
Iperstrutturato e vaporoso, garrulo e malinconico, incagliato nellimbuto
degli anni come un liquore troppo denso: il suono della Band. Provenivano
da un Canada prodigo di talenti obliqui e sguardi alieni, alle spalle anni
di gregariato come backing band del rocker Ronnie Hawkins, e si facevano chiamare The
Hawks. Erano Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel
e Gart Hudson, tutti validi polistrumentisti, una manna per il Bob Dylan del
1965 intento ad approdare sulle sponde meravigliose e accidentate del tradimento
elettrico. Accompagnando his bobbyness in tour presero a farsi chiamare
semplicemente The Band: da allora, mai più un nome comune.
Venne poi il 1968, la controrivoluzione, il ritorno allovile del folk,
prima dando vita - sempre assieme a Dylan - ai Basement Tapes,
frutto carbonaro di una pianta anomala con le radici in una cantina di Woodstock
ed il cuore annidato nelle viscere del mondo, e poi finalmente in proprio (ma
non del tutto) con Music From Big Pink. Un movimento coraggioso
e assieme naturale, intrapreso non certo a caso anche da Byrds (previo Gram
Parsons) e Grateful Dead: ma i nostri cinque cospiratori fecero
di più, perché tra le mura della mitica casa rosa riuscirono
nel miracolo di stemperare leffervescenza delle ultime frontiere black
con il passo lungo delle narrazioni popolari, utilizzando e scardinando canovacci
traditional, umori psych e solennità gospel come se niente fosse.
Il disco piovve come un autentico macigno nel già burrascoso stagno
della pop music, forte oltretutto di una scaletta strepitosa che oltre alle
dylaniane Tears Of Rage e I Shall Be Released poteva vantare
una The Weight da cardiopalma. Ma le capacità del gruppo erano
destinate a trovare la perfetta compiutezza nella seconda poderosa prova su
vinile, non a caso intitolata The Band.
Linizio di Across The Great Divide è quello che potremmo
definire un decollo lento, trepido gospel che cuoce a fuoco basso ladrenalina
per poi salire lesto in groppa ad un fragrante RnB, tra fronde compiacenti
di sax, trombe & tromboni, una vertigine daccordion e Richard Manuel
che canta con amarognolo understatement. Segue quello scherzo irresistibile
che ha per nome Rag Mama Rag, una specie di funky-soul countryzzato,
il fiddle di Danko come un vento di fiume, il piano invasato di Hudson, Helm
a mandolineggiare serafico, e quella tuba che John Simon dispiega laddove chiunque
si aspetterebbe un basso, giusto prima che il bridge ci bruci il cervello pennellando
crudi sbuffi darmonica
Il terzo colpo al cuore, uno dei più irreversibili di sempre, ce lo
impone The Night They Drove Old Dixie Down, in cui il songwriting di
Robertson si dimostra inequivocabilmente di primissima categoria: cantato da
un Helm un po soulman e un po cantastorie, il pezzo si appoggia
al greve incedere di basso e piano, concedendo alle corde di ricamare irresistibili
trame nostalgiche su cui la melodia simpenna in un chorus da portar via
la pelle, intanto che laccordion e il fiddle aprono squarci tremolanti
nel (tragico) sipario della Storia.
Da qui in avanti, sarebbe lecito attendersi qualche cedimento, invece macché:
per una Look Out Cleveland che sbriglia infatuazioni elettriche al confine
tra blues e rocknroll (da cui la tracotanza di quel bridge e la
stridente chitarra di Robertson in libera uscita su torrida congerie di ottoni),
c'è una Up On Cripple Creek che sembra un vaticinio blaxploitation
tra chitarre ruvide e la concrezione aspra e gommosa di wah-wah applicato al
clavinet, per una Jemima Surrender in cui si danno appuntamento piglio
country rock e sottili insolenze boogie, c'è una Whispering Pines eterea,
cesellata e furtiva, per una When You Awake intenerita nellabbraccio
di organo e chitarra ai margini di un sogno, c'è una Jawbone ubriacante
riesumazione soul blues, strutturata su rabbrividenti passaggi di tempo e cupe
pulsazioni di basso e piano.
Eppoi Rockin Chair, vecchie parole di vecchie storie in un grembo
sonoro dalle fattezze attempate, la batteria al chiodo, le voci di Manuel e
Danko cullate dallaccogliente persistenza di mandolino e chitarra acustica,
mentre lincredibile accordion di Hudson solletica spietato la ghiandola
della commozione.
The Unfaithful Servant ci avverte cheil disco sta per finire, con
il passo dei dolori digeriti, delle pene comprese ma irrisolte: Danko le
presta voce zoppicante, pastosa e notturna, prima adombrata dai sax baritono
e quindi risucchiata nella propria mestizia da un magnifico trillare di
chitarra. La chiusura è magnificamente affidata a King Harvest
(Has Surely Come), che è come lasciare la porta aperta alla
meraviglia: il piano elettrico e lorgano, limpudenza ruvida
della chitarra, i singulti del basso, la verve funky della batteria, la
voce che simpunta su fragranti densità soul per poi rinculare
nellinfingarda cupezza del chorus, e quellassolo che Robertson
spedisce lungo i nervi di un archetipo misterioso, che non vorremmo mai
inghiottito dalla dissolvenza.
Disco immenso, stupendamente datato, pervaso di mito e rimpianto, di sentimento
e Storia. Inarrivabili, The Band.