
Come certo saprete, tutto avviene immancabilmente a caso. E il caso non è per
nulla idiota. Anzi, singegna di lasciar trasparire una sua intelligenza
viziosa, spesso crudele. Di più: sovente cova una insopprimibile propensione
narrativa, tanto che le sue trame sanno imporsi sul resto procurandoci docce
di brividi, paure arcane, stupori sublimi.
Per farla breve, il caso quella sera mi guidò gli occhi e le dita sul Magical
Mistery Tour, che si rivelò antidoto perfetto, elisir di guarigione,
quel che ci voleva per non sfracellarmi in un buco di nera malinconia. Del
resto, rigirando la frittata, quella depressione in boccio seppe dimostrarsi
propellente ideale per il decollo nel cinerama acidulo e struggente imbastito
dai Fab Four, disco che prima di allora mi era piaciuto ora lo so -
per forza dinerzia, per una sorta di atto dovuto, genuflessione dordinanza
al cospetto di siffatto frammento di Storia.
E pensare che neanche è un disco vero e proprio. Vabbè, che ve
lo dico a fare, la storia è stranota: ancora inebriati dalla grazia
visionaria che li portò a quel totem & tabù che è il Sgt.
Pepper, ai nostri cari baronetti (soprattutto a Paul) venne in mente
di tuffarsi da un trampolino ancora più alto e flessuoso, piantare lennesimo
paletto, indicare altre vie, scattare in avanti su rotte perlopiù misteriose.
Quandecco, tra capo e collo, la tragica morte del manager Brian Epstein:
uno shock, una perdita umana e professionale incalcolabile. Ma anche lennesima
sfida. Il conato di strampalata onnipotenza (soprattutto in Paul) oltrepassò gli
argini, al punto che i quattro si improvvisarono cineasti a tutto tondo, sbuzzarono
un pugno di idee e ne fecero un canovaccio, scelsero agresti location (il Devon
e la Cornovaglia, solo per il gusto di tornarci dopo una vacanza nel 59!),
noleggiarono qualche cinepresa e un pullman, ingaggiarono tre macchinisti e
qualche attore, quindi si dichiararono pronti al salto nel buio delle sale,
a cavallo di un mistico fascio di proiettore. Allo sbaraglio, su un flebile
fascio di luce e colori. E di musica.
Come biasimarli? Avevano appena doppiato il passo più erto, abbattuto
il recinto dellimmaginario generazionale, non cera velleità che
potesse esser loro preclusa, fosse anche un film estemporaneo e sciagurato
come Magical Mistery Tour. Liquidato dai più come il puntuale passo
falso di una carriera ineguagliabile, questo fantasmagorico lungometraggio
(59 min) adombra se non altro lennesima presa di distanza, lennesimo stacco:
offrendosi in guisa di simulacro fantastico, i quattro scarafaggi celebravano
il guscio di una ormai definitiva alterità, come a dire non cè più palco
che possa o debba contenerci, né il conforto di comodi format espressivi,
siamo sempre più in là, annusatori dincantesimi, rabdomanti
di studio, architetti di futuro.
Comunque, la pellicola fu accolta da una fragorosa, calda, pressoché unanime
stroncatura, forse oltre i suoi stessi demeriti. Quanto a me, se un tempo la
consideravo cacca di pseudo-artista, oggi - locchio meno avaro e amaro
- mi sembra listantanea impazzita di un sogno. Anzi, di un sogno irripetibile.
Dopo unindigestione. Prima della burrasca.
Ma veniamo a noi. Dalla colonna sonora fu estratto in origine un maxi ep, sei
tracce di varia estrazione formale: talora interlocutorie, come il soul-RnB
tra il sordido ed il beffardo della strumentale Flying o liniziale
profluvio di luccicanze umorali à la Kinks della title track
(che intende paventarsi quale straniante specchio liquido, per attrarci nel
delirio e rassicurarci sulla sua natura di mistero chiuso), talaltra consueti
esercizi di magistero melodico ad opera dellinsigne Macca (lasprigno
vaudeville griffato dixie di Your Mother Should Know e lineffabile
affresco malinconico-esistenziale di The Fool On The Hill: in entrambe
lorchestrazione stempera popolare e psichedelico senza alcun dissapore,
con armoniosità vivida e solenne).
I colpi dala sono lipnotica Blue Jay Way (il buon Harrison
assimila loriente e ghigna vortici centripeti distanti appena un palmo
di watt dai 13th Floor Elevator) e soprattutto un parto lennoniano che
ha dellincredibile, quella I Am The Walrus di cui ancora oggi è difficile
dire, pochi accordi e visioni a go go, ordigno autocitazionista dalle vibrazioni
occulte e universali, oggetto scabro e accattivante, monodico incedere opalino,
ragli in liquido amniotico dinesplicabili didascalie e dadaismi antropomorfi.
Un alieno. Un asteroide che ancora sprofonda, fino al fondo di ogni cuore allucinato.
Già così, insomma, una cornucopia di piccole grandi meraviglie,
baciate dalla grazia scervellata di una band allapice. Ma qualcuno pensò di
aggiungerci il resto, e chi altri poteva permettersi un resto così?
Ovvero le cinque schegge disseminate tra i singoli di quellaureo 1967,
da Hello Goodbye (una di quelle feste a cui tutti sono invitati) a Baby
Youre A Rich Man (esile RnB colluso dincenso che non sai bene
perché ma funziona), questultimo in origine retro del classicone All
You Need Is Love, alla cui speranzosa dabbenaggine poetica ripenseremo
non senza tristezza in occasione delle parole che chiudono Abbey Road (e
chiosano lintera vicenda Beatles).
Infine, unautentica celebrità, il 45 giri con più lati A della
storia, quello Strawberry Fields Forever/Penny Lane in cui Lennon-McCartney
si/ci riconducono lungo dendriti e sinapsi di passato, per sentieri diversi
e complementari, palpitanti e allegorici, in equilibrio obliquo su canoni antichi
e nuovissimi. Può bastare?
Che dirvi, sarà la naturale tendenza delle cose a trovare il proprio
posto nel Grande Caos: di questo disco sapevo limportanza (bella forza)
e la raffazzonata meraviglia, ma non la capacità di corrodere laplomb
quotidiano, svellere il piedistallo delle certezze, palpeggiare il midollo
della percezione. Così, ormai uomo fatto e un po disfatto, eccomi
novello Alice beneficiato dallennesima chiave doro dellennesimo
Paese delle Meraviglie, che è poi lo stesso di sempre. Sia benedetto,
e mai lodato abbastanza, il Rock.