohen decideva, in seguito ad alcuni contatti avuti con personalità artistiche newyorkesi, di evolvere la propria proposta letteraria accostandola a musiche autografe di matrice folk. Nasceva così Songs of Leonard Cohen.

Il disco, in linea con alcune delle produzioni cantautoriali del periodo, procede su un binario estetico ben preciso: da una parte la voce profonda dell’autore ad esplorare le splendide derive melodiche dei brani, dall’altra arpeggi di chitarra che sottolineano la ritmica ed il carattere degli stessi. Se a grandi linee le musiche si ispirano agli stilemi del country senza però cedere a sonorità troppo tradizionali in questo senso, esse brillano al tempo stesso di luce propria, in virtù di un originalità fatta di malinconie sottili ed inclinazioni melodiche dal retrogusto europeo. Il tutto, filtrato da un’ attitudine compositiva ed un approccio alla tecnica spesso poco ortodosso ma ugualmente intrigante, mantiene una fondamentale coesione grazie ad efficaci arrangiamenti, strutturati su archi dall’identità sospesa e cori mai invasivi.

Nei quaranta minuti del disco l’autore affronta tematiche di natura esistenziale senza scadere nell’ovvietà, anzi dimostrando una ricchezza di sfumature davvero invidiabile: l’amore folle e al tempo stesso innocente di Suzanne, la compassionevole spiritualità di Sister Of Mercy, il cinismo e la disillusione di Teacher, i toni riflessivi di Hey That’s No Way To Say Goodbye, la solitudine e l’abbandono di The stranger song. Testi complessi, di non facile lettura, che per maturità ricordano, in alcuni frangenti, quelli del Bob Dylan meno politico.


Songs of Leonard Cohen, nella sua semplicità apparente, è un'opera di grande spessore e profondità. Cohen riuscirà a ripetersi sugli stessi livelli anche nei successivi Songs From a Room e Songs of Love and Hate, suscitando l’ammirazione e meritandosi la stima di grandi artisti. Tra questi vogliamo ricordare Fabrizio De Andrè, che del musicista canadese riprese, fornendone una splendida rivisitazione nella lingua di Dante, la già citata Suzanne e Joan Of Arc.

01. Suzanne
02. Master song
03. Winter Lady
04. The stranger song
05. Sisters of mercy
06. So long, Marianne
07. Hey, that’s no way to say goodbye
08. Stories of the streets
09. Teachers
10. One of us cannot be wrong
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