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13Th Floor Elevator - Easter Everywhere (1967, Get Back Records)

di Stefano Solventi

L'intuizione sonora dei 13th Floor Elevator non manca di affascinare ancor oggi nonostante che - o forse anche grazie al fatto che - alla luce delle incommensurabili definizioni odierne somigli un po' al frutto di una prospezione geologica. Al di là del songwriting sognante, bislacco e vorticoso di Roky Erickson (ancora oggi adorato da fans innumerevoli che letteralmente ne finanziano l'indomita e sfuggente creatività), principale elemento di stupore e stordimento è il gorgheggiare fluttuante della percussione "jug" di Tommy Hall, involucro di sussulti che intriga giusto il tempo di rivelarsi ozioso e vagamente sciroccato, ingenuo e improbabile come un piccione meccanico di Utopia.

Difficile invece soprassedere sul febbricitante gioco di chitarre, quell'incrociarsi invasato di molecole country e hard-blues che liberano energia ora insidiosa e ora incandescente, mentre sullo sfondo passano in rassegna - sorta di memoria genetica corrosa dalle evenienze - striscianti scenari folk percorsi da un tremito di estinzione. Nessun dubbio sul fatto che The Psichedelic Sounds Of… sia da considerarsi IL disco per eccellenza dei 13th Floor Elevator e uno dei dischi cardine del terremoto garage-psych del secondo stupendo lustro dei sessanta. Tuttavia un po' dispiace che il successivo Easter Everywhere, accolto all'epoca con altrettanto entusiasmo - e giustamente - venga spesso parcheggiato nell'ombra di quell'ingombrante (bontà sua) predecessore.

Nel complesso lo si può dire un lavoro più maturo, la scrittura è come ammorbidita in una più profonda consapevolezza, l'impianto sonoro retrocede ad uno stato di "eruzione preliminare", cosicché anche una eterea cover di (It's All Over Now) Baby Blue di Bob Dylan sa ritagliarsi lo spazio che merita, ficcata com'è proprio nel cuore del programma: il dialogo delle chitarre dispiega un sipario ruvido ma cosparso di polverina magica, il drumming sfarfalla dimesso, la voce tenta di strappare lacrime con il suo filo di lama arrugginita. Ma stiamo pur sempre parlando della compagine che ha contribuito come poche a scoperchiare il vaso di Pandora, per cui valga accogliere come si conviene la pericolosa effervescenza di Earthquake (il piumaggio fluttuante del jug, il taglio obliquo della voce, il fuzz scabro delle corde e la nevrastenia strutturale su cui i REM articoleranno l'intero Monster…), o il boogie invelenito di Levitation (strepitosi l'effetto pendolo di quelle pennate metalliche e l'infittirsi ritmico in corrispondenza del chorus), o la lunga cavalcata iniziale (8 minuti, un infinità per quei tempi) di Slip Inside This House, in cui il country rock copula selvaticamente col rhythm and blues smussando l'acredine in un vapore sempre più fitto e coinvolgente, a cui i confini scabri di questo suono mangiucchiato dagli anni regala lo straniante magnetismo di un'epoca formidabile.

La cifra più particolare del disco è senz'altro il suo aspetto scontroso, sfuggente, come se rifiutasse di concedersi del tutto alla compiutezza: Dust è una ballata folk percorsa da un bellissimo controcanto di chitarra tex-mex che non basta ad affrancarne la spigolosa inquietudine; I Had To Tell You è poco meno che magnifica, prossima ai Jefferson Airplane più lirici, nonostante l'impaccio di un mixaggio stereo che ostenta il coro di Clementine Hall (autrice anche del testo) e poi l'armonica come se passassero di lì per caso.

Pagato il tributo all'impetuosa deflagrazione degli Stones con Postures (errebì sornione riletto con la svagata impertinenza di certi Kinks e un irresistibile profumo di country in boccio), con pezzi come Slide Machine (iniettato di caustiche visioni), She Lives (frenesia lisergica che anticipa i coretti scivolosi dei Pretty Things in S.F. Sorrow) e Nobody To Love (dei Byrds collassati ad otto miglia d'acidità) i Nostri mostrano di voler occupare le prime posizioni della giostra psichedelica pochi attimi dopo lo start: non mancavano loro né l'autorità in materia né i meriti, mi pare.

Nel rispetto del classico ruolo di "lepre", la corsa fu di breve durata: i problemi di tossicodipendenza e l'assedio costante di una polizia decisa ad ammazzare il fenomeno nella culla portarono Rocky sull'orlo del collasso nervoso, e anzi ben al di là. Alle sedute d'incisione del successivo Bull Of The Woods (1968) il leader è praticamente assente, e il resto è tutta un'altra storia. Una storia che gente come i Flaming Lips, Oneida e The Polyphonic Spree non ha dimenticato. Per niente.

01 Slip Inside This House
02 Slide Machine
03. She Lives (In a Time of Her Own)
04. Nobody to Love
05. It's All over Now, Baby Blue
06. Earthquake
07. Dust
0 8. I've Got Levitation
09. I Had to Tell You
10. Postures (Leave Your Body Behind)
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