
Obscure Collectors’ Generation: ecco una delle infauste nomee che qualche infingardo pseudo-giornalista come il sottoscritto potrebbe non a torto appioppare all’attuale schiatta di musicisti e fruitori di musica al contempo. Un ottimo calderone generalista per raccogliere tutta quella gente che ritaglia uno stile sulla propria mostruosa (sia per numero che per ecclettismo) collezione di dischi o mp3. Aste on-line, peer-to-peer, ristampe dell’inristampabile rendono questo momento particolarmente adatto al collezionismo più sfrenato ed onnivoro, dove inevitabilmente ad assumere maggior valore sono gli articoli introvabili, discograficamente più tribolati, leggendariamente più sfigati, e a sfiga - lo sappiamo - gli hippies non hanno avuto rivali.
Ma se Devendra Banhart è riuscito a sdoganare Vashti Bunyan, se Michael Piper ha estratto Linda Perhacs dall’oblìo, ecco ora Ben Chasny (Comets On Fire, Six Organs Of Admittance) tirar fuori da chissà dove questa montagna di barba fulva che risponde al nome di Gary Higgins. Questo buffo figuro è comparso lo scorso marzo a New York, 32 anni dopo l’uscita del suo unico album, in un concerto di Six Organs of Admittance durante la cover della sua Thicker Than A Smokey, davanti ad adepti come weird-prezzemolo Banhart e i Sunburned Hand Of The Man: cult e conseguente attesa di una reissue del suo album, finalmente disponibile dal 26 luglio grazie a Zach Cowie della Drag City (che a suo tempo recuperò il disco dalle mani di Ethan Miller dei Comets On Fire).
Per anni Red Hash è stato una reliquia negli scaffali di tipi come David Tibet e ora gode dell’acclamazione entusiastica di uno come Kid Millions (il batterista degli Oneida, ndr) che si scopre concittadino e “quasi-parente” di Higgins (considerando che il Connecticut rurale negl’anni ’70 doveva essere tutto una grande comune…), i collegamenti con l’estrosa band newyorkese non devono sorprendere più di tanto se si considera che nella prima garage-band di Higgins, i Random Concept, militava anche Simeon Coxe diventato poi il Simeon dei Silver Apples. Eppure siamo davanti ad un prodotto lontanissimo dalle stramberie elettro-psichedeliche della Grande Mela di fine ’60: free-folk boschivo, mesmerico, sospeso fra mantra e autunnale ballata, tra le digressioni acustiche del III degli Zeppelin, gli stonamenti di Skip Spence in OAR, la nostalgia di If I Could Only Remember My Name di Crosby e la delicatezza della Bunyan. La voce di Gary è come una impalpabile brezza che soffia sull’orlo di un bicchiere, solo in un pezzo (Down On The Farm) s’incatrama (tanto da precorrere Waits!). Il violoncello di Maureen Wells e il flauto di Paul Tierney raccolgono un greve tappeto di foglie gialle (Windy Child) sotto l’ipnotico interplay tra le chitarre di Higgins, Jake Bell e il basso di Dave Beaujon; di tanto in tanto un inatteso organo suonato da Jerry Fenton compare ad arricchire il mistero (Stable The Spuds). Praticamente assenti invece le percussioni, altrimenti affidate a Gary “Chico” Cardillo.
Un complesso lavoro di squadra dunque, o forse dovremmo dire di comune, vanificato dall’arresto di Higgins all’indomani dell’uscita dell’album nel 1973. D’altronde c’è da supporre che uno che va a chiamare hascisc rosso il suo primo disco non faccia molta attenzione a certe cose… Nell’attuale ristampa compaiono due ottimi inediti risalenti al ’75 (Last Great Sperm Whale) e agli anni ’80 (Don’t Ya Know), testimonianze che il nostro Gary tendeva a buttarsi su un country-blues sempre acustico, irriverente quanto coinvolgente. Brani che fanno spontaneamente chiedere come mai il buon Higgins abbia interrotto il suo cammino musicale… Paranoia?
(7.8/10)